Sotto il battipenna di una Jazzmaster verosimilmente assemblata nel 1961 c’è un nome scritto a matita, Bill, fra le due cavità dei pickup. Nella sede del manico, impresso a caldo, c’è un marchio di due lettere: EB. Sono due indizi di una chitarra che non nacque per il normale ciclo commerciale.
La seconda è una Gibson del 1962, finitura cherry, corpo a doppio cutaway. Sulla paletta, esattamente nel punto in cui dovrebbe stare il numero di serie, è battuto per intero un numero di previdenza sociale. Lo stesso numero torna scritto a pennarello indelebile sul coperchio del vano dei controlli e all’interno della piastra che chiude il vibrola.
Entrambi gli strumenti sono passati per il banco di Mike & Mike’s Guitar Bar, che ne ha documentato i segni uno per uno e li presenta come employee guitars: strumenti assemblati da dipendenti per uso personale, spesso con componenti provenienti da scarti, seconde scelte o lotti di anni diversi. La provenienza, però, va letta con cautela, perché per oggetti di questo tipo la documentazione di fabbrica è normalmente molto più scarsa rispetto a quella degli strumenti di produzione.
Fullerton: un corpo del 1958, un manico del 1961 e i fori che non tornano
Il corpo è di fine 1958, cioè del primo periodo della Jazzmaster, presentata al NAMM di quell’anno con il battipenna in alluminio anodizzato dorato. Dall’estate del 1959 Fender passò al battipenna in celluloide tartarugata, che aveva un numero e una disposizione di viti diversi. Manico, elettronica e ferramenta di questa chitarra sono invece del 1961. Tradotto: il corpo e il battipenna montato sopra non erano d’accordo su dove andassero le viti.
Chi l’ha assemblata non ha ripreso il corpo con la punta da trapano per farlo tornare. Ha aggiunto viti dove serviva e, nei punti in cui i fori del battipenna cadevano nel vuoto, ha ricavato piccoli supporti usando la fibra vulcanizzata usata per le piastre delle bobine (flatwork) dei pickup e un pezzo di gomma. Sessant’anni dopo quei supporti sono ancora al loro posto e continuano a fare il loro lavoro.
Il corpo porta anche un altro marchio, Factory 2nd, cioè seconda scelta di fabbrica. Mike & Mike’s Guitar Bar ritiene probabile che la classificazione dipendesse dalla finitura: il corpo mostra due serie di fori lasciati dai chiodi usati durante la verniciatura, con una delle due serie riempita prima di un’ulteriore applicazione di lacca sul bordo del sunburst.
Non è quindi corretto parlare con certezza di un difetto strutturale; il marchio indica piuttosto che quel componente non rientrava nello standard ordinario della produzione. Ed è proprio questa anomalia, insieme agli altri segni, a rafforzare l’ipotesi dell’assemblaggio interno.

Poi c’è il marchio nella sede del manico, impresso a caldo con un saldatore: EB. Mike & Mike’s Guitar Bar lo interpreta come Employee Build, ma precisa che si tratta di un’ipotesi, resa plausibile dal marchio Factory 2nd e dal resto della configurazione. Ed è a quel punto che il nome a matita smette di sembrare un’anomalia isolata.
A Fullerton lasciare iniziali e date sui componenti era una pratica ben documentata. Il caso più noto è quello di Tadeo Gomez, che negli anni Cinquanta lavorava i manici e lasciava sul tacco le proprie iniziali a matita, TG, spesso accompagnate da una data. Oggi quei segni sono diventati un dettaglio molto ricercato dai collezionisti. In una fabbrica in cui i singoli componenti conservavano spesso la traccia di chi li aveva lavorati, un nome scritto fra le cavità dei pickup non è quindi fuori contesto.
Nel 1962 la chitarra che oggi chiamiamo tutti SG portava ancora la scritta Les Paul sul coperchio del truss-rod. Gibson aveva sostituito il precedente corpo a spalla singola con quello nuovo, sottile e a doppio cutaway, nel 1961, ma nel catalogo del 1962 il modello era ancora indicato semplicemente come Les Paul Standard.
Nel 1963 il nome Les Paul venne rimosso dal truss rod cover e il modello assunse la denominazione SG Standard. L’espressione Les Paul SG Standard, oggi molto usata per distinguere queste prime versioni dalla Les Paul a spalla singola, è quindi una denominazione retrospettiva, non quella riportata dal catalogo Gibson del 1962.
Vista da lontano sembra una Standard del 1962 come tante. Cherry, due humbucker e il Sideways Vibrola, il vistoso sistema di vibrato che Gibson presentò nei materiali promozionali del 1961 sottolineando il movimento della leva nella direzione della pennata. Durò poco: nel catalogo del 1964 era già stato sostituito dal Gibson Deluxe Vibrola.

I dettagli, però, non corrispondono alla configurazione normale di una Standard del 1962. Le meccaniche sono Grover Rotomatics nichelate con dicitura Pat. Pending e, secondo Mike & Mike’s Guitar Bar, sono originali dello strumento, non una sostituzione successiva: non ci sono infatti fori alternativi o tasselli che facciano pensare al precedente montaggio delle Kluson previste normalmente sulla Standard. Il coperchio del vano dei controlli è realizzato in lamiera di alluminio anziché nella consueta plastica. Anche il coperchio del vibrola è anomalo: è un componente originariamente dorato, del tipo usato su SG Custom o ES-355, dal quale la doratura è stata rimossa fino a lasciare esposta la nichelatura sottostante.
E poi c’è il numero. Non le iniziali, non un soprannome: un numero di previdenza sociale completo, battuto sulla paletta al posto del seriale e ripetuto altre due volte in punti che vede soltanto chi apre lo strumento. È un identificativo personale molto più esplicito delle normali sigle di fabbrica e rende quella chitarra immediatamente riconoscibile per chi sappia dove guardare. Non basta, da solo, a dimostrare chi abbia materialmente costruito lo strumento, ma è uno degli indizi principali su cui si basa la ricostruzione della sua storia.
Due firme, due idee di anonimato
Le due chitarre nascono a poca distanza di tempo, una in California e l’altra in Michigan, dentro due aziende che avevano metodi e storie diverse. Il quadro ricostruito da Mike & Mike’s Guitar Bar è però simile: strumenti messi insieme da dipendenti per uso personale, con componenti prelevati da scarti, seconde scelte o disponibilità di reparto e lavorati nelle pause o a turno finito. È anche il punto debole di questi oggetti, perché un montaggio del genere non seguiva le stesse procedure della produzione regolare: la documentazione è scarsa, e gran parte di ciò che sappiamo deriva dall’esame dello strumento stesso.

La differenza industriale fra le due aziende spiega buona parte di come quel gesto potesse concretizzarsi. Fender aveva impostato le sue solidbody su una logica fortemente modulare: corpi, manici, battipenna precablati e ferramenta arrivavano al banco come componenti separati e si univano prevalentemente con viti, perché il manico avvitato era uno degli elementi centrali del progetto di Leo Fender fin dalla Broadcaster. Per assemblare una chitarra era quindi relativamente semplice combinare componenti di provenienza diversa, ed è proprio ciò che si osserva sulla Jazzmaster, dove un corpo del 1958 convive con parti di tre anni dopo.
Gibson lavorava in un altro modo, e da molto più tempo: l’azienda veniva dalla costruzione di mandolini e strumenti a corda tradizionali, e sulla SG il manico incollato viene unito al corpo prima delle fasi finali di assemblaggio. Quando si arriva al montaggio di elettronica e ferramenta, corpo e manico sono quindi già strutturalmente uniti. È coerente che gli elementi attribuiti all’employee build di questa chitarra riguardino soprattutto parti sostituibili o lavorabili separatamente, come meccaniche, coperchi e piastra del vibrola. La chitarra ha comunque subito anche modifiche invasive in epoche successive, tra cui l’aggiunta di un terzo pickup e interventi sul ponte, poi in parte ripristinati da Guitar Bar: non vanno confuse con i dettagli ritenuti originari dell’assemblaggio interno.
Per questo i segni contano più del solito. Da una parte una matita e due lettere impresse in un punto che si vede soltanto smontando il manico, coerenti con l’abitudine Fender di lasciare iniziali e date sui componenti. Dall’altra un numero di previdenza sociale, uno dei principali identificativi personali usati negli Stati Uniti, messo nella posizione più esposta dello strumento e poi ribadito due volte all’interno.
Sul perché, conviene fermarsi. Nessuna fonte dice cosa avesse in mente chi ha battuto quel numero sulla paletta, e provare a ricostruirlo significherebbe inventare. Quello che si può osservare è l’effetto: gli indizi sulla Jazzmaster sono quasi tutti nascosti sotto il battipenna o nella sede del manico, mentre sulla Gibson l’identificativo più evidente è inciso direttamente sulla paletta e poi ripetuto all’interno.
Cosa cambia quando uno strumento nasce fuori dal listino
Un corpo marchiato seconda scelta non è necessariamente strutturalmente difettoso. Nel caso della Jazzmaster, Mike & Mike’s Guitar Bar collega con cautela il marchio Factory 2nd alle anomalie della finitura e alle due serie di fori dei chiodi. Quei segni, da soli, non indicano un problema di suonabilità: raccontano piuttosto che il componente non rientrava nello standard commerciale ordinario. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti di entrambe le chitarre: materiali e lavorazioni provenienti dalle stesse fabbriche, ma fuori dalle configurazioni previste dal catalogo.

Vale anche per la ferramenta. Le Grover al posto delle Kluson, l’alluminio al posto della plastica sul coperchio, la piastra dorata del vibrola privata della finitura superficiale: nessuna di queste scelte corrisponde alla configurazione standard di una Les Paul Standard del 1962, anche se alcuni componenti provenivano da altri modelli Gibson. Sul motivo delle singole scelte non si può che rimanere sul piano del possibile, perché nessuno le ha messe per iscritto.
Il rovescio della medaglia arriva puntuale il giorno in cui uno di questi strumenti torna sul mercato. Una chitarra da dipendente può essere molto difficile da autenticare, perché spesso manca la documentazione che accompagna gli strumenti con una provenienza più facilmente ricostruibile: restano i segni fisici, la coerenza dei componenti e il racconto dei proprietari precedenti. La sede del manico, i vani interni e il rovescio del battipenna possono offrire indizi importanti, ma nessun singolo dettaglio basta da solo: la domanda utile è se tutti gli elementi disponibili raccontino una storia coerente.
Per chi ha fretta: 5 risposte sulle chitarre da dipendente
1. Che cosa sono le chitarre da dipendente?
Strumenti assemblati da lavoratori della fabbrica per uso personale, spesso con componenti provenienti da scarti, seconde scelte o disponibilità di reparto. Proprio perché non seguivano il normale percorso della produzione commerciale, la loro provenienza è spesso difficile da documentare.
2. Come si riconosce la Jazzmaster di cui si parla qui?
Ha un corpo di fine 1958 con marchio Factory 2nd unito a manico, elettronica e ferramenta del 1961, un nome scritto a matita fra le cavità dei pickup e un marchio EB impresso a caldo nella sede del manico. Mike & Mike’s Guitar Bar interpreta EB come Employee Build, precisando però che si tratta di un’ipotesi. Sotto il battipenna ci sono inoltre piccoli supporti ricavati a mano dalla fibra vulcanizzata usata per il flatwork dei pickup e gomma.
3. E la Gibson del 1962?
È una Les Paul Standard con il corpo che oggi associamo alla SG, finitura cherry e Sideways Vibrola. Al posto del numero di serie, sulla paletta è battuto per intero un numero di previdenza sociale, ripetuto sul coperchio del vano dei controlli e sotto la piastra del vibrola.
4. Perché nel 1962 una SG si chiamava ancora Les Paul?
Il nuovo corpo sottile a doppio cutaway arrivò nel 1961, ma nel catalogo Gibson del 1962 il modello era ancora denominato Les Paul Standard. Nel 1963 la scritta Les Paul venne rimossa dal truss rod cover e il modello assunse il nome SG Standard.
5. Quanto contano questi strumenti per un collezionista?
La loro particolarità è indubbia, ma l’autenticazione richiede cautela perché la documentazione è spesso incompleta. Segni fisici, componenti, lavorazioni e provenienza devono essere valutati insieme, senza attribuire a un singolo dettaglio un valore probatorio assoluto.
Quello che resta di due modi di stare in fabbrica
Lo stabilimento Gibson di Parsons Street, a Kalamazoo, ha chiuso nel 1984, mentre Fender ha lasciato Fullerton nel 1985. Con la fine di quei due capitoli industriali si è chiuso anche il contesto specifico in cui nacquero questi strumenti: fabbriche, reparti, componenti e consuetudini produttive che oggi possiamo ricostruire soprattutto attraverso gli oggetti rimasti.
Restano due strumenti che nessun catalogo contemplava in queste configurazioni, un nome a matita sotto un battipenna e un numero battuto su una paletta. Per chi guarda le chitarre anche come oggetti di lavoro e testimonianze di fabbrica, raccontano qualcosa che le normali schede tecniche dell’epoca lasciano inevitabilmente fuori.










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