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Quattro pentatoniche dentro la scala maggiore: la mappa

Una scala maggiore non nasconde una pentatonica, ne nasconde quattro. Ecco come usarle per far cantare la nona e le estensioni degli accordi minori.

Per molti chitarristi la pentatonica resta a lungo la scala più rassicurante: cinque note, cinque box e un suono che raramente tradisce. Il problema è che, usata sempre nello stesso modo, finisce inevitabilmente per restituire sempre lo stesso colore. Eppure quella forma che conosci a memoria non esaurisce affatto le possibilità disponibili: all’interno di ogni scala maggiore convivono quattro pentatoniche diverse, ciascuna con un carattere preciso.

Il punto non è imparare altra teoria da aggiungere al mucchio, ma capire come scegliere la pentatonica giusta in base al suono che stai cercando. Partiremo da una tonalità semplice, osservando il manico e ascoltando subito il risultato sopra una base. Prima l’orecchio, poi la spiegazione. Alla fine avrai una mappa pratica per mettere in evidenza una determinata nota e cambiare colore senza ricadere ogni volta nei soliti fraseggi.

Quante pentatoniche ci sono dentro una scala maggiore?

Dentro una scala maggiore ci sono quattro pentatoniche, non sette. Sembrano sette, una per ogni accordo diatonico, ma le coppie di relative coincidono: la pentatonica maggiore di un grado e la minore della sua relativa sono la stessa scala. Tre coppie diventano tre forme, più la pentatonica del settimo grado isolata.

Da qui in poi vediamo da dove nascono queste quattro scale, perché ne servono più di una, e come scegliere quella giusta per ogni accordo.

Da dove nasce la pentatonica: la scala maggiore svuotata

Prima di cercare le quattro pentatoniche dentro una tonalità, serve sapere esattamente come se ne costruisce una. Il modo più pulito è partire da una bella scala maggiore e toglierle due note. Lavoriamo in Sol maggiore, perché sul manico si visualizza con comodità e ti permette di vedere subito quello che ascolti.

La scala di Sol maggiore ha sette note. Per ricavarne la pentatonica maggiore della fondamentale si eliminano la quarta e la settima: restano Sol, La, Si, Re, Mi. Cinque note, il suono pentatonico maggiore di Sol. È un’operazione meccanica e ripetibile, e qui sta il primo cambio di prospettiva: la pentatonica non è una scala separata che vive per conto suo, è una scala maggiore alleggerita, una sua versione condensata.

La pentatonica non è il punto di partenza dello studio, è un punto di arrivo: nasce da una scala maggiore a cui togli le due note più instabili e tieni le cinque che reggono da sole.

William Stravato

Questa è già una conquista pratica. Se sai costruire la pentatonica maggiore togliendo quarta e settima alla scala madre, sai anche ricostruirla ovunque, in qualunque tonalità, senza dover memorizzare cinque box scollegati dal contesto armonico. Il box è la forma sotto le dita, la scala maggiore svuotata è il significato.

La scala maggiore armonizzata: sette accordi

Per capire da dove arrivano le quattro pentatoniche bisogna fare un passaggio che spesso si salta: armonizzare la scala. In Sol maggiore gli accordi diatonici sono sette, costruiti per terze su ogni grado. Sul primo grado Sol maggiore, sul secondo La minore, sul terzo Si minore, sul quarto Do maggiore, sul quinto Re maggiore, sul sesto Mi minore, e sul settimo un Fa diesis diminuito.

Tre accordi maggiori, primo, quarto e quinto grado. Tre accordi minori, secondo, terzo e sesto. Un accordo diminuito sul settimo. Questa non è una nozione da manuale da tenere in un cassetto: è la griglia che ti dice quali pentatoniche sono disponibili dentro la tonalità, perché ognuno di questi accordi è la fondamentale di una pentatonica costruita sulla sua nota di partenza.

Costruendo una pentatonica sulla fondamentale di ciascuno di quei sette accordi ottieni tre pentatoniche maggiori (sui gradi maggiori), tre pentatoniche minori (sui gradi minori) e una pentatonica particolare, alterata, sul settimo grado. Sembrerebbero sette pentatoniche. E qui scatta la cosa interessante.

Il cuore del metodo: sette diventano quattro

Le sette pentatoniche non sono davvero sette. Sono quattro, e il motivo è uno solo: le relative coincidono. Ogni pentatonica maggiore costruita su un grado è identica alla pentatonica minore della sua relativa, letta da un punto di partenza diverso. Sono due nomi per la stessa identica scala.

Conta con me, in Sol maggiore. La pentatonica del primo grado, Sol maggiore, è la stessa di quella del sesto grado, Mi minore. La pentatonica del secondo grado, La minore, è la stessa di quella del quarto grado, Do maggiore. La pentatonica del terzo grado, Si minore, è la stessa di quella del quinto grado, Re maggiore. Tre coppie di relative: sei pentatoniche che si riducono a tre forme distinte. Resta fuori solo la pentatonica del settimo grado, che non ha relativa dentro la tonalità e rimane una scala a sé. Tre forme più una: quattro.

Le pentatoniche ricavate dai gradi della scala maggiore, in notazione e tablatura.

Ecco perché dentro una scala maggiore hai quattro pentatoniche, non sette e nemmeno una sola. Quello che a prima vista sembrava un labirinto di sette scale si riduce a quattro forme che puoi davvero tenere in mano. È un risparmio concreto: invece di studiare sette posizioni indipendenti, ne padroneggi quattro e sai che le prime tre hanno ciascuna due nomi, due funzioni, due modi di essere chiamate a seconda dell’accordo sotto.

La pentatonica non è una scatola chiusa con dentro cinque note, è una finestra: la scala maggiore è la stanza, e ci sono quattro finestre da cui guardarla. Quale apri dipende da cosa vuoi far entrare.

William Stravato

Perché te ne serve più di una: le estensioni

Se dentro una tonalità ci sono quattro pentatoniche, la domanda diventa pratica: quale scegli, e perché non basta sempre la stessa. La risposta sta nelle estensioni degli accordi. Quando a un accordo aggiungi le note che ti fanno cantare la settima, la nona, l’undicesima e la tredicesima, apri la possibilità di applicare più di una pentatonica sopra di esso, e con essa più possibilità melodiche.

Prendi il primo grado, Sol maggiore. Se aggiungi la nona ottieni un Sol maggiore nona. Per far cantare quella nona non ti basta la pentatonica fondamentale, Sol maggiore: suona corretta ma non mette in evidenza la nota nuova. Ti serve un’altra pentatonica, una che contenga e sottolinei proprio quella estensione. Quella scala è la pentatonica del terzo grado, cioè Si minore. Suonala sopra un basso di Sol e senti immediatamente che l’accordo si apre e canta la nona.

Questo è il salto pratico che trasforma la tua improvvisazione. Non scegli la pentatonica a caso o per abitudine, la scegli in base alla nota che vuoi far emergere. La pentatonica fondamentale ti dà il suono neutro dell’accordo. Le altre, applicate con criterio, ti danno il colore specifico che cerchi. Se vuoi approfondire come le estensioni cambiano il colore di un accordo, rendi i tuoi accordi meno banali.

La mappa che ti porti via: due appigli concreti

Tutta questa logica si comprime in due appigli che puoi memorizzare e portare sul palco. Non sono trucchi, sono le scelte precise mostrate accordo dopo accordo.

Primo appiglio, gli accordi maggiori con la nona. Per far cantare la nona, suoni la pentatonica del terzo grado dell’accordo. Su Sol maggiore nona, la pentatonica del terzo grado è Si minore, come hai appena visto. La nona emerge, l’accordo si apre.

Secondo appiglio, gli accordi minori. Su un accordo minore, oltre alla pentatonica fondamentale, suoni la pentatonica del suo quinto grado per far cantare nona ed eventualmente undicesima. Sull’accordo minore di secondo grado, La minore, la pentatonica del quinto grado è Mi minore: è questa che fa cantare quelle estensioni, non la fondamentale. Lo stesso meccanismo vale spostandoti sugli altri accordi minori della tonalità: cerchi la pentatonica del loro quinto grado.

Accordo maggiore con la nona: pentatonica del terzo grado. Accordo minore: pentatonica del quinto grado, accanto alla fondamentale. Due appigli, e davanti a un accordo esteso sai già da dove cominciare a cercare il colore.

William Stravato

Memorizza queste due regole e davanti a un accordo con estensioni non sei più costretto a tentare alla cieca. Sai dove andare. La mappa non sostituisce l’orecchio, lo guida: ti dà un’ipotesi immediata da verificare suonando, invece di cinque box tutti uguali da provare a caso. Se vuoi proseguire su queste sovrapposizioni tra accordi estesi e pentatoniche, trovi qui l’approfondimento.

Cosa cambia all’ascolto, e perché lo senti subito

La prova che tutto questo funziona non è sulla carta, è nell’orecchio. Quando armonizzi una progressione e applichi sopra ogni accordo la pentatonica che ne canta l’estensione, il suono diventa più aperto. Non è una sensazione vaga: stai sottolineando deliberatamente le note che danno respiro all’accordo, quelle che la pentatonica fondamentale tiene nascoste.

Provalo stasera, con un metodo che non lascia spazio all’illusione. Registra o trova un accompagnamento che scorra sui sette accordi della tonalità, dal primo al settimo grado, e improvvisa sopra usando un po’ a caso le pentatoniche che abbiamo mappato. Poi rifai lo stesso giro con la sola pentatonica fondamentale su ogni accordo. La differenza la senti senza che nessuno te la debba spiegare: il secondo giro è corretto ma piatto, il primo respira.

C’è anche un secondo motivo per cui questo approccio tiene viva l’esecuzione. Una pentatonica suonata sempre allo stesso modo rischia di diventare ridondante, di stancare. Cambiarle il suono significa vederla sotto un altro punto di vista, usare intervalli diversi, scegliere quale colore mettere in primo piano. Avere quattro scale invece di una, e sapere quale chiama quale nota, è esattamente questo: un modo per non suonare mai due volte nello stesso identico modo sullo stesso accordo.

Una scala suonata sempre uguale diventa noiosa. Cambiarle suono vuol dire guardarla da un altro lato: ed è precisamente quello che fai quando, sullo stesso accordo, scegli una pentatonica diversa per far emergere una nota diversa.

William Stravato

A questo punto la pentatonica non è più la scala da principianti che ripeti per inerzia. È una mappa di quattro colori dentro ogni tonalità, e due appigli che ti dicono come passare da un colore all’altro a seconda di cosa vuoi far sentire. Il box resta lo stesso che hai sotto le dita da anni. Quello che cambia, e cambia tutto, è il sapere quale scegliere e perché. Il manico, da reticolo di posizioni da ricordare, diventa una mappa: sai dove sei, sai cosa vuoi sentire, sai dove andare a cercarlo.

Per continuare ad allenare l’orecchio su generi diversi, improvvisa con la pentatonica su ogni genere.


William Stravato è un chitarrista italiano che si muove tra classica, chitarra moderna e jazz. Nel 1997 ha studiato al Guitar Institute of Technology di Hollywood con Scott Henderson, Joe Diorio e Brett Garsed, e dal 2004 insegna al Saint Louis College of Music di Roma. Ha condiviso il palco e lo studio con musicisti come Ian Paice, Andy Timmons e Jennifer Batten. Porta avanti questa logica esercizio dopo esercizio, scala dopo scala, su accordi sempre più estesi.

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