Per salire su un palco e suonare in pubblico da solisti ci vuole coraggio, e non poco. Chi afferma il contrario mente due volte: a se stesso e agli altri.
Ci vuole coraggio perché in quel momento si concentrano ore infinite di studio e di lavoro su se stessi e con il proprio strumento. Ci vuole coraggio perché quando si suona bisogna mettere a nudo le proprie emozioni per poterle far arrivare davvero al pubblico.
Ci vuole coraggio perché, a prescindere da qualunque cosa succeda nella vita, in quel momento ci si sente addosso la responsabilità del proprio ruolo.

L’errore sul palco è inevitabile
Ma la cosa più difficile di tutte, quella per cui il coraggio viene messo davvero a dura prova, è sicuramente saper gestire l’errore. L’errore è inevitabile, imprevedibile, sempre in agguato, soprattutto quando non ci si aspetterebbe mai di incontrarlo.
Dico “incontrarlo” perché sembra quasi essere un’entità esterna a noi che, come un folletto dispettoso, arriva a disturbare, deconcentrare e innervosire, spesso proprio quando tutto sembra andare per il meglio.
L’errore, poi, ha un valore soggettivo e non oggettivo: quello che per una persona può sembrare imperdonabile, per un’altra può risultare quasi irrilevante.
Un errore può essere qualcosa che nota soltanto chi sta suonando, ma che il pubblico non riconosce come tale, oppure qualcosa di più evidente di cui anche chi ascolta si accorge. Ciò che lo rende davvero un “errore”, però, non è soltanto la sua entità o la sua evidenza, ma come lo viviamo in quel momento e come gestiamo la nostra reazione sul palco.
Se siamo noi i primi a viverlo male, reagendo con nervosismo – magari attraverso una gestualità scomposta o con espressioni teatrali di disappunto – il pubblico inevitabilmente lo percepirà in maniera molto più evidente, spostando l’attenzione dal piano della musica a quello della sola performance strumentale.
A quel punto diventa molto probabile che il nervosismo generato da quell’errore finisca per alimentarne altri, in una escalation difficile da arginare. Il pubblico, dal canto suo, rischia di sentirsi a disagio, in un misto di dispiacere e compassione.

Come vivere l’errore durante una performance
Perciò, come va vissuto l’errore? Magari esistesse una soluzione valida e uguale per tutti. Una cosa, però, è certa: non serve combatterlo come se fosse un nemico.
Sbagliare è umano, fa parte della vita e, se questo non lo accettiamo, falliremo a prescindere. Certo, bisogna lavorare per raggiungere una padronanza e una sicurezza durante l’esecuzione capaci di limitare il più possibile la probabilità di commettere errori, ma non possiamo immaginare di eliminarla al 100%.
Come dico sempre ai miei allievi: devi lavorare con l’idea di riuscire a regalare al pubblico il maggior numero possibile di momenti belli, non il minor numero possibile di errori.
La vera paura non è il pubblico
A fare paura non è il pubblico. In fondo è composto da persone sedute che, nel peggiore dei casi, potranno applaudire poco o con scarso entusiasmo, ma di certo non sono pericolose.
Una volta nei teatri si lanciavano davvero verdure e altri oggetti quando le performance non erano gradite, ma oggi, per fortuna, questo non succede più.
La vera paura è quella di non riuscire a dimostrare a chi è seduto davanti a noi quanto sappiamo davvero fare, a fronte del grande lavoro che c’è dietro e per il quale abbiamo investito tempo, energie e fatica, ma che nonostante tutto non può garantirci il risultato.
Magari perché alcune cose le abbiamo lasciate un po’ indietro o perché sono rimasti piccoli dubbi ai quali, studiando a casa, non avevamo dato grande importanza, ma che al momento della performance live possono improvvisamente sembrarci ostacoli insormontabili. I motivi possono essere diversi e spesso non è facile capire quali siano davvero.
Lasciarsi andare significa anche accettare il rischio
Sul palco, però, bisogna anche imparare a lasciarsi un po’ andare. Questo comporta inevitabilmente dei rischi ma, allo stesso tempo, può generare momenti meravigliosi che magari, a casa e senza il coinvolgimento emotivo della performance, non avremmo neppure immaginato di poter vivere.

L’esperienza del palco, con gli anni, insegna anche a capire come mascherare gli errori, rendendoli quasi invisibili al pubblico. Ognuno deve trovare il proprio modo per farlo.
Contestualmente, però, è necessario e fondamentale avere una tecnica e una meccanica strumentale molto solide e ben strutturate, perché sentirsi sicuri delle proprie mani e del proprio corpo sullo strumento è il primo passo per non avere paura di salire su un palco. Ovviamente, a parole sembra tutto facile. Ma non lo è.
Il ruolo dell’insegnante nella preparazione al palco
Ognuno ha bisogno di stimoli e input diversi per arrivare a questo obiettivo e solo un maestro con una grande esperienza sia nell’insegnamento sia sul palco può davvero aiutare e guidare l’allievo lungo questo percorso.
Non fidatevi di chi vi dice soltanto di provare e riprovare senza darvi gli strumenti per capire.
Non fidatevi di chi non sa spiegarvi come e perché succedono certe cose, attribuendole soltanto all’emotività personale.
Non fidatevi di chi non sa interpretare le vostre difficoltà e vi attribuisce limiti insormontabili che, magari, vede soltanto lui perché non li ha mai superati per primo.
Non accontentatevi e non rassegnatevi: c’è sempre una soluzione e una strada adatta a ciascuno. Bisogna soltanto trovarla.










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