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Ed Sullivan, 1964: la sera in cui una Les Paul Burst diventò un mito

Il 25 ottobre 1964 i Rolling Stones aprono l'Ed Sullivan Show e una Les Paul Standard del 1959 finisce davanti a milioni di americani. Da lì parte tutto.

In sintesi. La Gibson Les Paul Standard sunburst del 1959 che Keith Richards suonò il 25 ottobre 1964, alla prima ospitata dei Rolling Stones all’Ed Sullivan Show, era di seconda mano, comprata a Londra meno di due mesi prima. Per Gibson era un modello fuori produzione da quattro anni, costruito in circa 1.700 esemplari e accolto con scarso entusiasmo. Quella serata è uno dei passaggi che hanno reso la Burst una delle chitarre più inseguite.

Il 25 ottobre 1964, negli studi della CBS a New York, i Rolling Stones aprirono la loro prima ospitata all’Ed Sullivan Show con Around and Around di Chuck Berry. Keith Richards suonava una Gibson Les Paul Standard sunburst del 1959, equipaggiata con un vibrato Bigsby installato successivamente. Le urla del pubblico in studio coprirono buona parte del pezzo e continuarono anche dopo la discesa del sipario, al punto che Ed Sullivan dovette chiedere silenzio più volte nel corso della serata.

Per gran parte di chi guardava da casa, quella era semplicemente la chitarra del ragazzo magro accanto a Mick Jagger. Per Gibson era un modello uscito di produzione da quattro anni, costruito in circa 1.700 esemplari e accolto con scarso entusiasmo quando era ancora nuovo. Le due cose sono legate molto più di quanto sembri: la storia di come una chitarra poco richiesta sia diventata uno degli oggetti più inseguiti del mercato vintage passa anche da quella apparizione televisiva.

Una chitarra che negli anni Cinquanta non voleva quasi nessuno

La Les Paul Standard con finitura sunburst nasce a metà 1958 e resta in listino fino al 1960. In poco più di due anni Gibson ne costruisce all’incirca 1.700, un numero minuscolo anche per l’epoca. Monta due humbucker PAF, ha una tavola in acero applicata a un corpo in mogano, il manico incollato e un prezzo da strumento professionale. Sulla carta non le mancava nulla: il problema non era la qualità costruttiva.

Il problema, semmai, era l’insieme di peso, immagine e gusti del mercato. All’inizio degli anni Sessanta il pubblico americano guardava con crescente interesse a corpi più sottili, linee sagomate e colori pieni. La Les Paul era pesante, spessa, con un singolo cutaway e un’estetica che, dopo pochi anni, sembrava già appartenere a un’altra stagione. Nel 1961 Gibson riprogettò il modello da zero: corpo assottigliato, doppio cutaway, corni appuntiti e un profilo aggressivo che con la versione precedente aveva ben poco in comune. Per circa due anni la chitarra conservò il nome Les Paul, poi passò alla sigla con cui la conosciamo tutti, SG.

Le Standard sunburst finirono così nel circuito dell’usato, a cifre assai più accessibili rispetto a quelle che avrebbero raggiunto in seguito. Keith Richards acquistò la propria di seconda mano da Selmer, a Londra, verso la fine di agosto del 1964: meno di due mesi dopo la portò davanti alle telecamere della CBS.

Quella domenica sera davanti alle telecamere della CBS

Per capire il peso di quella serata bisogna ricordare cosa rappresentasse l’Ed Sullivan Show nel 1964: uno dei palcoscenici televisivi più influenti degli Stati Uniti, capace di portare la stessa immagine davanti a decine di milioni di persone nello stesso momento.

Il 9 febbraio di quell’anno ci erano passati i Beatles, con circa 73 milioni di spettatori, la cifra che ancora oggi ricorre ogni volta che si parla di British Invasion. Gli Stones arrivarono otto mesi più tardi, con un’immagine molto meno rassicurante e già costruita in aperto contrasto con quella dei colleghi di Liverpool.

La scaletta comprendeva Around and Around e Time Is on My Side, che nel dicembre successivo avrebbe raggiunto il numero 6 della Billboard Hot 100, diventando il primo singolo della band a entrare nella top ten americana. Sul palco, accanto a Keith Richards, Brian Jones imbracciava un prototipo bianco della Vox Mark III “Teardrop”, mentre Bill Wyman suonava il suo Framus Star Bass. Tre sagome destinate a legarsi all’immaginario del British beat e, nel caso della Les Paul, a cambiare rapidamente status.

La reazione fu doppia, come spesso accade quando un’esibizione arriva al pubblico senza chiedere permesso. Da una parte l’ospitata diede alla band una visibilità nazionale e contribuì a generare oltre un milione di dollari in vendite di biglietti per il tour autunnale. Dall’altra, la redazione dello show ricevette lettere e telegrammi di protesta. Secondo le ricostruzioni ufficiali del programma, Sullivan disse che non li avrebbe più invitati e chiese al loro manager se i musicisti si fossero “riformati” in materia di abbigliamento e shampoo. Il proposito durò poco: gli Stones tornarono nella primavera successiva e, complessivamente, apparvero nello show sei volte.

Il contagio parte dai negozi di usato inglesi

Nei due anni successivi accadde qualcosa che Gibson non aveva pianificato. In Inghilterra diversi chitarristi legati al blues elettrico cominciarono a cercare quelle Standard di seconda mano, ancora reperibili a cifre inferiori rispetto a una chitarra professionale nuova.

Nel luglio 1966 uscì Blues Breakers with Eric Clapton di John Mayall: Eric Clapton registrò con una Les Paul Standard del 1960 collegata a un Marshall Model 1962 2×12 spinto in saturazione, contribuendo a fissare un nuovo riferimento per il suono della chitarra blues-rock, tra attacco, compressione dell’amplificatore e sustain.

Da quel momento la ricerca delle Burst diventò più intensa e si allargò rapidamente. Peter Green suonò la propria, quella che molti anni dopo sarebbe passata a Gary Moore e quindi a Kirk Hammett. Jimmy Page acquistò nell’aprile 1969 da Joe Walsh la Les Paul che sarebbe diventata la sua “Number One”, facendone uno degli elementi centrali della propria identità sonora dagli anni dei Led Zeppelin in avanti. Nel giro di pochi anni, un modello fuori catalogo diventò un riferimento per un’intera generazione di chitarristi, senza che Gibson avesse inizialmente promosso quella rinascita.

Il risultato commerciale ha qualcosa di paradossale: la domanda crebbe attorno a una chitarra che Gibson aveva smesso di produrre e sostituito con un progetto completamente diverso. Nel 1968 l’azienda riportò in catalogo la Les Paul con il tradizionale corpo a singolo cutaway, inizialmente attraverso una Standard Goldtop con pickup P-90 e una Custom. Non si trattava ancora della riedizione fedele di una Burst del 1958-1960, ma il ritorno della forma originale era ormai compiuto. Da allora la famiglia Les Paul è rimasta una presenza stabile nel catalogo Gibson, e le successive riedizioni storiche discendono da quella retromarcia.

Che cosa ci trovavano, oltre alla forma

Chi nel 1966 girava i negozi inglesi in cerca di una Standard usata non lo faceva ancora dentro un mercato vintage strutturato come quello odierno. Cercava soprattutto uno strumento che, collegato a un amplificatore spinto in saturazione, offrisse una combinazione particolare di risposta al tocco, sustain, contenuto armonico e cancellazione del ronzio. La differenza non dipendeva da un solo ingrediente, ed è proprio questo il punto che spesso viene semplificato troppo.

Il primo elemento sono i due humbucker PAF. Erano pickup avvolti a macchina, non a mano, ma la produzione dell’epoca prevedeva più avvolgitrici e tolleranze che potevano riguardare il numero di spire, il bilanciamento fra le due bobine, il tipo e la carica dei magneti e gli altri componenti. Per questo esemplari costruiti nello stesso periodo possono mostrare valori elettrici e risposte differenti. La sola resistenza in corrente continua, però, non basta a descrivere il suono di un pickup, né tantomeno quello dell’intera chitarra.

Il secondo elemento è la costruzione complessiva: corpo in mogano con tavola in acero, manico incollato, scala da 24,75 pollici, ponte Tune-o-matic e due humbucker. Rispetto a molte Fender con scala da 25,5 pollici, la minore lunghezza vibrante rende le corde, a parità di scalatura e accordatura, leggermente meno tese. Insieme all’elettronica e alla risposta dell’amplificatore, queste caratteristiche contribuiscono alla sensazione sotto le dita e al comportamento dinamico dello strumento. Ridurre tutto al “suono del legno” sarebbe comodo, ma tecnicamente troppo sbrigativo.

Il terzo elemento è il meno romantico e probabilmente uno dei più determinanti: quelle chitarre erano disponibili sul mercato dell’usato e costavano meno di molti strumenti nuovi di pari livello. Diversi giovani musicisti britannici costruirono così il proprio suono attorno a un modello diventato accessibile proprio perché il mercato lo aveva inizialmente scartato. È uno dei meccanismi con cui nascono molte mode strumentali, e raramente qualcuno se ne accorge mentre stanno prendendo forma.

Perché la spinta è arrivata da uno schermo e non da un palco

Il meccanismo è meno ovvio di quanto sembri, e conviene smontarlo un pezzo alla volta. Un concerto raggiunge il pubblico presente in sala, spesso troppo lontano per distinguere con precisione il modello utilizzato. Un disco permette di ascoltare il suono, ma non mostra necessariamente lo strumento, l’amplificatore o il resto della catena. La televisione, invece, poteva far coincidere immagine e musica davanti a un pubblico enorme.

Una trasmissione televisiva di prima serata mostrava la forma dello strumento in movimento, dentro le case e nello stesso momento, anche a chi non era andato a cercarla. La Les Paul Standard, inoltre, ha un profilo riconoscibile persino su un televisore in bianco e nero: corpo a singolo cutaway, paletta inclinata e proporzioni molto diverse da quelle delle solidbody Fender più diffuse. Non serviva vedere la finitura della tavola per capire che si trattava di un altro oggetto.

Detto questo, non strappiamoci le vesti: una sola serata non creò il mito, e sarebbe comodo quanto falso raccontarla in quel modo. Fu una catena, e ogni anello svolse un ruolo diverso. La televisione mise in circolo l’immagine, i dischi diffusero il suono e il mercato dell’usato rese quelle chitarre materialmente accessibili a diversi giovani musicisti. Togliendo uno di questi elementi, la corsa sarebbe probabilmente partita più tardi o avrebbe seguito un percorso differente.

Cosa è rimasto di quella sera

Oggi una Standard sunburst originale del periodo 1958-1960 è uno degli strumenti musicali più costosi e ricercati in circolazione, con quotazioni più vicine al mercato dell’arte e del collezionismo che a quello delle normali chitarre usate. Molti esemplari vengono conservati in collezioni private e, quando cambiano proprietario, la provenienza documentata può avere un peso quasi quanto le condizioni e l’originalità dei componenti.

La parola Burst, intanto, ha smesso di indicare soltanto una finitura ed è diventata una categoria culturale e commerciale. Quando un liutaio riproduce l’aspetto di una tavola in acero fiammato invecchiata, quando un costruttore boutique parla di ricostruire un certo tipo di attacco o quando un chitarrista dice di cercare “quel” suono, il riferimento torna spesso alle Les Paul Standard costruite fra la metà del 1958 e la fine del 1960. Pochi altri strumenti elettrici hanno costruito una mitologia tanto estesa partendo da numeri di produzione così ridotti.

Per chi ha fretta: 5 risposte sulla Les Paul Burst

1. Che cosa si intende esattamente per Burst?
Le Gibson Les Paul Standard con finitura sunburst prodotte fra la metà del 1958 e la fine del 1960, in circa 1.700 esemplari. Hanno tavola in acero su corpo in mogano, manico incollato e due humbucker PAF.

2. Perché nel 1964 era una chitarra fuori produzione?
Perché le vendite erano rimaste modeste e nel 1961 Gibson aveva sostituito il progetto con un modello più sottile e dotato di doppio cutaway, destinato a prendere il nome SG. Le Standard sunburst finirono così nel mercato dell’usato.

3. Che cosa suonava Keith Richards all’Ed Sullivan Show?
Una Les Paul Standard sunburst del 1959 con vibrato Bigsby, acquistata di seconda mano da Selmer, a Londra, verso la fine di agosto del 1964. La utilizzò il 25 ottobre durante la prima delle sei apparizioni della band nel programma.

4. È stata quella serata a creare il mito della Burst?
Non da sola. Fu una delle prime e più potenti esposizioni di massa dello strumento, ma la consacrazione passò anche dai chitarristi blues britannici e dai dischi registrati fra il 1966 e la fine del decennio, a cominciare da Blues Breakers with Eric Clapton.

5. Quando Gibson rimise in produzione il corpo originale?
Nel 1968, riportando in catalogo la forma Les Paul a singolo cutaway con una Standard Goldtop dotata di P-90 e una Custom. Non era ancora una replica fedele delle Burst del 1958-1960, ma segnò il ritorno definitivo del progetto originale.

Se vi capita di rivedere quel filmato, provate a guardarlo dimenticando per un attimo la band. Concentratevi sulla chitarra e ricordate che, per la grande maggioranza degli spettatori, non era ancora un’icona né un oggetto da collezione. Era uno strumento usato nelle mani di un musicista di vent’anni, scelto perché era disponibile, funzionava per quel suono e costava molto meno di quanto avrebbe quotato in seguito.

È la parte della storia che spesso si perde per strada, e a noi sembra invece quella che vale di più. Gli oggetti che diventano leggendari quasi mai lo sono in partenza: acquistano quel peso perché finiscono, per scelta o per caso, nelle mani giuste davanti al pubblico giusto nel momento giusto. Il resto lo fa il tempo, e in questo caso bastarono pochi anni.



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