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Vuoi più groove? Prima di suonare devi imparare a usare il corpo

Un percorso completo per allenare il ritmo: dal corpo alla lettura, dai generi alle radici africane, fino alla poliritmia che sblocca il groove.

C’è una differenza netta tra chi suona le note giuste e chi riesce a far muovere chi ascolta. Quella differenza ha un nome, groove, e non dipende dalla velocità delle dita né da quante scale conosci a memoria. È qualcosa che si costruisce partendo da un posto diverso, più basso e più fisico: il corpo, molto prima dello strumento.

Che il ritmo passi dal corpo prima che dalle dita lo scopri spesso nel modo più duro, e presto. Una linea semplice da registrare, la sensazione di essere pronto perché le dita corrono, e poi una take dopo l’altra che torna indietro come imprecisa, senza che nessuno sappia dirti davvero dove sta il problema.

Se insegui da anni quella sensazione, la voglia di ballare che certi dischi trasmettono e che le tue mani da sole non riescono a restituire, prima o poi devi risalire alla fonte. La risposta non sta in un esercizio tecnico in più, ma in un metodo che riparte da zero: prima il battito nei piedi, poi le mani sul secondo e sul quarto tempo, poi la voce, e solo alla fine lo strumento. U
n percorso che attraversa generi diversi, dal funk alla bossa nova, e che ti riporta fino alle radici africane del ritmo americano.

Il corpo prima dello strumento

Il primo passo del metodo non prevede uno strumento in mano. Prevede un metronomo, i piedi a terra e le mani libere. L’idea di fondo è che il ritmo lo impari prima con il corpo e solo dopo lo trasferisci sullo strumento: un principio che vale per il canto come per il pianoforte, per il basso come per la chitarra o il sassofono.

Il lavoro comincia dal grounding: appoggi il piede a terra lasciandone cadere il peso, così da produrre un suono pieno, quasi il colpo di una cassa di batteria, su ogni colpo del metronomo. Poi entrano le mani, che battono su punti precisi (il primo, il secondo, il terzo, il quarto tempo), imitando il ruolo di un rullante quando cadono sul secondo e sul quarto. Infine entra la voce, che conta le suddivisioni ad alta voce: un livello di coordinazione in più, perché ingaggiare la voce mentre piede e mani lavorano separatamente ti costringe a capire davvero cosa sta facendo ogni singolo arto, e non solo a eseguire un incastro ritmico senza consapevolezza.

Attraversa tutto il lavoro una condizione che non è un contorno decorativo: restare rilassato. Respirare bene, non serrare la bocca, ascoltarti per capire dove stai accumulando tensione e dove invece stai scaricando davvero il peso a terra. Più il corpo si scioglie e si muove morbido, più il suono che esce diventa tondo e più il tempo che porti resta stabile.

Solo dopo aver interiorizzato questi livelli il lavoro passa allo strumento: lo stesso schema di battute, applicato a un accordo tenuto sul piano o a una nota pizzicata sul basso, ti dimostra che la logica del corpo e quella dello strumento sono la stessa cosa vista da due angolazioni diverse.

Avere groove vuol dire conoscere così a fondo il ritmo, le sue suddivisioni, i suoi accenti e le sue dinamiche da riuscire a manipolare lo spazio e il tempo, e a indurre il movimento in chi ascolta.

Marco Galiero

Leggere il ritmo prima di suonarlo

Il secondo passaggio è la lettura ritmica, la grammatica che ti permette di riconoscere a colpo d’occhio cosa sta per succedere in una battuta. Il sistema si basa su tre suddivisioni fondamentali: le crome (due colpi per tempo), le terzine (tre colpi per tempo) e i sedicesimi (quattro colpi per tempo). Il conteggio unisce sempre il numero del tempo su cui ti trovi alle sillabe che marcano i colpi interni, così in ogni istante sai in quale punto esatto della suddivisione cade una nota o un accento. Le crome swingate, per esempio, si pronunciano du-ba, e la scelta delle vocali non è casuale: du ha un suono più piatto, ba con la sua vocale aperta ti fa sentire da sola dove cade l’accento. La terzina con l’appoggio sul terzo colpo diventa invece di-li-ba.

La parte più interessante arriva quando queste suddivisioni si combinano con un metronomo posizionato solo sul secondo e sul quarto tempo, e non su tutti e quattro. Senza un riferimento su ogni battito, sei costretto a portare il tempo internamente, appoggiandoti al tuo corpo più che al click. È un esercizio che allena il suono oltre che la precisione: mantenere ogni nota uguale, senza picchi di volume, diventa più naturale quando la sincronizzazione con il metronomo è meno rigida e più vissuta.

Nello stesso passaggio impari una cosa che ribalta l’idea comune di pausa: il silenzio è una nota vera e va eseguito con la stessa cura di un suono. Sul basso significa pizzicare, poi sollevare l’indice e abbassare la mano nello stesso istante, così da bloccare corde e armonici e ottenere un silenzio pulito, non una coda che continua a risuonare per sbaglio proprio dove ti serviva il vuoto.

Questo lavoro di lettura non resta un esercizio isolato: è la lente attraverso cui, più avanti, riconosci la firma ritmica di un genere musicale quando ne hai sentito appena un paio di battute.

La firma ritmica che distingue un genere dall’altro

Una volta interiorizzate le suddivisioni, il passo successivo è capire che ogni genere musicale non è definito solo dal tempo in bpm, ma dal tipo di suddivisione che lo attraversa. Un brano pop tende a muoversi su crome pari. Uno shuffle blues quasi sempre su terzine. Un brano funk, il più delle volte, su sedicesimi. Ti basta cambiare la suddivisione sotto lo stesso accordo, o la stessa nota, per farlo suonare in uno stile completamente diverso, anche restando alla stessa velocità di metronomo.

Appena cominci a suonare più generi, ti accorgi di un fatto che smonta l’idea di stili isolati: i generi sono tutti un po’ incastrati tra loro. Il funk, per esempio, porta dentro di sé un’influenza fortissima del samba e della musica latina. L’incastro pesa più di quanto sembri, perché al posto di imparare uno stile alla volta come compartimenti stagni, cominci a riconoscere famiglie ritmiche che si ripresentano sotto forme diverse.

Il caso più chiaro è quello della musica latina, samba e bossa nova in testa. Alla base c’è una figurazione precisa, quella che dal vivo suona il surdo, il grande tamburo grave che alterna un colpo corto stoppato con la mano e uno lungo lasciato risuonare, più una suddivisione fitta di sedicesimi con accenti specifici, quella tipicamente affidata al tamburino. Le due parti si incastrano: mentre uno strumento tiene il battito grave, un altro disegna sopra la trama fitta delle suddivisioni e degli accenti.

Il funk ha due anime

Dentro un solo genere, poi, si nascondono distinzioni che rischi di non cogliere se ti fermi alla superficie. Il funk esiste in due versioni ritmiche diverse, anche quando le note che leggi sulla carta restano identiche. Una ha una suddivisione in sedicesimi pari, dritta, tutta uguale: la senti per esempio nei Tower of Power. L’altra ha una suddivisione swingata, dove i sedicesimi non hanno tutti la stessa lunghezza ma seguono la logica di terzina che regge lo shuffle e lo swing: quella che caratterizza gran parte della black music e del soul.

Un riferimento citato spesso per la seconda è Voodoo di D’Angelo, con Pino Palladino al basso. È anche il caso che confonde di più, e vale la pena chiarirlo: le note che quei musicisti suonano restano crome pari, dritte sulla carta, mentre la suddivisione che pensano sotto è terzinata e corre al livello più fitto, quello dei sedicesimi. La scrittura non cambia, cambia la griglia mentale su cui quelle note vengono appoggiate, e da lì nasce il feeling swingato che senti.

La differenza sembra sottile all’ascolto superficiale, ma cambia completamente il modo in cui suoni sopra quel groove: cambia il punto esatto in cui cade l’ultimo sedicesimo di ogni tempo, quindi cambia la tua pennata sulla chitarra, il tuo attacco sul basso, il tuo tocco sul piano. L’esempio storico di questa suddivisione swingata applicata al funk è il groove che il batterista Jeff Porcaro ha reso celebre, il cosiddetto Porcaro shuffle: due terzine in successione, una in battere e una in levare, e non una suddivisione dritta.

Riconoscere quale delle due anime del funk sta suonando un brano, già all’ascolto e senza aspettare di provare a replicarlo, ti mette in condizione di suonarlo subito con il feeling giusto, senza doverlo scoprire per tentativi ed errori.

La radice comune, dall’Africa a New Orleans

Per capire perché tutti questi generi ti suonano così vicini tra loro, devi risalire più indietro nel tempo. Alla base della musica ritmica americana, sia al nord (swing, shuffle, funk) sia al sud (musica latina), c’è un’unica matrice: l’influenza della musica africana, arrivata in America attraverso la deportazione forzata degli africani nel continente. È un’eredità che ha segnato la musica americana soprattutto sul piano ritmico.

C’è anche un luogo preciso dove questa contaminazione è stata più intensa: New Orleans, agli inizi del Novecento, quando nella stessa città convivevano l’opera lirica europea, le percussioni africane suonate in piazza, le tradizioni creole e messicane. Da quel melting pot sono nati, in tempi diversi, lo swing, il rock and roll, lo shuffle: generi che a prima vista ti sembrano lontanissimi tra loro, ma che condividono la stessa radice ritmica.

Questa genealogia comune ha un uso pratico immediato: ti fa smettere di studiare funk, shuffle, swing e musica latina come mondi separati, e ti allena a riconoscere lo stesso principio ritmico sotto vestiti diversi.

Questa poliritmia che si chiama tre su due ha fondamentalmente influenzato tutta la musica americana, sia quella del nord, quindi lo shuffle, swing, funk eccetera, sia quella del sud, che è la musica latina.

Marco Galiero

Cos’è la poliritmia 3 contro 2 e perché sblocca il groove?

La poliritmia 3 contro 2, chiamata anche 3 su 2, è la sovrapposizione di due pulsazioni a velocità diverse nello stesso spazio di tempo: una scandisce tre colpi, l’altra ne scandisce due. È la struttura che sta dentro la clave africana e che dà a shuffle, swing e funk la loro spinta in avanti.

Quella clave è la figurazione che ha influenzato tanto la musica del nord America quanto quella del sud, ed è il tassello che tiene insieme tutto il percorso, dal corpo ai generi fino alle radici storiche.

Il punto di partenza è un’idea che ribalta il modo occidentale di pensare il tempo. In quella logica non esiste un quattro quarti rigido: esiste un uno che viaggia a una velocità e un altro uno che ne viaggia un’altra, due pulsazioni sovrapposte sopra le quali si costruiscono poi le suddivisioni. Quando lo interiorizzi con le mani, una linea di tre colpi e l’altra di due, capisci finalmente da dove arriva la spinta che caratterizza uno shuffle o uno swing ben suonati: quella sensazione che gli americani chiamano forward motion.

Dentro la clave la figura compare in due forme, e la distinzione conta più di quanto sembri: il 3 su 2 in battere, dove le due linee partono insieme, e il 3 su 2 in levare, dove la linea dei tre si sposta di un ottavo e attacca spostata rispetto al piede. La seconda è quella nascosta dentro lo shuffle e dentro lo swing, ed è anche la più difficile da sentire finché non la conti separando le due mani.

Applica consapevolmente questo 3 su 2 mentre costruisci un accompagnamento walking e ottieni una pulsione diversa rispetto a suonare semplicemente i quarti: resti agganciato al click senza sederti sul secondo e sul quarto, che è il punto in cui di solito la figura si irrigidisce e il tempo si appesantisce. È il punto in cui il metodo, partito dal corpo con un semplice battito di piedi, arriva a spiegarti uno dei meccanismi più sofisticati del ritmo afroamericano: la sensazione fisica più elementare e la struttura culturale più complessa si rivelano due letture della stessa cosa.

Questa è una figurazione veramente importante, perché è quella che è intrinseca all’interno dello shuffle o dello swing.

Marco Galiero

Un percorso a strati, non una scorciatoia

Il metodo si regge su una progressione precisa: prima il corpo impara a portare un riferimento stabile, poi le mani imparano l’alfabeto delle suddivisioni, poi l’orecchio impara a distinguere il carattere di ogni genere, infine tutto si ricompone dentro la logica storica e ritmica che tiene insieme funk, samba, shuffle e swing.

Non è un percorso che completi in una sera, e nemmeno in una settimana: ogni fase ti chiede ripetizione reale, corpo che si muove e che respira, non solo teoria letta. E soprattutto non ti chiede di riuscirci subito: gli esercizi non devono venirti al primo colpo, la volta dopo verranno un po’ meglio, e quella dopo ancora meglio. Ma il punto di partenza è sempre lo stesso, ed è disponibile stasera stessa: un metronomo, un piede appoggiato a terra con il suo peso vero, e il coraggio di contare ad alta voce prima ancora di toccare lo strumento.

Il momento giusto per farlo è prima di qualsiasi altra attività di studio, un paio di volte al giorno, magari dopo i pasti: accendi la macchina corpo e solo dopo passa a tecnica, lettura e repertorio. E tieni a mente qual è il vero termometro del lavoro fatto bene: se mentre suoni ti diverti tu, farai divertire anche chi ti ascolta.


Marco Galiero è pianista, chitarrista e bassista elettrico. Ha studiato basso elettrico con Gianfranco Gullotto al Saint Louis College of Music di Roma, seguito un workshop con John Patitucci e uno stage con Dario Deidda al Conservatorio di Napoli, oltre a quattro anni di armonia e improvvisazione alla Mad School di Napoli con Valerio Silvestro. Si è diplomato in Jazz e Performance con il massimo dei voti e ha suonato con musicisti come Frank Gambale, Robben Ford e Mike Stern.

Per Musicezer ha firmato il videocorso Groove Master: il percorso genere per genere di cui parla questo articolo, dal funk alla poliritmia africana, lo trovi qui.


Il percorso completo, dal corpo alla poliritmia

Groove Master, il metodo di Marco Galiero su Musicezer

Scopri il percorso di Marco Galiero



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