Alla fine degli anni Sessanta, su una parete del Sound Post, negozio di strumenti di Evanston appena a nord di Chicago, era appesa una chitarra gialla pallida con un cartello scritto in cifre grandi: diecimila dollari. Nello stesso periodo una Gibson Les Paul Custom nuova ne costava 595.
A guardarla dal basso c’era un ragazzo del posto che in quel negozio entrava spesso, Jol Dantzig. In una rubrica pubblicata nel 2023 su Premier Guitar ha ricostruito la scena per intero, compreso il dettaglio che conta più di tutti: il proprietario non staccò la chitarra dalla parete, non gliela fece toccare e quel rifiuto, scrive, è all’origine dei cinquant’anni che ha poi trascorso a costruire strumenti. La catena di eventi che parte da quel muro arriva fino a Hamer Guitars, uno dei marchi che hanno aperto la strada alla liuteria boutique americana costruendo strumenti nuovi con criteri ispirati alle grandi chitarre degli anni Cinquanta.
Diecimila dollari per una chitarra che non era in vendita
Il Sound Post era gestito da Rudy Schlacher, che secondo il racconto di Dantzig proveniva dalla liuteria violinistica e si era fatto le ossa nel commercio di strumenti alla Guitar Gallery di Chicago nei primi anni Sessanta, prima di aprire il proprio negozio. Un profilo del genere spiega parecchio: chi ha lavorato sugli archi ha in testa l’idea che uno strumento possa valere per quello che è e non per quello che il listino dice quel mese, ed è un modo di pensare che nel mondo della chitarra elettrica, nel 1968, era ancora tutt’altro che comune.
Quel cartellino era un gesto teatrale. Schlacher, scrive Dantzig, non aveva nessuna intenzione di vendere quella chitarra, e il prezzo assurdo serviva esattamente a questo: tenerla appesa e farla guardare. Alla domanda del ragazzo rispose spiegandogli che aveva davanti uno strumento rarissimo, di cui pochissimi avevano sentito parlare e ancora meno avevano visto dal vivo. Poi la lasciò dov’era.
La descrizione che Dantzig dà di quella prima occhiata è rimasta la stessa a distanza di mezzo secolo: colore giallo pallido, una forma «come una specie di Dorito mutante», la paletta allungata che sembrava una banana e, sopra, il logo Gibson. Chiunque abbia visto una Explorer sa che è una descrizione onesta. Nel 1968, però, quel profilo non era ancora il simbolo che sarebbe diventato: era semplicemente una cosa strana appesa in alto, con un prezzo da non credere.
Che cosa era davvero quella chitarra gialla
La chitarra era una Gibson Explorer del 1958, uno dei progetti con cui Gibson tentò di portare un’estetica radicalmente nuova nel mondo delle solid body. Insieme alla Flying V e al progetto Moderne, che all’epoca non arrivò alla produzione di serie, faceva parte della famiglia di design oggi ricordata come Modernistic. Il corpo era in korina, nome con cui nel settore viene comunemente indicato il limba: un legno dal colore chiaro che Gibson scelse per le Explorer e Flying V originali. L’idea era mostrare che l’azienda dei mandolini e delle archtop sapeva disegnare il futuro. Il mercato rispose in modo brutale.
I numeri chiariscono perché Schlacher potesse chiedere diecimila dollari senza ridere: secondo i dati di spedizione comunemente accettati dagli storici del marchio, nel 1958 furono spedite 19 Explorer e nel 1959 altre tre; un piccolo numero di esemplari venne poi completato nei primi anni Sessanta utilizzando parti rimaste in magazzino. Vuol dire che la prima serie dell’Explorer rimase minuscola. Se avete presente quanto sia diventata familiare quella sagoma dagli anni Ottanta in poi, vale la pena ricordare che, al momento della sua nascita, quasi nessuno l’aveva vista in mano a un musicista.
Questo è il punto che rende la scena di Evanston qualcosa di più di un aneddoto da negozio. Dantzig non stava guardando un normale modello di catalogo che avrebbe potuto ordinare risparmiando per due anni. Stava guardando uno strumento rarissimo e fuori produzione, in un’epoca in cui le repliche di quei design erano ancora iniziative artigianali isolate e il mercato non aveva ancora trasformato il passato in una categoria commerciale.
Da Wilmette al seminterrato di un riparatore
Nel 1973 Dantzig divenne socio di Paul Hamer in Northern Prairie Music, negozio di Wilmette, sobborgo a nord di Chicago, specializzato in strumenti usati, restauri e quello che allora cominciava appena a essere definito vintage. Da lì in avanti la storia smette di essere quella di un ragazzo che guarda una chitarra e diventa quella di due commercianti che decidono di costruirne una.

Il pezzo di partenza arrivò da Jim Beach, che a Chicago aveva un piccolo negozio su Lincoln Avenue, Wooden Music, e costruiva strumenti nel retro. Beach era un macchinista e un ebanista, realizzava chitarre solid body di propria progettazione e aveva già costruito alcune repliche di Flying V ed Explorer. Dantzig e Hamer gli comprarono un husk in mogano allo stato grezzo, cioè un semilavorato ancora privo di finitura e hardware.
Il resto del lavoro passò per un seminterrato di periferia. John Montgomery era il riparatore a cui il negozio affidava gli interventi più difficili, dalle verniciature ai manici rotti, e nel racconto di Dantzig aveva già applicato un top in acero fiammato a una Les Paul Professional per l’olandese Jan Akkerman. L’anno prima, nel 1973, con il suo aiuto era nato quello che viene generalmente considerato il primo strumento Hamer: un basso a forma di Flying V costruito per Dantzig stesso.
Quello che avevano in testa nel 1974 era preciso: non una replica dell’Explorer appesa al Sound Post e nemmeno una copia della Les Paul Standard del 1959, ma un incrocio fra le due, la sagoma spigolosa con un top in acero fiammato con binding. Non era una scelta dettata da un mercato già formato: il vintage chitarristico non era ancora diventato un fenomeno di massa. Era semplicemente lo strumento che loro volevano avere.
Nel dicembre del 1974 la lavorazione del legno, il binding e la verniciatura erano stati completati da Montgomery; il montaggio dell’hardware e la messa a punto si conclusero poi al banco di Northern Prairie Music. Al ponte venne montato un humbucker Gibson PAF originale. La chiamarono Standard e, secondo il racconto di Dantzig, suonava sorprendentemente bene.
7 dicembre 1974, dietro le quinte a Chicago
Il giorno dopo la fine del montaggio, i due caricarono in macchina diverse chitarre d’epoca e andarono dietro le quinte di un concerto dei Wishbone Ash a Chicago. Portare strumenti direttamente ai musicisti in tour era uno dei modi in cui si faceva commercio nel circuito vintage di quegli anni. Insieme alle chitarre d’epoca c’era anche la Standard appena finita.
Il chitarrista Andy Powell la guardò e declinò. È il dettaglio che di solito si dimentica quando si raccontano le origini di un marchio, e invece è quello decisivo: il primo professionista a cui Dantzig e Hamer mostrarono la nuova Standard disse di no.
A quel punto entrò in scena il bassista Martin Turner, che chiese se fosse possibile costruire un basso con quella sagoma. Turner e Dantzig si sedettero con carta e matita e scrissero le specifiche una per una: pickup e ponte Thunderbird, manico stretto, scala da 34 pollici, finitura nera lucida con una quantità minima di metal flake, perché doveva sembrare, come lo descrisse Turner, «il cielo di notte». Uscendo dal locale, Paul Hamer chiese ad alta voce: «Come diavolo facciamo a costruirlo?». Dantzig rispose che avrebbero trovato il modo, come sempre.
Era il primo ordine di quella che Dantzig definisce Modern Vintage. Il basso costruito per Turner è ricordato come il primo Hamer con numero di serie, 0001; la Standard di Paul Hamer venne invece contrassegnata 0000 e passò successivamente nelle mani di Rick Nielsen dei Cheap Trick.
Perché quel rifiuto conta ancora nella liuteria americana
Modern Vintage è una formula che oggi suona quasi banale, perché mezzo settore la applica. Nel 1974 era una posizione precisa e piuttosto solitaria: costruire strumenti nuovi con la logica costruttiva, i materiali e le proporzioni di quelli degli anni Cinquanta, invece di inseguire l’estetica del momento. Non era nostalgia da collezionisti, perché il collezionismo di chitarre elettriche stava appena nascendo. Era un giudizio tecnico su cosa funzionava meglio.

Il seguito è noto a chi frequenta il vintage americano. Il marchio Hamer comparve sugli annunci di settore già nel 1974, mentre la Standard entrò in una produzione limitata nel 1975, mantenendo a lungo una forte componente su ordinazione. Nel 1977 arrivò la Sunburst, il modello pensato per volumi più ampi. È in questi anni che Hamer si guadagnò il ruolo di pioniera del movimento boutique americano. Rick Nielsen contribuì in modo decisivo alla visibilità del marchio sul palco, e la sua prima Hamer a cinque manici, costruita nel 1981, rimane probabilmente l’immagine più celebre lasciata dall’azienda al grande pubblico.
C’è però un passaggio che chiude il cerchio meglio di qualunque altro, e riguarda proprio Gibson. A metà degli anni Settanta Gibson reintrodusse la Explorer, riportando stabilmente il modello in produzione tra il 1975 e il 1976, dopo che la produzione originale era cessata nei primi anni Sessanta. Diverse ricostruzioni storiche collegano almeno in parte quel ritorno alla crescente attenzione per le forme Explorer-style e al successo che Hamer stava ottenendo con la Standard. Sarebbe eccessivo ridurre la decisione di Gibson a una sola causa, ma il punto resta: la Explorer del 1958 contribuì alla nascita della Hamer Standard, e il successo di strumenti ispirati a quella sagoma aiutò a dimostrare che il mercato, nel frattempo, era cambiato.
Da lì in avanti la sagoma smise di essere una curiosità e diventò una categoria. Negli anni Ottanta la si ritrova, spesso reinterpretata con linee ancora più aggressive e hardware pensato per le esigenze dell’hard rock e del metal, nei cataloghi di numerosi costruttori. Il percorso che ce l’ha portata passa anche per un negozio di Evanston, un seminterrato di periferia e un camerino di Chicago, non soltanto per un ufficio marketing.
Il finale industriale è più complicato di un semplice «fine della storia». Hamer venne acquisita da Kaman Music nel 1988 e passò sotto Fender quando FMIC rilevò Kaman Music alla fine del 2007. Nel dicembre del 2012 Fender annunciò la cessazione della produzione Hamer dopo il completamento degli ordini in corso, chiudendo di fatto la stagione delle Hamer USA. Nel 2017, però, KMC Music rilanciò il marchio con una linea di strumenti di importazione; oggi Hamer esiste ancora come marchio della galassia JAM USA. Quello che si è chiuso è dunque il capitolo della boutique americana nata a Wilmette, non il nome Hamer. E l’idea resta intatta: si può costruire nuovo guardando indietro senza limitarsi a copiare.
Per chi ha fretta: 5 risposte sulla nascita di Hamer Guitars
1. Qual è la chitarra all’origine di questa storia?
Una Gibson Explorer del 1958 in korina, esposta alla fine degli anni Sessanta nel negozio Sound Post di Evanston, in Illinois, con un cartellino da diecimila dollari. Il proprietario non voleva venderla e non permise a Jol Dantzig di suonarla.
2. Perché quella Explorer era già considerata rarissima?
Perché ne esistevano pochissime. I dati di spedizione comunemente accettati indicano 19 Explorer nel 1958 e tre nel 1959; un piccolo numero di altri esemplari venne completato nei primi anni Sessanta utilizzando parti rimaste in magazzino. Una Les Paul Custom nuova, nello stesso periodo, costava 595 dollari.
3. Quando nasce Hamer Guitars?
Le radici risalgono al 1973, quando Jol Dantzig divenne socio di Paul Hamer in Northern Prairie Music a Wilmette, in Illinois, e prese forma il primo strumento Hamer. La società Hamer Guitars sarebbe stata formalmente incorporata nel 1976.
4. Come arrivò il primo ordine?
Il 7 dicembre 1974, dietro le quinte di un concerto dei Wishbone Ash a Chicago. Il chitarrista Andy Powell declinò la Standard, ma il bassista Martin Turner chiese di farsi costruire un basso con la stessa sagoma, con pickup e ponte Thunderbird e scala da 34 pollici.
5. Che cosa significa Modern Vintage?
Costruire strumenti nuovi adottando materiali, proporzioni e logica costruttiva ispirati alle grandi chitarre degli anni Cinquanta invece di inseguire soltanto l’estetica contemporanea. È l’impostazione che avrebbe reso Hamer una delle aziende di riferimento per la nascente liuteria boutique americana.
Quello che resta di una chitarra mai suonata
Nella sua rubrica Dantzig chiude ringraziando Rudy Schlacher proprio per il rifiuto, e non è una battuta. Se quella Explorer gliel’avesse messa in mano, sarebbe stato un pomeriggio interessante e nient’altro. Restando appesa fuori portata è diventata un problema da risolvere, e i problemi da risolvere sono l’unica cosa che fa alzare qualcuno da una sedia.
Se vi capita di avere fra le mani uno strumento che vi sembra sbagliato per il vostro momento o per il vostro portafoglio, tenete conto che è esattamente la posizione in cui si trovava un ragazzo di Evanston davanti a un cartellino da diecimila dollari. Quello che ne uscì non fu una copia di quella chitarra: fu una chitarra diversa, nata dal fatto che quella lì non si poteva avere.










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