C’è una scena che si ripete in ogni stanza di studio, anche se quasi nessuno la racconta. Un giorno ti siedi, prendi lo strumento, e tutto funziona. Le mani vanno dove devono, il suono ti piace, sei contento di quello che fai. Poi torni il giorno dopo, stessa stanza, stesse corde, stesso brano, e non funziona più niente. Le note ci sono ma sono dure, faticose, scomode. E allora cominci a cercare un colpevole fuori da te. Il tempo, la temperatura, cosa hai mangiato, come hai dormito, la tensione del pubblico se c’era. C’è sempre un motivo, e il motivo è sempre esterno.
Eppure questa spiegazione non quadra mai del tutto. È vero che dopo un pranzo pesante è difficile salire su un palco, ma quello vale per qualunque attività della vita. Nella norma, in una giornata qualunque, perché un giorno andava bene e un giorno no? La risposta non sta nel meteo. Sta nel modo in cui stai seduto, in come tieni le braccia, in quanta tensione accumuli senza accorgertene. La risposta sta in una parola che hai sentito mille volte e che quasi sicuramente ti è stata spiegata male: postura.
La postura non è una posizione, è un movimento
Per la maggior parte di chi studia, postura significa una cosa sola: stare fermi. Dritti, immobili, le mani che non si muovono, devono lavorare solo le dita. È l’immagine che ci hanno consegnato come legge non scritta. Ma basta guardarsi vivere per capire che non sta in piedi. In quale azione della tua giornata usi le mani restando completamente immobile? Non esiste. Quando passi un oggetto a qualcuno seduto poco più in là, non resti bloccato come una statua sperando di arrivarci. Sposti il peso, cambi appoggio, ti allunghi. Modifichi il tuo assetto perché l’azione riesca.
Ecco il primo ribaltamento. La postura non è una posizione fissa, non è una gabbia dentro cui rimanere immobili. È un insieme di adattamenti psicofisici che il corpo mette in atto per sostenere e agevolare un gesto. Lo fai tutto il giorno, in mille azioni quotidiane, senza pensarci. Sullo strumento dovrebbe valere la stessa logica, e quasi sempre vale l’opposto.
Postura non è la posa che assumi. È tutto ciò che il corpo fa, sotto, perché le mani arrivino libere dove devono.
Gabriele Curciotti
Il paradosso più rivelatore arriva da chi suona altri generi. Prendi una persona che suona jazz o pop su un’acustica: la guardi e la vedi sciolta, le mani comode, le spalle rilassate, tutto naturale. Poi le chiedi di suonare qualcosa di classico e nel giro di un secondo cambia faccia e cambia corpo. Si impala, irrigidisce le dita, le mette a martelletto, dritte e rigide, immobili sulla corda. Stesse corde, stesso strumento, stessa persona. Cosa è successo? È successo che le hanno detto che la classica si suona così. E quella convinzione, da sola, le ha tolto la sua naturalezza.
Se cerchi altri modi concreti per liberare le mani, qui trovi due mosse che salvano mani e polsi.
Lo strumento deve sostenerti, non incastrarti
Se la postura è movimento, allora deve esserci spazio per muoversi. È qui che crolla la posizione che molti danno per scontata. Tenere lo strumento incollato al corpo sembra ordinato, controllato, corretto. In realtà ti chiude. La tastiera non deve stare troppo vicina al corpo, perché altrimenti non hai gioco di movimento, sei stretto, non puoi fare una serie di cose. Quella distanza che sembra disordine è la condizione che ti rende libero.

Lo stesso discorso vale per ogni punto di appoggio. Il braccio destro, quando lo strumento è troppo verticale o troppo addosso, deve sostenersi da solo: e un braccio che si tiene su da solo è tensione pura, una fatica che si somma minuto dopo minuto. La soluzione non è una posa unica e sacra. Non esiste una regola che ti obblighi a stare su una gamba piuttosto che sull’altra. C’è chi sta più comodo da un lato, chi dall’altro, chi usa un sostegno al centro. Quello che conta non è quale posizione scegli, ma che in quella posizione il corpo resti appoggiato e rilassato, e che lo strumento ti funga da sostegno invece di pesarti addosso.
Anche un dettaglio minimo come il piede dice molto. Non poggiare tutto il piede sul poggiapiede: la maggior parte di quelli in commercio è già inclinata, e se appoggi anche il tallone vieni spinto indietro, e quel “indietro” lo devi contrastare con la schiena per tutto il tempo che suoni. Se invece lasci libera la parte finale dell’arco plantare, ti ritrovi proteso in avanti, e la schiena non si affatica perché non si deve più tenere. Un centimetro di tallone sollevato cambia ore di fatica.
I compensi: cosa fanno le braccia quando le dita non possono
A questo punto arriva l’obiezione legittima di chi viene da altri strumenti. Va bene la libertà, ma quando devo fare un accordo difficile, una posizione larga, come faccio? La risposta è il cuore tecnico di tutto questo metodo, e parte da un limite del corpo che nessuno può aggirare. Le dita non possono ruotare su se stesse. Non siamo polipi. Quando una posizione ti chiede un’apertura che le dita da sole non raggiungono, non puoi forzarle, e non serve a niente provare allargamenti strani o forzature passive. Devi compensare.
Compensare significa due cose insieme, e vanno fatte entrambe. C’è la bascula, cioè la rotazione del braccio e del polso che porta la mano nell’angolo giusto, e c’è il compenso per il polso dritto, cioè il modo in cui avvicini la spalla e lo strumento per non ritrovarti con il polso tutto piegato, un vero macello di tensione inutile. Avvicinare lo strumento al corpo per un istante, quando serve, non è un errore: la tastiera non scotta, può stare lì vicino il tempo necessario a prendere la posizione. Il problema non è restarci immobile, è uscirne per continuare a suonare.
Insieme alle bascule lavorano le diagonali. Il braccio e la mano non si muovono solo su e giù, ma lungo assi obliqui: una diagonale in un senso, una nell’altro, e la verticalità nel mezzo. Per una posizione che spinge la mano da un lato, il braccio va vicino al corpo; per la diagonale opposta, il braccio si porta dall’altra parte. C’è una verifica semplice e impietosa per capire se stai sbagliando. Prendi la posizione, poi togli la mano dallo strumento e guardala così com’è rimasta. Se è una mano che nella vita normale non useresti mai, contorta, impossibile, allora è sbagliata anche sullo strumento. Il gesto giusto è sempre un gesto che riconosceresti come naturale.
Per capire meglio l’anatomia di mano e dita, leggi anche come sciogliere le dita prima di suonare.
Il braccio non accompagna le dita. Le sostituisce in tutto ciò che loro, da sole, non possono fare.
Gabriele Curciotti
L’elasticità: il dito che colpisce e torna indietro
C’è un secondo principio che attraversa ogni gesto, di destra come di sinistra, ed è forse il più trascurato. Quando colpisci o pizzichi una corda, l’energia che hai immesso per fare il movimento deve sparire subito. Il dito non resta dentro, non rimane premuto, non continua a spingere. Per sua naturale elasticità torna indietro, perché i muscoli sono elastici, e quell’elasticità è già lì pronta a riportare il dito al suo stato di quiete. Tu devi solo smettere di trattenerlo.
Lo vedi ovunque, fuori dallo strumento. Il tennista impatta la palla e poi lascia andare l’energia, e la racchetta prosegue il suo arco da sola. Il pugile colpisce e il braccio rientra, non si inchioda nel punto dell’impatto. I muscoli si contraggono e si allungano, danno l’impulso e poi rilasciano. Se dopo l’impatto trattieni la forza che hai messo, ti ritrovi bloccato, a girare attorno alla tua stessa tensione. Sullo strumento è identico: dai l’impulso e togli subito l’energia, e il dito ritorna nello stato di quiete pronto per il gesto seguente.
Questa è la differenza tra una mano che si stanca gradualmente e una mano che si blocca. Stancarsi è inevitabile, fa parte del suonare. Bloccarsi no: il blocco arriva quando non scarichi mai, quando ogni dito che resta premuto aggiunge un grammo di tensione che non se ne va più. Vale per il tocco pizzicato e per quello appoggiato, vale per i legati della mano sinistra, dove il dito che esegue il movimento deve tornare al suo posto e non restare schiacciato verso il basso. Ogni gesto ha una fase di lavoro e una fase di ritorno. Saltare il ritorno è il modo più sicuro per accumulare un debito che prima o poi presenta il conto.
Perché un giorno si suona bene e il giorno dopo no?
Quasi mai dipende da fattori esterni come il tempo o la stanchezza. Dipende dalla tensione che si accumula nel corpo: non sparisce alla fine della giornata, te la porti dietro, e più cresce più ti rende fermo. Più tensione accumuli, più suoni con il freno a mano tirato. La postura intesa come movimento è ciò che la scarica.
Adesso puoi tornare alla scena dell’inizio, quella del giorno buono e del giorno storto, e leggerla in modo diverso. L’attenzione, o la tensione, è qualcosa che si accumula. E quando le cose non vengono, l’istinto sbagliato è pensare che stai facendo troppo poco, che devi dare più gas, premere di più, ripetere ancora. Quasi mai è così. Quasi sempre il problema è che stai facendo male, non poco.
Qui sta il discrimine che cambia il modo di studiare. Una cosa difficile, se la stai facendo bene, ci metterà tempo ma ti porta sulla strada giusta. Una cosa fatta male, invece, peggiora con la ripetizione: non sarà ripeterla mille volte a sistemarla, perché farai mille volte un gesto sbagliato, e dalla duecentesima in poi le cose iniziano a non funzionare più. Ripetere non è studiare. Ripetere male è il modo più efficiente per radicare un problema. Il punto non è quante ore accumuli, è cosa stai consolidando in quelle ore.
Le ore di studio non valgono per quante sono, ma per cosa stai insegnando alle tue mani a ricordare.
Gabriele Curciotti
C’è anche una conseguenza pratica su come provi le cose nuove. Le novità vanno provate su brani nuovi, non su pezzi che già suoni. Se prendi un compenso appena capito e lo applichi a un brano che esegui da sei mesi, tornano tutti i movimenti e tutti gli schemi automatici che vivevano lì un minuto prima, e il gesto nuovo viene risucchiato dal vecchio. Su un brano vergine, invece, niente automatismi a contrastarti: c’è solo il gesto che vuoi imparare, e lo puoi costruire pulito. È un dettaglio che sembra secondario e invece decide se una correzione attecchisce o evapora nel giro di una battuta.
Un solo strumento, nessuna gabbia
Tirando le fila, il messaggio è uno e libera parecchio. Non devi diventare un’altra persona quando passi alla classica. Le dita funzionano allo stesso modo se suoni jazz, pop, rock o classico, con tutte le differenze del caso, ma le corde restano sei e la tastiera resta una tastiera. La staticità rigida che ti hanno raccontato come legge della classica non esiste, e soprattutto non deve esistere. Non ti porre limiti per un’idea di immobilità che nessuno ha mai scritto nello statuto di niente.
Questo non significa che sia facile, né che basti leggerlo per cambiare. La consapevolezza del movimento è una direzione, non un interruttore. Significa che da stasera puoi cominciare a guardarti mentre suoni con occhi diversi. Allontana un po’ la tastiera dal corpo e senti se respiri meglio. Libera il tallone e nota se la schiena si rilassa. Quando una posizione ti chiede un’apertura impossibile, fermati e chiediti quale bascula e quale diagonale la rendono naturale, invece di forzare le dita. E ogni volta che pizzichi o premi, ricordati di togliere l’energia, di lasciare che il dito torni indietro da solo.
Il giorno buono e il giorno storto smettono di essere un mistero del destino. Il corpo viene prima delle dita: organizza quello, e la chitarra smette di essere una lotteria.
Sullo stesso tema, scopri quale tecnica funziona davvero sulla classica.
Gabriele Curciotti è un chitarrista classico, concertista e didatta. Laureato nel 1999 come terapista della riabilitazione e diplomato in Conservatorio nel 2003 con il massimo dei voti, ha portato la sua conoscenza della dinamica del movimento dentro lo studio dello strumento. È uno dei docenti dell’accademia romana Saint Louis College of Music e cofondatore dell’Associazione Musicale Chitarra In. Tutto questo modo di intendere il corpo prima delle dita è la spina dorsale del suo videocorso La Chitarra Classica che Non Ti Hanno Insegnato.
Se vuoi sentire Gabriele Curciotti spiegare ogni passaggio di questo metodo, lo trovi nel suo videocorso.










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