;
HomeStrumentiTastiere - NewsKorg, la storia di un marchio raccontata dai suoi sintetizzatori
Sintetizzatore analogico Korg MS-20 visto dall'alto, con il pannello dei controlli e la matrice di connessione a jack sulla destra

Korg, la storia di un marchio raccontata dai suoi sintetizzatori

Dalla macchina del ritmo di un locale da ballo di Tokyo alle macchine di oggi: l'arco dei sintetizzatori Korg e le scelte di progetto che lo hanno deciso.

Nel 1962 Tsutomu Katoh gestiva un locale da ballo a Tokyo e non era soddisfatto della macchina ritmica che accompagnava i musicisti sul palco. Il fisarmonicista Tadashi Osanai, laureato alla Facoltà di Ingegneria dell’Università Imperiale di Tokyo, gli propose di costruirne una migliore. Katoh mise i soldi, Osanai il progetto, e insieme fondarono i Keio Electronic Laboratories, nome che univa le iniziali dei due cognomi e richiamava la linea ferroviaria Keio, accanto alla quale si trovavano gli uffici.

Da quel punto di partenza, che con i sintetizzatori non aveva ancora nulla a che fare, è nato uno dei cataloghi più longevi dell’industria degli strumenti elettronici. Percorrerlo per intero conviene, perché la storia di Korg non è semplicemente la somma di alcune macchine famose: è una sequenza abbastanza leggibile di decisioni progettuali, molte delle quali prese sotto un vincolo preciso, spesso il costo.
Chi si avvicina oggi alle tastiere elettroniche incontra il marchio praticamente ovunque, dal banco di prova di un negozio ai setup di produzione musicale. Il motivo sta in questa continuità, non in un singolo colpo fortunato.

Un locale da ballo, un fisarmonicista e una macchina del ritmo

Il primo prodotto arriva nel 1963 e si chiama Donca-Matic DA-20, un dispositivo ritmico elettromeccanico il cui nome richiama onomatopeicamente il suono prodotto dalla macchina. Nel 1966 ne arriva una versione a stato solido, la DE-20, più compatta e meno costosa da costruire. Chi cerca in quelle macchine un antenato diretto del sintetizzatore non lo trova: erano accompagnatori ritmici pensati per organisti e piccoli locali e servivano prima di tutto a risolvere un problema pratico di chi suonava.

Il salto avviene alla fine degli anni Sessanta. Nel 1967 entra nell’orbita dell’azienda l’ingegnere Fumio Mieda, destinato a diventare una delle figure tecniche fondamentali nella storia di Korg. Il suo curriculum aveva già incrociato quello della chitarra elettrica: poco prima aveva infatti lavorato al progetto che sarebbe diventato l’Uni-Vibe, l’effetto reso celebre fra gli altri da Jimi Hendrix. Curiosamente, Mieda avrebbe raccontato di aver scoperto soltanto molti anni dopo quanto quel circuito fosse diventato importante nella musica occidentale.

Per Katoh comincia invece a lavorare su un nuovo strumento a tastiera. Circa un anno e mezzo più tardi nasce il prototipo di un organo programmabile, dal quale deriva il Korgue, chiamato anche Decakorgue. È in questa fase che compare il nome Korg, legato a Keio e alla parola organ. Nel 1970 anche la ragione sociale cambia, diventando Keio Giken Kogyo.

In quegli anni prende forma anche una filosofia progettuale che resterà riconoscibile a lungo: partire dalle necessità concrete di chi suona e trasformarle in funzioni immediatamente utilizzabili. Non sempre le idee nascono dalla ricerca astratta; spesso partono da problemi molto più terra terra, come adattare rapidamente uno strumento alla tonalità di un cantante o rendere un apparecchio abbastanza semplice ed economico da poter essere usato fuori da un laboratorio.

miniKORG 700, il sintetizzatore esce dal laboratorio

Nel 1973 arriva il miniKORG 700, primo sintetizzatore Korg prodotto in serie, sviluppato da Fumio Mieda. La scelta di fondo si legge già guardando il pannello: i controlli principali non stanno sopra la tastiera, come su molti altri strumenti dell’epoca, ma sotto, in una fascia di levette colorate. Non era un vezzo estetico. Mieda aveva immaginato il miniKORG anche come terza tastiera da collocare sopra un organo elettronico e, in quella posizione, i controlli sul bordo inferiore sarebbero rimasti facilmente raggiungibili.

L’architettura del 700 è volutamente essenziale: è un sintetizzatore monofonico analogico con un solo oscillatore e il caratteristico controllo Traveler, formato da due cursori per intervenire sul filtraggio. Un anno più tardi, nel 1974, il miniKORG 700S amplia il progetto aggiungendo un secondo oscillatore, il modulatore ad anello e altri controlli. Rimane una macchina relativamente semplice da capire, ma con un’identità sonora molto precisa, in un’epoca in cui parecchi sintetizzatori erano ancora strumenti costosi, ingombranti e tutt’altro che immediati.

Che quella macchina non fosse destinata a restare soltanto un pezzo da collezione lo ha dimostrato Korg stessa nel 2021, riportando il progetto in produzione come miniKORG 700FS, riedizione in tiratura limitata del 700S sviluppata con la supervisione dello stesso Mieda. Il punto interessante non è soltanto l’operazione nostalgia: nel miniKORG si trovano già molti elementi della filosofia Korg successiva, dalla ricerca di soluzioni poco convenzionali al tentativo di ottenere molto con un’architettura relativamente semplice.

Un accordatore, sessanta miniKORG e la strada verso la polifonia

La tecnologia sviluppata per il miniKORG finisce presto anche molto lontano dai sintetizzatori. Nel 1975 arriva il WT-10, il primo accordatore Korg e il primo accordatore portatile con indicatore ad ago secondo la ricostruzione storica dell’azienda. La stabilità del circuito Hz/V del miniKORG 700 era abbastanza elevata da poter essere utilizzata anche come base per quel progetto. È un passaggio significativo: una parte della ricerca nata per un sintetizzatore diventa uno strumento di lavoro destinato a chitarristi, bassisti e musicisti di ogni genere.

Nello stesso anno Tadashi Osanai torna a occuparsi direttamente di strumenti elettronici con un esperimento che sembra uscito da un laboratorio di fantascienza anni Settanta. Dopo aver studiato il funzionamento del miniKORG 700, realizza un sistema che collega numerose unità del sintetizzatore a una fisarmonica elettronica Accordix costruita da Tombo. Nell’ottobre del 1975, durante una fiera di strumenti musicali al Science Museum di Tokyo, sul palco vengono impilati 60 moduli sonori miniKORG 700 collegati alla fisarmonica per un concerto battezzato “One-Man Orchestra”. Il sistema permetteva di ottenere sette voci simultanee: una soluzione decisamente poco pratica, ma già orientata verso il problema che tutti stavano tentando di risolvere, la polifonia.

Korg ci arriva per gradi. Il 800DV sviluppa l’idea del miniKORG attraverso due sezioni sonore indipendenti, ma due note non bastano. Mieda ha raccontato che proprio quel limite spinse il gruppo a lavorare immediatamente su strumenti realmente polifonici. Nel 1976 arriva il PE-1000 Polyphonic Ensemble: sessanta oscillatori, uno per ogni tasto, altrettanti generatori d’inviluppo elementari e un filtro. Korg non lo presentava ancora formalmente come sintetizzatore, ma tecnicamente la direzione era ormai chiarissima.

PS e MS, due idee opposte di sintetizzatore

Nel 1977 escono i PS-3100 e PS-3300. La soluzione scelta per la polifonia del PS-3100 è radicale: dodici oscillatori di riferimento generano, attraverso divisori di frequenza, le 48 note della tastiera, mentre ogni tasto dispone individualmente di filtro, amplificatore e generatore d’inviluppo. Il risultato è una polifonia completa a 48 note. Il PS-3300 porta il concetto ancora più lontano, triplicando sostanzialmente quella struttura e arrivando complessivamente a 144 circuiti di sintesi. È una soluzione spettacolare, ma inevitabilmente costosa e ingombrante, difficilmente trasferibile nei prodotti destinati al grande pubblico.

L’anno dopo, nel 1978, arriva invece la macchina che per molti finirà per coincidere con il marchio. L’MS-20 è monofonico e semi-modulare, con due oscillatori e una sezione di filtraggio formata da passa-alto e passa-basso risonanti, capace di produrre una risposta particolarmente aggressiva quando viene spinta verso la risonanza. Il patch panel sulla destra consente di modificare e ampliare il percorso delle modulazioni, mentre l’External Signal Processor permette di ricavare segnali di controllo da una sorgente audio esterna e di processarla attraverso il sintetizzatore. Anche una chitarra, volendo: il che aiuta a spiegare perché l’MS-20 abbia continuato a comparire in contesti molto diversi dalla musica elettronica pura.

La seconda vita dell’MS-20 dice molto su come Korg gestisce il proprio archivio. Al NAMM del 2013 arriva l’MS-20 mini, ridotto all’86 per cento delle dimensioni dell’originale e dotato di MIDI e USB. Nel 2014 viene proposto un kit da assemblare a grandezza naturale, con la possibilità di selezionare i due differenti circuiti di filtro utilizzati nelle varie serie dell’MS-20 originale. Seguono l’MS-20M in formato desktop nel 2015 e la riedizione a grandezza naturale MS-20 FS nel 2020. Più che una semplice operazione nostalgia, è la dimostrazione di come un progetto storico possa continuare a funzionare come una vera linea di prodotto.

Polysix, Mono/Poly e Poly-800: il prezzo come vincolo di progetto

Nel 1981 il Polysix porta la polifonia analogica programmabile in una fascia di prezzo fino a quel momento difficilmente accessibile. Offre sei voci e negli Stati Uniti viene proposto intorno ai 1.100 dollari, mentre diversi concorrenti diretti superavano abbondantemente i duemila. Una delle rinunce che rende possibile quel prezzo è evidente nell’architettura: un solo oscillatore per voce, contro i due utilizzati da strumenti come Prophet-5 e Oberheim OB-X.

Per compensare, Korg integra chorus, phaser ed ensemble, spostando parte della ricchezza timbrica dalla generazione sonora agli effetti. Poco dopo Roland seguirà una filosofia in parte simile con il Juno-6: segno che il mercato stava cercando nuovi modi per rendere il sintetizzatore polifonico economicamente più accessibile.

Nello stesso 1981 arriva anche il Mono/Poly, che segue una strada molto diversa. I suoi quattro VCO possono essere sovrapposti per ottenere un grande monofonico oppure distribuiti fra le note in modalità parafonica, con possibilità di sync, cross modulation e attivazione ciclica degli oscillatori. Non sarà il successo commerciale della M1 o del microKORG, ma resterà abbastanza riconoscibile da diventare, oltre quarant’anni più tardi, il punto di partenza dichiarato per una nuova generazione di strumenti Korg.

Nel 1983 il Poly-800 spinge il ragionamento sul prezzo un gradino più in basso. Offre fino a otto voci in modalità Whole, con un DCO per nota, mentre in modalità Double la polifonia scende a quattro perché vengono utilizzati due DCO per nota. A bordo ci sono anche un sequencer da 256 step, alimentazione a batterie, agganci per la tracolla e un prezzo di lancio statunitense di 795 dollari: viene generalmente indicato come il primo sintetizzatore polifonico completamente programmabile venduto sotto la soglia dei mille dollari. A valle, però, un solo filtro analogico è condiviso fra tutte le voci: è il compromesso che rende la sua architettura parafonica nella sezione di filtraggio. Non è mai stato il sintetizzatore più raffinato della sua generazione, ma prezzo, portabilità e relativa semplicità gli hanno garantito una diffusione enorme e, molti anni dopo, una seconda vita fra modifiche hardware e circuit bending.

Il DW-8000 del 1985 chiude idealmente questa fase mettendo insieme tecnologie che di lì a poco avrebbero preso strade diverse: sedici forme d’onda digitali come sorgente sonora, filtri analogici e un delay digitale a valle. È una macchina di transizione fra il sintetizzatore analogico programmabile e la generazione digitale che sta per arrivare. Tre anni più tardi, con la M1, quella transizione sarà sostanzialmente compiuta.

M1 e Wavestation, il digitale che ridefinisce il mestiere

Nel 1987 Yamaha acquisisce una partecipazione di controllo in Korg, poco prima dell’uscita del prodotto che avrebbe cambiato radicalmente i conti dell’azienda. La M1 arriva nel 1988 e resta in produzione fino al 1995, mettendo insieme generazione sonora PCM, effetti digitali, drum machine e un sequencer a otto tracce in un unico strumento. È una delle macchine che rendono corrente il concetto di music workstation e diventa uno dei più grandi successi commerciali nella storia di Korg, oltre che uno degli strumenti simbolo della fine degli anni Ottanta.

Ma il successo della M1 non si misura soltanto nei numeri. I suoi preset entrano direttamente nel vocabolario della musica pop, dance e house fra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. Il pianoforte M1, gli organi, le percussioni e numerosi suoni PCM finiscono su dischi, sigle televisive, colonne sonore e produzioni commerciali in quantità difficilmente calcolabile. È uno dei casi in cui un sintetizzatore smette di essere soltanto uno strumento e diventa quasi una biblioteca sonora condivisa da un’intera epoca.

Il capitolo successivo è meno popolare ma, dal punto di vista progettuale, forse ancora più interessante. Nel 1989 Korg incorpora parte del gruppo di progettisti proveniente da Sequential Circuits, fra cui Dave Smith, creatore del Prophet-5 e figura centrale nella nascita del MIDI, insieme a John Bowen e ad altri membri del team americano. Da quel lavoro nasce nel 1990 la Wavestation, che riprende la sintesi vettoriale sperimentata sul Prophet VS e introduce il Wave Sequencing.

Invece di limitarsi a miscelare poche sorgenti statiche, una Wave Sequence può concatenare fino a 255 step, ciascuno associato a una forma d’onda PCM e dotato di parametri propri di durata, intonazione, livello e crossfade. È una delle ragioni per cui la Wavestation diventa sinonimo dei pad complessi e in continua evoluzione degli anni Novanta. Una Wavestation EX fu utilizzata anche da Jim Reekes per creare uno dei celebri accordi di avvio dei Macintosh di quel periodo: uno di quei casi in cui un sintetizzatore entra nella vita quotidiana di milioni di persone senza che quasi nessuno sappia quale macchina stia ascoltando.

Nel 1993 Katoh riacquista la maggior parte della partecipazione posseduta da Yamaha, riportando il controllo della società nelle proprie mani. Le due aziende erano comunque rimaste entità distinte e avevano continuato a sviluppare autonomamente i rispettivi prodotti. Nel frattempo, nel 1992, Korg aveva acquisito Vox, storico marchio britannico legato soprattutto agli amplificatori per chitarra.

Dalla Trinity alla Triton, l’era delle grandi workstation

Nel 1995 arrivano la Prophecy, monofonica basata sul motore MOSS, capace di combinare analog modeling, VPM, strutture noise/comb e modelli fisici di strumenti acustici, e la Trinity, che inaugura una nuova generazione di workstation Korg. Quest’ultima porta sul mercato un’interfaccia touchscreen e un’architettura espandibile estremamente ambiziosa, ma anche un prezzo elevato.

La risposta arriva nel 1999 con la Triton. L’obiettivo dichiarato dagli stessi progettisti era conservare buona parte della potenza della Trinity rendendola più accessibile. Il nuovo motore HI offre 62 voci di polifonia, una sezione effetti molto più flessibile e soprattutto un sistema di campionamento che la rende particolarmente adatta alla produzione basata su loop, frasi e materiale audio. Con gli aggiornamenti del sistema operativo arriveranno anche funzioni come time slicing e time stretching.

La Triton diventa così una presenza costante negli studi e nei palchi dei primi anni Duemila, soprattutto nella produzione pop, R&B, hip-hop e dance. È importante perché dimostra ancora una volta come Korg riesca a trasformare tecnologie nate nella fascia alta in strumenti utilizzabili da un pubblico molto più ampio. La famiglia si allargherà in numerose versioni, dalla Triton Rack alla Studio e alla Extreme, mantenendo il nome in circolazione per buona parte del decennio.

Nel 2005 l’OASYS porta il concetto nella direzione opposta: una piattaforma estremamente sofisticata, costruita attorno a più motori di sintesi e a una struttura informatica interna, con un prezzo che la colloca inevitabilmente nella fascia professionale più alta. Nel 2011 KRONOS ne eredita buona parte della filosofia a motori multipli in una macchina decisamente più accessibile, inaugurando una famiglia destinata a rimanere centrale nel catalogo Korg per oltre un decennio.

Electribe, Kaoss Pad e microKORG: Korg esce dalla tastiera tradizionale

Alla fine degli anni Novanta Korg comincia però a occupare con molta decisione anche uno spazio diverso da quello delle workstation. Nel 1999 arriva la prima generazione Electribe, con macchine compatte costruite attorno a manopole, pulsanti e step sequencer. L’idea è quasi opposta a quella delle grandi workstation: invece di concentrare tutto in uno strumento capace di fare qualunque cosa, proporre apparecchi relativamente economici e immediati, ciascuno con una personalità e un compito ben definiti. È un’impostazione che tornerà, molti anni dopo, anche nella serie volca.

Lo stesso anno debutta il primo Kaoss Pad KP1. Il concetto è semplicissimo da spiegare e molto meno semplice da dimenticare dopo averlo provato: un processore di effetti controllato attraverso una superficie XY sulla quale il musicista può toccare, trascinare e muovere il dito. Invece di regolare separatamente una serie di parametri, il gesto diventa parte dell’effetto. Quell’interfaccia finirà per attraversare buona parte del catalogo Korg e per creare una famiglia di prodotti che, più di venticinque anni dopo, è ancora viva.

Nel 2002 arriva infine uno degli strumenti più importanti dell’intera storia recente dell’azienda: il microKORG. Utilizza una sintesi analog modeling derivata dalla piattaforma MS2000, ha minitasti, vocoder, pannello relativamente semplice e dimensioni abbastanza ridotte da finire nei setup di tastieristi, producer, chitarristi e gruppi che probabilmente non avrebbero mai acquistato una workstation. La sua longevità commerciale è eccezionale: oggi Korg lo indica come il sintetizzatore più venduto della propria storia. È difficile trovare un prodotto che riassuma meglio la filosofia raccontata fin qui: prendere tecnologia già disponibile, ridimensionarla, semplificarla e portarla davanti a un pubblico nuovo.

Il monotron e il ritorno dell’analogico

Nel 2010 Korg mette in commercio il monotron, un piccolo sintetizzatore analogico con ribbon controller al posto della tastiera, cinque manopole e alimentazione a batterie. Il circuito è ridotto all’essenziale: un VCO, un VCF e un LFO, con un filtro derivato dall’architettura degli MS-10 e MS-20. Il progetto nasce da una nuova generazione di ingegneri Korg nella quale emerge Tatsuya Takahashi, destinato a diventare una delle figure centrali del successivo ritorno dell’azienda all’analogico.

La cosa interessante è che il monotron funziona anche come esperimento industriale. Tornare a costruire analogico in grande serie dopo anni dominati dal digitale richiede competenze, componentistica e processi produttivi che non si possono dare per scontati. Il successo commerciale di quel piccolo strumento dimostra che esiste nuovamente un pubblico consistente per macchine analogiche economiche, compatte e immediate.

Da quella verifica prende forma buona parte di ciò che viene dopo. Nel 2013 arriva la serie volca, strumenti compatti dotati di sequencer e costruiti ciascuno attorno a una funzione precisa: ritmi, basso, sintesi polifonica e, negli anni successivi, numerose altre declinazioni. Nel 2015 Korg riporta in produzione l’ARP Odyssey, ricostruendone l’architettura con il contributo di David Friend, cofondatore di ARP Instruments.

Nel 2016 il minilogue porta quella filosofia in un vero sintetizzatore analogico polifonico a tastiera: quattro voci, due VCO per voce, sequencer, display con oscilloscopio e un prezzo di lancio inferiore ai cinquecento dollari negli Stati Uniti. L’obiettivo del gruppo di sviluppo era creare un nuovo analogico che non dipendesse semplicemente dalla fama di un sintetizzatore del passato. Ed è forse questa la differenza più importante rispetto alle molte riedizioni che nello stesso periodo cominciano ad affollare il mercato.

Dal digitale riscritto ai nuovi ibridi

La famiglia logue si allarga rapidamente: il monologue arriva nel 2017, il prologue nel 2018 affianca agli oscillatori analogici un Multi Engine digitale programmabile, mentre il minilogue xd del 2019 trasferisce buona parte di quella struttura ibrida in un formato più compatto. Nel 2022 il drumlogue applica un’impostazione analoga alle percussioni, mettendo insieme voci analogiche e digitali e aprendo attraverso il logue SDK una parte della piattaforma allo sviluppo di sintetizzatori ed effetti di terze parti.

Sul versante digitale, fra il 2020 e il 2021 tornano tre idee legate all’archivio Korg, ma con motori riprogettati. wavestate riparte dal Wave Sequencing della Wavestation, opsix rilegge la sintesi FM rendendo molto più accessibili i rapporti fra i sei operatori, mentre modwave sviluppa in chiave contemporanea un percorso che può essere ricondotto alla sperimentazione digitale iniziata con la serie DW, questa volta attraverso una vera architettura wavetable.

Nel 2024 queste famiglie arrivano anche in versioni desktop e debutta il microKORG2, chiamato a raccogliere un’eredità particolarmente pesante. Mantiene al centro la sintesi e il trattamento della voce, ma aggiorna radicalmente motore, interfaccia e possibilità operative, compreso un registratore di loop integrato. È significativo che, a più di vent’anni dal primo microKORG, Korg consideri ancora valido proprio quel formato: un sintetizzatore compatto che deve poter essere usato anche da chi non ha nessuna intenzione di diventare un programmatore di sintetizzatori.

Il catalogo del 2026 guarda avanti e indietro nello stesso momento

Negli ultimi anni questa abitudine a mescolare archivio e ricerca è diventata ancora più evidente. Il multi/poly, presentato nel 2024 e poi affiancato dalle versioni module e software, recupera esplicitamente l’idea del Mono/Poly del 1981 ma la porta dentro un sistema digitale di modellazione analogica di nuova generazione. I quattro oscillatori e alcune logiche di interazione dell’originale diventano il punto di partenza per un’architettura molto più ampia, nella quale convivono modellazione, wavetable, modulazioni e strutture derivate dal mondo modulare.

Ancora più radicale è il ritorno del PS-3300. Uno dei sintetizzatori più rari della storia Korg, prodotto originariamente in meno di cinquanta esemplari fra il 1977 e il 1981, è stato ricostruito con il coinvolgimento diretto di Fumio Mieda. La nuova versione conserva l’impostazione dell’originale ma aggiunge memorie programmabili, MIDI, USB e altre concessioni al presente. È difficile immaginare una dimostrazione più letterale di quanto l’azienda continui a trattare il proprio archivio come materiale ancora utilizzabile.

Nel 2025 è tornata anche KRONOS, aggiornata ma ancora riconoscibile come sviluppo della piattaforma nata nel 2011. Il dato interessante non è soltanto la longevità del nome: mentre una parte del mercato si è spostata verso computer e software, Korg continua a considerare sensato il concetto di workstation hardware autonoma, lo stesso terreno sul quale la M1 aveva costruito buona parte del successo dell’azienda quasi quarant’anni prima.

All’estremo opposto c’è il lavoro del gruppo nato come Korg Berlin e oggi evoluto in KORG IDS – Innovation & Design Studio, una struttura transdisciplinare distribuita fra Berlino e Tokyo. Da quella ricerca è arrivato nel 2026 phase8, nato dal lavoro avviato dal team berlinese e definito da Korg un “acoustic synthesizer”: otto voci elettromeccaniche utilizzano risonatori fisici in acciaio, controllati attraverso inviluppi, sequencer, modulazioni e wavefolding analogico. Qui la questione analogico contro digitale perde quasi significato, perché il generatore sonoro torna a essere un oggetto che vibra realmente.

Nello stesso 2026 è tornato anche il KAOSS PAD V, più di un quarto di secolo dopo il primo KP1. Non serve molta archeologia per riconoscere la continuità: una superficie da toccare con un dito per trasformare il suono rimane ancora oggi un’interfaccia abbastanza efficace da meritare una nuova generazione.

L’espansione non riguarda soltanto gli strumenti a tastiera. Nel maggio 2022 Korg USA ha acquisito una partecipazione di maggioranza nella finlandese Darkglass Electronics, specializzata in pedali, amplificatori e apparecchiature per basso. È una precisazione importante: non si tratta dell’acquisizione completa di Darkglass da parte della casa madre giapponese, ma di un’operazione condotta dalla controllata americana, già attiva anche con marchi come Aguilar e Spector.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Korg

1. Quando nasce Korg e da chi?
Il progetto prende forma nel 1962 a Tokyo con Tsutomu Katoh e Tadashi Osanai, che fondano i Keio Electronic Laboratories per sviluppare una nuova macchina ritmica. Il primo prodotto, la Donca-Matic DA-20, arriva nel 1963. Il nome Korg compare successivamente ed è legato a Keio e alla parola organ.

2. Qual è stato il primo sintetizzatore Korg?
Il miniKORG 700 del 1973, progettato da Fumio Mieda. Era un monofonico analogico a singolo oscillatore; nel 1974 il 700S aggiunse un secondo oscillatore, il ring modulator e altre funzioni. Korg ha ripreso il progetto nel 2021 con il miniKORG 700FS.

3. Perché l’MS-20 è così importante?
Uscito nel 1978, è un sintetizzatore monofonico semi-modulare con due oscillatori, filtri passa-alto e passa-basso risonanti, patch panel ed External Signal Processor. Dal 2013 Korg ne ha realizzato diverse riedizioni hardware ufficiali.

4. Qual è il sintetizzatore Korg di maggior successo?
Il microKORG del 2002 è oggi indicato dalla stessa Korg come il sintetizzatore più venduto della propria storia. La M1 del 1988 resta uno dei maggiori successi dell’azienda e la macchina che contribuì in modo decisivo all’affermazione del concetto di workstation integrando generazione PCM, effetti, drum machine e sequencer.

5. Perché Korg continua a riproporre strumenti del passato?
Perché l’archivio viene usato come materiale progettuale, non soltanto come operazione nostalgia. MS-20, miniKORG 700, PS-3300 e Mono/Poly sono tornati direttamente o come punto di partenza per macchine nuove, mentre progetti come phase8 mostrano che parallelamente continua anche la ricerca su idee che non hanno precedenti diretti.

Un catalogo che si legge come una serie di scelte

Chi ripercorre questa sequenza si accorge che uno dei fili conduttori non è soltanto tecnologico, ma anche economico. Molti dei prodotti Korg rimasti nella storia sono nati cercando di ridurre un limite senza perdere il carattere dello strumento: un solo oscillatore per voce e gli effetti integrati nel Polysix, un filtro condiviso nel Poly-800, un formato ridotto nel microKORG, un ribbon controller al posto della tastiera tradizionale nel monotron. Persino la Triton, uno dei grandi strumenti professionali degli anni Novanta, nasce anche dal tentativo di trasferire parte della filosofia della costosa Trinity in una macchina più abbordabile.

All’estremo opposto stanno macchine come i PS degli anni Settanta e l’OASYS del 2005, progetti nei quali il contenimento dei costi pesava molto meno e che, proprio per questo, sono rimasti strumenti più esclusivi. Ma è significativo che alcuni di quei concetti siano poi riapparsi, magari decenni più tardi e con tecnologie completamente diverse.

La storia di Korg è piena di ritorni, ma raramente è una semplice marcia all’indietro. Il Mono/Poly riappare dentro il multi/poly, la Wavestation dentro wavestate, il PS-3300 torna realmente in produzione e il Kaoss Pad del 1999 torna oggi nella nuova incarnazione KAOSS PAD V. Contemporaneamente, il gruppo di ricerca nato a Berlino prova a costruire sintetizzatori usando pezzi di acciaio che vibrano. Il passato, insomma, viene conservato abbastanza bene da poterlo riutilizzare, ma non abbastanza religiosamente da impedire di farci qualcosa di strano.

Se state guardando una Korg in negozio, sapere da dove arriva quella macchina non la farà suonare meglio, naturalmente. Aiuta però a capire perché certi strumenti del marchio sono costruiti in quel modo. È la storia di un’azienda che per oltre sessant’anni ha dovuto far convivere ambizione progettuale, prezzo e possibilità industriali e che, proprio dentro questi vincoli, ha trovato alcune delle idee che hanno lasciato il segno più profondo.



MUSICOFF NETWORK

Musicoff Discord Community Musicoff Channel on YouTube Musicoff Channel on Facebook Musicoff Channel on Instagram Musicoff Channel on Twitter