Al Winter NAMM di Anaheim, nel gennaio 1978, Sequential Circuits presenta uno strumento con cinque voci, due oscillatori per voce e un filtro passa-basso risonante a quattro poli. Sul pannello, considerato elemento per elemento, non c’è quasi nulla che un tastierista dell’epoca non avesse già incontrato altrove.
La differenza decisiva sta nelle quaranta memorie di programma, gestite digitalmente, che permettono di salvare i parametri del pannello e di richiamarli senza dover ricostruire ogni volta il timbro a mano.
Da quel gennaio passano quarant’anni e, nel 2018, la stessa famiglia di strumenti arriva al Prophet X, un ibrido che combina due sezioni dedicate alla riproduzione dei campioni, due oscillatori digitali e filtri analogici stereo. In mezzo ci sono la nascita del MIDI, la chiusura di un’azienda, un marchio acquisito da un concorrente e poi restituito come gesto di buona volontà, e la carriera di Dave Smith, l’ingegnere di San Francisco che ha firmato quasi tutto quello che leggerete qui sotto.
Il racconto per immagini di questa vicenda esiste già, e conviene partire da lì: nell’ottobre 2018 il musicista e documentarista Alex Ball ha realizzato un film sulla serie Prophet grazie alla collaborazione di una dozzina di proprietari e appassionati, dal Prophet-5 del 1978 fino al Prophet X. Da qui in avanti la storia ve la raccontiamo noi, ma gli strumenti originali conviene anche ascoltarli nel suo video.
Il problema che nel 1977 non aveva ancora una soluzione pratica
Nella seconda metà degli anni Settanta la polifonia esisteva già. Quello che mancava, su un sintetizzatore polifonico analogico, era un sistema pratico capace di memorizzare tutti i parametri che definivano un suono. Alcuni strumenti offrivano preset di fabbrica o soluzioni programmabili più limitate; in alternativa bisognava ricostruire a mano la posizione dei controlli ogni volta che serviva un timbro. In studio la procedura era ancora gestibile. Dal vivo, tra un brano e l’altro, diventava un problema di mestiere.
Dave Smith aveva fondato Sequential Circuits a San Francisco nel 1974, e i primi prodotti dell’azienda andavano già in quella direzione: sequencer e, nel 1976, il Model 700, un programmatore capace di memorizzare impostazioni per Minimoog e ARP 2600. La chiave arriva quando due tecnologie diventano disponibili nello stesso momento. Da un lato i circuiti integrati SSM, prodotti da Solid State Music, che permettono di realizzare oscillatori, filtri e amplificatori controllati in tensione con un numero molto più contenuto di componenti. Dall’altro il microprocessore Zilog Z80, ormai abbastanza accessibile da poter essere inserito in uno strumento musicale.
Smith mette insieme le due tecnologie con John Bowen e nasce il Prophet-5: cinque voci, due oscillatori per voce, quaranta memorie di programma e la sezione Poly-Mod, che utilizza l’inviluppo del filtro e l’oscillatore B come sorgenti di modulazione per la frequenza e la larghezza d’impulso dell’oscillatore A e per la frequenza di taglio del filtro. È il primo sintetizzatore polifonico interamente programmabile messo in commercio ed è anche il primo strumento musicale dotato di un microprocessore integrato. Il prezzo di listino statunitense dell’epoca era di 3.995 dollari, una cifra da studio professionale che non impedisce alla domanda di superare rapidamente la capacità produttiva dell’azienda.
Tre revisioni in sei anni, e un fratello maggiore che scaldava troppo
La prima serie, quella che i collezionisti chiamano Rev 1, viene assemblata a mano in centottantadue esemplari, con il mobile in legno di koa e i chip SSM. La seconda revisione adotta il legno di noce, migliora l’affidabilità e aggiunge il salvataggio dei programmi su cassetta, allora il sistema più pratico per archiviare una libreria di suoni. La terza è quella che sostiene la produzione fino al 1984 e che oggi si incontra più facilmente: sostituisce i chip SSM con i Curtis CEM, richiede una profonda riprogettazione interna e, nelle versioni più tarde, porta le memorie da quaranta a centoventi. Di questa sola revisione vengono costruiti quasi seimila esemplari.

La storia del Prophet-10 merita un paragrafo a parte perché racconta bene i limiti fisici di quella tecnologia. Il progetto originario del 1977 prevedeva dieci voci nello stesso formato che sarebbe poi diventato quello del Prophet-5, ma l’accumulo di calore rendeva instabile l’accordatura. Smith e Bowen dimezzarono l’elettronica e da quella soluzione nacque il Prophet-5. L’idea delle dieci voci tornò nel 1980 con una versione a doppio manuale, sostanzialmente formata da due sezioni Prophet-5 Rev 3 riunite nello stesso strumento e affiancate da un sequencer polifonico.
Nel 1981 Sequential prende l’architettura di una singola voce del Prophet-5, la inserisce in un mobile compatto e la propone a una frazione del prezzo: è il Pro-One, monofonico, con sequencer e arpeggiatore integrati. Non dispone di memorie, ma offre gran parte dell’impostazione timbrica del Prophet-5 Rev 3 in uno strumento più accessibile e immediato. Negli anni successivi diventerà una presenza ricorrente nelle produzioni electro, synth pop e new wave.
Sull’elenco di chi ha usato il capostipite conviene essere prudenti, perché a distanza di decenni le attribuzioni si moltiplicano da sole. Quello che è documentato basta comunque a dare la misura della diffusione: fra gli utilizzatori del Prophet-5 si contano i Kraftwerk, Peter Gabriel, Phil Collins, Vangelis, John Carpenter, Greg Hawkes dei The Cars, e più avanti nel tempo i Radiohead. Sono nomi che stanno in scaffali diversi del negozio, e il punto è esattamente questo.
Uno strumento che salva i suoni non cambia soltanto il flusso di lavoro, ma anche il repertorio che diventa ragionevole affrontare. Con quaranta programmi in memoria un tastierista può portare in tour un set con timbri diversi per ogni brano senza dover riprogrammare il pannello tra un’esecuzione e l’altra; in studio può interrompere una sessione e ritrovare in seguito le stesse impostazioni. Buona parte di quello che oggi diamo per scontato nel lavoro con le tastiere nasce da quella funzione, almeno quanto dal timbro del filtro.
MIDI, la porta che Sequential apre anche ai concorrenti
Verso la fine degli anni Settanta ogni costruttore aveva il proprio modo di far comunicare due strumenti, quando ne aveva uno. Collegare una tastiera di una marca a un modulo di un’altra significava, nella migliore delle ipotesi, arrangiarsi con tensioni di controllo, segnali di gate e impulsi di trigger basati su convenzioni differenti. Dave Smith, Ikutaro Kakehashi e altri progettisti affrontano il problema scegliendo la strada meno ovvia: non un sistema proprietario, ma un’interfaccia condivisa fra aziende concorrenti.

Nel 1981, dopo una serie di confronti con Tom Oberheim e con Ikutaro Kakehashi di Roland, Dave Smith e Chet Wood presentano all’Audio Engineering Society un documento intitolato The “USI”, or Universal Synthesizer Interface. È la base tecnica da cui nascerà lo standard che tutti conosciamo, mentre l’acronimo MIDI viene coniato dallo stesso Smith. Il primo strumento commerciale dotato di questa interfaccia è il Prophet-600, che Sequential inizia a spedire nel dicembre 1982. Al Winter NAMM del gennaio 1983 un Prophet-600 viene collegato pubblicamente a un Roland Jupiter-6: la compatibilità fra strumenti di produttori diversi smette così di essere soltanto una proposta sulla carta.
Sequential contribuisce in modo decisivo a una tecnologia che avrebbe potuto trasformarsi in un vantaggio proprietario e che invece viene sviluppata come standard condiviso, senza royalty. A più di quarant’anni di distanza, una tastiera moderna dotata delle tradizionali prese MIDI DIN a cinque poli può ancora scambiare i messaggi fondamentali con uno strumento dei primi anni Ottanta senza bisogno di conversioni di protocollo. Il 9 febbraio 2013 Dave Smith e Ikutaro Kakehashi ricevono insieme il Technical Grammy per il loro contributo allo sviluppo del MIDI, circa trent’anni dopo la dimostrazione pubblica al NAMM.
1987, il marchio si ferma ma l’ingegnere no
Gli anni Ottanta di Sequential sono una successione fitta di prodotti che oggi ricevono più attenzione di quanta ne ottennero al momento dell’uscita. Il Prophet T8 del 1983 monta una tastiera in legno a 76 tasti, sensibile alla dinamica e dotata di aftertouch polifonico, una soluzione rarissima all’epoca. Il Drumtraks, anch’esso del 1983, è la prima drum machine con suoni campionati dotata di MIDI. Il Prophet 2000 del 1985 porta il campionamento a 12 bit in una fascia più accessibile, mentre il Prophet 3000 del 1987 passa a 16 bit. Nel mezzo c’è il Prophet VS, che introduce la sintesi vettoriale: quattro oscillatori digitali vengono disposti concettualmente ai vertici di un quadrato e un joystick ne miscela le proporzioni in tempo reale, con la possibilità di registrare e riprodurre il movimento.

Nel 1987 l’azienda cessa l’attività. Le cause sono più d’una, ma nella ricostruzione fornita dallo stesso Smith pesa soprattutto l’investimento degli anni precedenti nell’audio per computer, che aveva assorbito risorse senza generare il volume di vendite necessario a sostenerlo. Yamaha acquisisce il nome e gli asset di Sequential, ma non pubblica prodotti con quel marchio. Smith diventa presidente di DSD, una divisione di ricerca e sviluppo di Yamaha impegnata anche nella sintesi a modelli fisici, e nel maggio 1989 avvia il gruppo di ricerca californiano di Korg.
Da quel gruppo nasce la Korg Wavestation, e qui il filo si chiude in modo interessante: la logica di miscelazione fra quattro sorgenti del Prophet VS riemerge, affiancata dalla tecnica di Wave Sequencing, in uno strumento Korg presentato nel 1990, tre anni dopo la chiusura dell’azienda che aveva sviluppato il VS. Smith prosegue poi con Seer Systems, dove nel 1994 realizza un sintetizzatore software commissionato da Intel e nel 1997 pubblica Reality, generalmente considerato il primo soft synth professionale per PC.
Il ritorno, e un nome restituito per cortesia
Nel 2002 Smith torna all’hardware con un nuovo marchio, Dave Smith Instruments, perché il nome originale non è più nella sua disponibilità. Il primo strumento è l’Evolver, un ibrido che affianca oscillatori digitali e filtri analogici. Da lì la produzione riparte con continuità: il Prophet ’08 recupera il concetto del polifonico analogico programmabile in un’architettura a otto voci, poi arrivano Mopho, Tetra, Prophet 12, Prophet Rev2 e la Tempest, drum machine sviluppata insieme a Roger Linn.
Il passaggio più curioso di tutta la vicenda arriva il 22 gennaio 2015. Yamaha restituisce a Smith il nome Sequential come gesto di buona volontà, per decisione del presidente Takuya Nakata e su raccomandazione diretta di Ikutaro Kakehashi, che aveva motivato la richiesta con la necessità di eliminare conflitti non necessari fra costruttori di strumenti elettronici. È lo stesso principio di collaborazione fra concorrenti che aveva reso possibile il MIDI, applicato questa volta a una questione di proprietà intellettuale. Il primo strumento a riportare quel logo è il Prophet-6, un polifonico analogico a sei voci, seguito dall’OB-6 sviluppato con Tom Oberheim.
Il 31 agosto 2018 Dave Smith Instruments adotta ufficialmente il nome Sequential. Pochi mesi prima, a giugno, l’azienda aveva iniziato a spedire il Prophet X: due sezioni dedicate alla riproduzione dei campioni, alimentate da una libreria interna da centocinquanta gigabyte realizzata da 8Dio, affiancate da due oscillatori digitali e da filtri analogici stereo. Nel 2020 arrivano le riedizioni ufficiali del Prophet-5 e del Prophet-10, con duecento programmi di fabbrica, duecento memorie riscrivibili, sensibilità alla dinamica e aftertouch di canale.
Nell’aprile 2021 Sequential entra nel gruppo Focusrite e il 31 maggio 2022 Dave Smith muore a settantadue anni.
Per chi ha fretta: 5 risposte su Prophet e Sequential
1. Perché il Prophet-5 è considerato uno spartiacque?
Perché è il primo sintetizzatore polifonico interamente programmabile messo in commercio. Prima del 1978 esistevano strumenti polifonici con preset e sistemi programmabili più limitati, ma non una memoria capace di salvare tutti i parametri del pannello. Il Prophet-5 introduce quaranta programmi richiamabili direttamente.
2. Chi lo ha progettato e quando è uscito?
Lo hanno progettato Dave Smith e John Bowen per Sequential Circuits, ed è stato presentato al Winter NAMM di Anaheim nel gennaio 1978. È rimasto in produzione fino al 1984 attraverso tre revisioni principali.
3. Che rapporto c’è fra Sequential e il MIDI?
Diretto. Nel 1981 Dave Smith e Chet Wood presentano all’Audio Engineering Society la proposta USI da cui nascerà lo standard, mentre Smith conia l’acronimo MIDI. Il Prophet-600, spedito dalla fine del 1982, è il primo strumento commerciale dotato dell’interfaccia; nel gennaio 1983 viene collegato pubblicamente a un Roland Jupiter-6 al Winter NAMM.
4. Perché il marchio è sparito per quasi trent’anni?
Sequential Circuits chiude nel 1987 e Yamaha ne acquisisce nome e asset senza pubblicare prodotti sotto quel marchio. Dave Smith riparte nel 2002 con Dave Smith Instruments e, il 22 gennaio 2015, Yamaha gli restituisce il nome Sequential su raccomandazione di Ikutaro Kakehashi.
5. Quali Prophet potete ancora comprare nuovi?
Nel catalogo Sequential attuale restano Prophet-5, Prophet-10, Prophet-6 e Prophet Rev2, con versioni desktop per diversi modelli. Il Prophet X, presentato nel 2018, è uscito di produzione nel 2024 e può essere reperibile soltanto come rimanenza di magazzino o sul mercato dell’usato. Per gli originali degli anni Settanta e Ottanta, lo stato dell’elettronica, la manutenzione e la stabilità delle schede voce contano più dell’estetica del mobile.
Quello che resta di questi quarant’anni non è soltanto un filtro riconoscibile in pochi secondi di ascolto, per quanto quel filtro abbia contribuito al suono di una quantità di dischi difficile da elencare. Resta soprattutto un modo di intendere il mestiere del costruttore: rendere pratica, su un polifonico, la possibilità di conservare un suono e poi contribuire a uno standard condiviso che permettesse agli strumenti di comunicare, concorrenti inclusi. La restituzione del marchio nel 2015 è l’ultima nota a piè di pagina della stessa logica.
Se avete un Prophet sotto le mani, di qualunque annata, state suonando una macchina nata prima di tutto per risolvere un problema pratico dei musicisti, in studio e sul palco. Il resto, mitologia da collezione compresa, è arrivato dopo.










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