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Soundcraft Signature Plus 16: perché scegliere ancora un mixer analogico nel 2026

Alberto Recchia prova il Soundcraft Signature Plus 16: analogico, quattro Aux, USB-C, routing flessibile e soluzioni pensate per il lavoro reale.

Dopo averla vista in anteprima direttamente nella sede inglese di Soundcraft, è arrivato il momento di mettere le mani sulla nuova Soundcraft Signature Plus 16. Questa volta niente visita guidata e niente mixer osservato da lontano: Alberto Recchia, fonico professionista, percorre il banco praticamente dall’ingresso all’uscita per capire come è stato costruito e, soprattutto, quali problemi concreti cerca di risolvere.

Il risultato è un videotest che racconta molto bene la filosofia della nuova Signature Plus. Non un mixer analogico che prova a imitare una console digitale, ma una macchina che conserva l’immediatezza del percorso analogico aggiungendo USB, routing più flessibile, un sistema di monitoraggio insolitamente articolato e parecchie soluzioni nate chiaramente pensando a ciò che succede davvero durante un live, in sala prove o in un piccolo studio.

Per chi ha fretta: 5 cose da sapere sulla Soundcraft Signature Plus 16

1. È davvero un mixer analogico?
Sì. Il percorso principale rimane analogico, ma viene affiancato da un’interfaccia USB-C 4×4 fino a 192 kHz, effetti Lexicon e alcune funzioni di routing e monitoraggio particolarmente articolate.

2. Cosa troviamo sui canali mono?
Preamplificatori Ghost, EQ Sapphyre, compressore dbx OverEasy a singola manopola, insert TRS e sistema di metering SSM.

3. Quante mandate Aux ci sono?
Quattro su tutti i modelli Signature Plus, dal 12 al 32 canali. Possono essere configurate pre o post fader e affiancate dalla funzione Mix to Auxes.

4. A cosa serve il Talkback To?
Permette al fonico di utilizzare un ingresso talkback dedicato e indirizzare la comunicazione verso differenti destinazioni senza sacrificare un normale canale del mixer.

5. Perché parlarne nel 2026?
Perché esistono ancora numerosi contesti nei quali immediatezza, percorso del segnale visibile e accesso diretto ai controlli possono essere più pratici di una console organizzata in layer e pagine.

Un Signature Plus 16 costruito intorno al lavoro del fonico

Una delle idee più interessanti della nuova famiglia è che l’area master rimane sostanzialmente la stessa sui modelli da 12, 16, 22 e 32 canali. A cambiare è quindi soprattutto la quantità di ingressi disponibili, non il corredo fondamentale di uscite, Aux e funzioni di monitoraggio.

È una scelta meno banale di quanto possa sembrare. Un piccolo gruppo può aver bisogno di pochi ingressi ma di quattro mix monitor indipendenti; una sala prove può avere quattro musicisti e altrettante spie senza avere alcuna necessità di acquistare una console da venti o trenta ingressi. La Signature Plus prova a separare le due esigenze: numero dei canali e capacità di routing non devono necessariamente crescere insieme.

Sul modello protagonista del test troviamo una configurazione a 16 canali con dieci channel strip mono complete e tre sezioni stereo. Gli ingressi microfonici utilizzano i preamplificatori Soundcraft Ghost, mentre sui canali mono sono presenti insert TRS, filtro passa-alto, compressione e equalizzazione.

Ghost, dbx e Sapphyre sulla channel strip

Procedendo dall’alto verso il basso, Alberto Recchia parte dal gain e dal sistema di indicazione del livello. Qui entra in gioco SSM, Simple Success Metering, che distribuisce informazioni visive in più punti del percorso invece di affidare tutto al solo meter principale.

Durante il line check questo significa poter capire rapidamente se il segnale sta arrivando, osservare l’intervento della dinamica e verificare cosa sta succedendo dopo il fader. Non sostituisce naturalmente il PFL e il meter principale quando serve una regolazione precisa, ma offre una lettura immediata dello stato dei vari canali: in un banco analogico, dove non esistono schermate riepilogative, è un aiuto concreto.

Sui dieci canali mono troviamo poi il compressore dbx OverEasy a singola manopola. Il controllo agisce sulla soglia e il circuito gestisce automaticamente parte del comportamento del compressore, compreso il recupero del livello. L’idea è offrire una dinamica utilizzabile rapidamente senza trasformare ogni canale in un piccolo rack di processamento.

Subito sotto arriva l’EQ Sapphyre a tre bande, con medi semiparametrici. Uno degli aspetti approfonditi da Recchia riguarda il comportamento asimmetrico della curva: in boost la campana tende a essere più larga, mentre in attenuazione diventa più selettiva. Tradotto nella pratica, l’incremento può essere usato per una modellazione timbrica piuttosto naturale, mentre un taglio può intervenire in maniera più circoscritta su una frequenza problematica.

Non siamo di fronte alla libertà di un equalizzatore parametrico completo, né questa vuole essere la sua funzione. È piuttosto una soluzione che cerca di rendere più difficile un intervento eccessivamente distruttivo, soprattutto quando il mixer viene utilizzato da chi non lavora quotidianamente come fonico.

4 Aux e una quinta mandata per gli effetti

Una parte importante del videotest è dedicata alle quattro mandate Aux. Sono presenti sull’intera gamma Signature Plus e possono essere impostate dall’area master in modalità pre o post fader. Nel primo caso diventano la scelta naturale per i monitor di palco; nel secondo possono essere impiegate per altre applicazioni in cui interessa seguire il livello del canale.

A queste si aggiunge una mandata dedicata al processore effetti integrato. La distinzione è resa evidente anche dalla grafica del pannello: le Aux sono identificate dal verde, mentre il percorso FX utilizza il blu. È un piccolo esempio di quella codifica cromatica sulla quale Soundcraft ha lavorato parecchio anche nel resto della superficie.

La Signature Plus introduce inoltre la funzione Mix to Aux. In sostanza è possibile utilizzare il mix principale come base per un’Aux e aggiungere poi le variazioni richieste dal musicista. È una funzione particolarmente sensata con gli in-ear monitor, dove spesso si parte da un’immagine piuttosto completa del mix per poi mettere in evidenza voce, chitarra o altri elementi richiesti dall’esecutore.

Va compresa correttamente: il sistema lavora in maniera additiva. Non permette quindi di sottrarre dalla mandata ciò che è già presente nel mix di partenza, ma consente di costruire rapidamente un monitor partendo da una base già pronta.

Lexicon: gli effetti non sono soltanto un preset da scegliere

La sezione blu ospita il processore hardware Lexicon. Nel videotest Recchia mostra come i preset siano organizzati tra riverberi, delay e modulazioni e come sia possibile modificarne alcuni parametri senza perdere il riferimento dell’impostazione originale.

Gli indicatori aiutano infatti a ritrovare il valore previsto dal preset quando un parametro viene modificato, mentre le funzioni Store e Tap Tempo permettono rispettivamente di conservare una configurazione e sincronizzare gli effetti temporali. Due ingressi per pedale consentono inoltre di gestire FX Bypass e Tap Tempo senza dover intervenire manualmente sul mixer.

Il ritorno effetti può essere indirizzato al master e ai gruppi, ascoltato tramite PFL e inviato alle Aux. Quest’ultima possibilità va naturalmente usata con criterio nel monitoraggio dal vivo: mandare un riverbero dentro una spia non è sempre la strada più tranquilla per trascorrere la serata.

Il talkback non ruba un canale

Fra le soluzioni più operative c’è il Talkback To. La Signature Plus dispone di un ingresso microfonico dedicato per il fonico, evitando così di sacrificare uno degli ingressi normali soltanto per comunicare con il palco.

Il grande pulsante dedicato può essere utilizzato come push-to-talk oppure in modalità latched, lasciando quindi aperto il microfono senza dover tenere continuamente premuto il comando. Nel videotest viene mostrata anche la possibilità di indirizzare il talkback verso le Aux e di sfruttarlo nella preparazione degli effetti.

C’è inoltre una conseguenza pratica interessante: il talkback può diventare utile non soltanto per parlare con i musicisti, ma anche per raggiungere altre destinazioni configurate nel sistema. In un piccolo evento, per esempio, lo stesso percorso può tornare comodo quando serve effettuare rapidamente una comunicazione senza cercare un microfono libero e ripensare il routing al volo.

USB-C 4×4: registrazione e playback senza consumare il mixer

La parte digitale della Signature Plus non tenta di trasformare la console in qualcosa che non è. Serve piuttosto ad aprirla verso computer e dispositivi mobili attraverso una interfaccia USB-C 4×4 capace di lavorare fino a 192 kHz.

Gli ingressi USB possono essere instradati sulle channel strip stereo, ma Soundcraft ha previsto anche un accesso diretto al master per applicazioni come musica di intervallo o playback. In questo modo non è obbligatorio occupare una coppia di canali quando il banco è già utilizzato al limite della propria capacità.

Anche sul fronte della registrazione i quattro canali acquistano significato. Nel test viene mostrato come i flussi USB possano essere ottenuti da differenti punti del mixer, permettendo per esempio di separare il livello destinato alla sala da quello inviato alla registrazione. È esattamente il tipo di esigenza che emerge quando a un concerto si presenta un videomaker con un recorder o quando bisogna alimentare uno streaming senza inseguire il livello del PA.

Il meter principale utilizza inoltre una doppia scala che mette in relazione il mondo analogico e quello digitale, con indicazioni in dBu e dBFS: un dettaglio utile quando la stessa console sta contemporaneamente pilotando un impianto e registrando attraverso USB.

Cuffie e Control Room diventano qualcosa di più

Probabilmente la parte meno evidente guardando semplicemente una fotografia del mixer è la sezione di monitoraggio. Uscita cuffie e Control Room sono gestibili separatamente e possono ricevere sorgenti differenti, comprese Aux, Listen bus, mix principale e ritorni USB.

È qui che Recchia spinge il Signature Plus oltre l’impiego più convenzionale. In un piccolo live, dove una vera Control Room spesso non esiste, quell’uscita può diventare una risorsa aggiuntiva: un feed per un altro ambiente, una destinazione per un monitor, un’uscita per una ripresa video o un’altra distribuzione del segnale.

Completano la sezione le funzioni Mute, Dim e Mono Sum. Il Dim permette di abbassare temporaneamente il livello senza perdere la posizione dei controlli, mentre il Mono Sum è utile per verificare come si comporta un mix quando viene sommato in mono.

Un mixer analogico nel 2026 ha ancora senso?

Il videotest finisce inevitabilmente su una domanda che va oltre la scheda tecnica: perché progettare oggi un mixer analogico?

La risposta di Alberto Recchia parte dalla didattica e dalla sua esperienza professionale. Su una console analogica il percorso del segnale rimane fisicamente leggibile: un controllo occupa un posto preciso, la sua posizione corrisponde a uno stato preciso e non esistono layer nei quali una stessa manopola possa assumere funzioni differenti.

Questo non rende automaticamente l’analogico migliore del digitale. Una console digitale offre memorie, processamento, routing e possibilità operative impensabili su una macchina di questa categoria. Ma il rapporto fra gesto e risultato cambia, e per chi sta imparando può essere utile vedere contemporaneamente l’intero percorso del segnale senza doverlo ricostruire attraverso pagine e menu.

Secondo Recchia, partire dall’analogico aiuta proprio a rendere più solide alcune basi che successivamente tornano utili anche davanti a un mixer digitale. È una valutazione legata alla sua esperienza di fonico e docente, ma spiega bene perché questa categoria continui a trovare spazio in sale prova, piccoli teatri, associazioni, locali, strutture didattiche e situazioni nelle quali il mixer viene utilizzato da più persone con livelli di esperienza differenti.

Più interessante per quello che fa che per quello che promette

Il Signature Plus 16 non cerca di vincere una gara immaginaria contro le console digitali. La parte interessante del progetto è piuttosto il tentativo di capire cosa manca davvero quando si lavora con un piccolo mixer analogico: più Aux senza salire di taglia, un talkback dedicato, un monitoraggio che possa diventare routing aggiuntivo, USB utilizzabile senza sacrificare ingressi, indicazioni del livello distribuite lungo il percorso e controlli che rimangano leggibili anche quando si lavora velocemente.

Nel videotest sono proprio queste soluzioni a occupare la maggior parte del tempo, molto più di qualsiasi discorso nostalgico sull’analogico. Ed è forse il modo più corretto di leggere questa nuova generazione Signature: non un ritorno al passato, ma un banco tradizionale ripensato alla luce di problemi che sul palco continuano a essere estremamente attuali.

I prodotti Soundcraft sono distribuiti in Italia da Exhibo.



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