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Da Prince a Jeff Beck: il basso di Rhonda Smith

Dal 1996 al 2009 nella band di Prince, poi Jeff Beck. Ritratto di una bassista che alterna slap e finger-style senza far sentire il passaggio.

Nel 1996 Prince stava mettendo insieme una nuova formazione e cercava una bassista. La musicista che sarebbe entrata in quel gruppo arrivava da Montreal, aveva studiato jazz performance alla McGill University, lavorava già professionalmente nella scena canadese e possedeva una caratteristica che, nel mondo di Prince, contava parecchio: sapeva suonare molto, ma sapeva anche quando non farlo. Si chiama Rhonda Smith, e quell’incontro avrebbe cambiato la traiettoria della sua carriera.

Definirla semplicemente “la bassista di Prince”, però, significa raccontarne solo una parte. Smith è una musicista cresciuta fra rock, jazz e fusion, capace di passare dal basso fretless allo slap, dal groove più asciutto alle articolazioni percussive della mano destra, fino al contrabbasso elettrico. Ha lavorato con Prince e Jeff Beck, ma anche con Chaka Khan, Beyoncé, Erykah Badu, Larry Graham, Lee Ritenour e molti altri. E nel 2026 ha aperto un nuovo capitolo della propria carriera insieme a Orianthi e Cindy Blackman Santana.

Da Halifax a Montreal, passando per Stanley Clarke e Jaco Pastorius

Rhonda Smith nasce a Halifax, in Nuova Scozia, e cresce a Montreal in una famiglia nella quale la musica è una presenza quotidiana. La madre suona il pianoforte e i quattro figli vengono incoraggiati a studiare uno strumento. Prima del basso arrivano anche un baritone horn, strumento affine all’eufonio, le tastiere e la chitarra.

Il basso entra in scena grazie a un piccolo capolavoro di psicologia inversa. Il fratello maggiore porta a casa uno strumento e le dice di non toccarlo. Smith ha raccontato più volte che proprio quel divieto fu sufficiente a farle venire voglia di provarlo. Aveva circa dodici anni e cominciò a suonare seguendo i dischi rock che circolavano in casa, dagli Yes ai Rush fino ai Mahogany Rush.

Poco dopo arriva la fusion. Stanley Clarke diventa uno dei riferimenti fondamentali, insieme a Jaco Pastorius; nella scena canadese ha un peso importante anche Alain Caron con gli UZEB. A questi si aggiungono musicisti apparentemente lontani tra loro come Geddy Lee, Chris Squire, Ron Carter, Ray Brown, Louis Johnson e, più avanti, Larry Graham. È probabilmente qui che nasce una delle caratteristiche più interessanti del suo linguaggio: Smith non arriva al funk da un’unica scuola, ma ci arriva portandosi dietro rock progressivo, jazz e fusion.

Alla McGill University studia jazz performance; parallelamente approfondisce il contrabbasso attraverso una formazione privata di impostazione classica. Parlare di “laurea alla McGill”, come talvolta si legge nelle biografie più sbrigative, sarebbe però improprio: è più corretto dire che Smith vi ha studiato jazz prima che l’attività professionale prendesse definitivamente il sopravvento.

Comincia così a lavorare nella scena canadese con artisti come Daniel Lavoie, Claude Dubois, Robert Charlebois e Joanne Blouin. Partecipa inoltre alle registrazioni di Jim Hillman and The Merlin Factor: nel 1995 l’album The Merlin Factor vince il Juno Award come Best Contemporary Jazz Album. Un curriculum già consistente, dunque, prima ancora che arrivasse la famosa telefonata dal Minnesota.

Sheila E., un press kit e la chiamata di Prince

La svolta arriva durante una convention musicale in Germania. Smith incontra Sheila E., al secolo Sheila Escovedo, e scopre che Prince sta cercando musicisti per una nuova formazione. Le consegna quindi il proprio press kit. Passano circa due mesi senza notizie e Smith comincia a pensare che la faccenda sia finita lì. Poi arriva la chiamata da Paisley Park.

Il provino è molto poco burocratico: una jam con Prince e un batterista. Smith si presenta portandosi dietro anche un basso fretless, una scelta che si rivelerà decisiva. Emancipation, il gigantesco triplo album che Prince pubblicherà nel novembre 1996, è già quasi ultimato, ma Prince le chiede di registrare il fretless su due brani: “I Can’t Make U Love Me”, rilettura della canzone resa celebre da Bonnie Raitt, e “Dreamin’ About U”.

Su quest’ultimo arriva anche una sorpresa: Prince le lascia uno spazio solistico. Per una musicista appena entrata a Paisley Park non era esattamente un dettaglio. È probabilmente uno dei punti migliori da cui partire per ascoltare Smith, perché permette di sentire un lato più melodico e lirico del suo playing rispetto all’immagine della bassista funk costruita negli anni successivi.

«Prince era un bassista mostruoso. Quel tipo sapeva davvero suonare il basso, e tutto stava nel feel.»

(Rhonda Smith)

Con Prince imparare le parti non bastava

Come bassista regolare della New Power Generation, la fase principale del rapporto fra Rhonda Smith e Prince va dal 1996 al 2004. Ci saranno poi ulteriori collaborazioni nel 2006 e nel 2009. Smith stessa, guardando a quell’esperienza nel suo complesso, ha parlato di una relazione professionale estesa dal 1996 fino al 2010, anno in cui entra nella band di Jeff Beck: non una permanenza continua, quindi, ma un lungo rapporto musicale fatto anche di separazioni e ritorni. Compare, fra l’altro, su lavori e progetti legati a Emancipation, Crystal Ball, One Nite Alone… Live!, Xpectation, C-Note, N.E.W.S. e Musicology.

Suonare con Prince significava però qualcosa di più che imparare un repertorio. Prince conosceva perfettamente il basso e poteva mostrare direttamente a chi lo accompagnava che cosa voleva sentire. Smith ha raccontato di aver dovuto studiare il suo modo di suonare, il feel, il suono e soprattutto la gestione dello spazio.

Anche la scelta degli strumenti ne risentì. Smith era abituata a cinque e sei corde, ma ha raccontato che Prince non amava particolarmente quel tipo di strumenti e preferiva sentirla su un basso a quattro corde. Durante quegli anni tornò quindi sempre più spesso al quattro corde e al Fender Jazz Bass. Non una limitazione tecnica, ma una precisa scelta di linguaggio: meno estensione disponibile e maggiore attenzione al ruolo della singola nota nell’arrangiamento.

È il mestiere del bassista di band portato a un livello particolarmente esigente: sapere eseguire una parte complessa è soltanto metà del lavoro. L’altra consiste nel capire in tempo reale quando accentare, quando lasciare spazio e quando seguire una modifica suggerita dal bandleader mentre il concerto è già in corso.

“Family Name” e il basso che non deve riempire tutto

Un documento particolarmente utile per capire quel periodo è One Nite Alone… Live! del 2002, il primo album dal vivo ufficiale della carriera di Prince. La raccolta mette insieme registrazioni effettuate durante diverse date del tour e fotografa una New Power Generation in cui Smith lavora insieme, tra gli altri, al batterista John Blackwell e al tastierista Renato Neto.

In “Family Name” si sente bene il modo in cui Smith può spostarsi fra fingerstyle e slap senza perdere la continuità del groove. Accenti, fill e seconde voci non cancellano mai la funzione primaria del basso: tenere insieme il brano. È questo il punto interessante. La complessità non viene usata per rendere ogni battuta più affollata, ma per cambiarne intensità e colore quando serve.

L’esperienza con Prince lascia soprattutto una lezione di misura. Smith ha spiegato di avere imparato negli anni a suonare meno e con maggiore consapevolezza. Un basso funk non diventa necessariamente più efficace aggiungendo ghost note, sedicesimi o fill: spesso il groove nasce proprio dallo spazio lasciato intorno alle note. È una distinzione importante, perché separa la tecnica dal mestiere.

La tecnica di Rhonda Smith: molto più dello slap

Ridurre Smith a una grande interprete dello slap sarebbe comunque fuorviante. La sua mano destra utilizza un vocabolario molto più ampio, costruito negli anni combinando fingerstyle, colpi di pollice, popping, ghost note e articolazioni percussive ottenute con più dita.

Una delle tecniche che ha mostrato nelle proprie masterclass è il “flamenco slap”: la mano si apre facendo colpire rapidamente le corde dalle dita in successione, con un movimento che ricorda per principio alcune articolazioni del rasgueado della chitarra flamenca. Il risultato aggiunge attacchi percussivi alla normale tecnica slap. In altre occasioni Smith ha descritto anche un sistema di esercizi chiamato Pulse Rhythms.

Il principio dei Pulse Rhythms è interessante anche dal punto di vista didattico: mantenere una pulsazione continua di sedicesimi con la mano destra e, all’interno di quella griglia, inserire linee, accenti, lick e improvvisazioni senza interrompere il flusso ritmico. Smith ha spiegato di utilizzare undici differenti tecniche della mano destra all’interno di questo sistema, aggiungendone nel tempo altre per ottenere nuovi attacchi e timbri mantenendo costante la pulsazione.

Il risultato è quella sensazione di continuità che può far sembrare alcune sue frasi più semplici di quanto siano realmente. Il passaggio fra fingerstyle, slap e articolazioni percussive non viene presentato come un’esibizione di tecniche differenti: diventa parte della stessa frase musicale.

A questo si aggiungono il fretless, l’uso melodico del registro superiore, accordi e voicing sulle corde più acute e una gestione molto precisa della durata delle note. Ed è forse proprio quest’ultimo aspetto quello che rischia maggiormente di sfuggire guardando soltanto le dita: Smith sa lasciare morire una nota esattamente quando serve. Nel funk, talvolta, il silenzio dura una frazione di secondo. Ma basta quella.

Nel 2010 cambia tutto: arriva Jeff Beck

All’inizio del 2010 arriva un’altra svolta. Il batterista Narada Michael Walden segnala Rhonda Smith a Jeff Beck. È una raccomandazione piuttosto coraggiosa, perché Walden e Smith non avevano ancora accumulato una lunga storia musicale insieme. L’intuizione però funziona: Beck incontra Smith a Los Angeles e la inserisce nella propria formazione.

Passare da Prince a Jeff Beck significa cambiare completamente ambiente pur restando accanto a un musicista dal controllo strumentale fuori dal comune. Smith ha spiegato che con Prince il basso aveva generalmente una funzione più rigidamente legata al progetto complessivo del bandleader, mentre Beck lasciava ai musicisti maggiori margini per espandere le parti e reagire a ciò che succedeva sul palco.

«Con Prince il basso doveva avere sempre un ruolo di supporto; Jeff, invece, ti lasciava prenderti delle libertà.»

(Rhonda Smith)

Con Beck Smith utilizza a lungo un Fender American Deluxe Jazz Bass a quattro corde, proprio il tipo di strumento che aveva imparato ad apprezzare durante gli anni con Prince. Per alcuni brani più lirici, come “Over the Rainbow” e “Nessun Dorma”, ha usato anche un contrabbasso elettrico Vektor Electric Bassett, sfruttandone soprattutto il timbro e le possibilità espressive del vibrato. Negli anni successivi diventano centrali anche i bassi PRS Gary Grainger, nelle versioni a quattro e cinque corde e fretless.

Un documento efficace di quel periodo è Live at the Hollywood Bowl, registrato il 10 agosto 2016 durante il concerto con cui Beck celebrò cinquant’anni di carriera e pubblicato nel 2017. Nel medley “Rice Pudding / Morning Dew” si sente bene la funzione di Smith: nel primo brano può spingere il groove, mentre nel secondo deve soprattutto sostenerne l’andamento e lasciare spazio alla voce e alla chitarra.

È anche una dimostrazione della differenza fra virtuosismo e presenza. Smith potrebbe tranquillamente occupare molto più spazio, ma spesso sceglie di non farlo. Quando arriva il momento di espandere la linea, però, ha tecnica e suono sufficienti per diventare immediatamente una seconda voce solista.

Intellipop, RS2 e una carriera che non è soltanto da sideman

Nel frattempo Smith ha costruito anche una propria discografia. Intellipop, pubblicato nel 2000, mette insieme funk, jazz, rock e R&B e la presenta non soltanto come bassista, ma anche come cantante, autrice, arrangiatrice e produttrice. È un passaggio importante perché permette di capire quanto il suo vocabolario strumentale cambi quando non deve inserirsi nel progetto musicale di qualcun altro.

Il secondo album, RS2, arriva nel 2006. Qui c’è anche un curioso ribaltamento dei ruoli: Prince, l’artista per il quale Smith aveva suonato il basso per anni, compare alla chitarra solista e ritmica nel brano “Time”. Non è soltanto una nota da collezionisti: racconta bene come il rapporto fra i due fosse diventato nel tempo una collaborazione musicale e non semplicemente quello fra bandleader e turnista.

Il curriculum fuori da Prince e Beck è altrettanto eloquente. Chaka Khan, Beyoncé, Erykah Badu, Patti Austin, Patrice Rushen, Lee Ritenour, Kirk Whalum, Terri Lyne Carrington, George Clinton, Little Richard e Larry Graham sono soltanto alcuni dei nomi con cui ha lavorato. È difficile trovare un’unica etichetta stilistica che tenga insieme tutto, e probabilmente è proprio questo il punto.

Smith ha inoltre affiancato all’attività dal vivo una lunga esperienza didattica fatta di clinic e masterclass. Il suo approccio insiste sulla tecnica, ma anche sulla preparazione professionale: fra le lezioni maturate in anni di tournée cita la puntualità, il rispetto per la musica e la capacità di arrivare preparati al lavoro.

Dalla Royal Albert Hall a The Power of 3

Jeff Beck muore il 10 gennaio 2023. Pochi mesi più tardi, alla Royal Albert Hall di Londra, vengono organizzati due concerti in sua memoria, con una lunga lista di musicisti legati alla sua carriera. Rhonda Smith torna al basso nella formazione, rendendo omaggio al chitarrista con cui aveva condiviso più di un decennio di musica. Beck era scomparso nel gennaio dello stesso anno.

Ma la storia non finisce con il capitolo Beck. Nel 2025 Smith comincia a esibirsi con The Power of 3, power trio completato dalla cantante e chitarrista Orianthi e dalla batterista Cindy Blackman Santana. Il trio si presenta pubblicamente con questo nome nel novembre 2025 a Las Vegas; nell’agosto 2026 pubblica il doppio singolo “War In The Streets” / “Treat Me Like A Lady” e annuncia il primo album omonimo.

Il disco è previsto per l’11 dicembre 2026 su She2Music, è prodotto da Eddie Kramer – l’ingegnere e produttore legato, fra gli altri, a Jimi Hendrix – ed è stato registrato interamente in analogico. Fra gli ospiti figura anche Carlos Santana. Per Smith è un contesto molto diverso da quello vissuto con Prince: qui non c’è un unico artista al centro con una sezione ritmica chiamata a sostenerlo, ma un power trio nel quale basso, chitarra e batteria devono condividere buona parte del peso dell’arrangiamento.

Ed è forse il posto più naturale in cui ritrovarla oggi: non più soltanto la bassista scelta da due giganti della chitarra, ma una delle tre componenti di un progetto nel quale il basso è chiamato a essere contemporaneamente fondamenta, voce ritmica e strumento di dialogo.

5 ascolti per iniziare con Rhonda Smith

1. Prince, “Dreamin’ About U” (da Emancipation, 1996). Uno dei primi incontri discografici fra Prince e Smith: fretless, fraseggio melodico e uno spazio solistico che mostra un lato della bassista molto diverso dallo slap più spettacolare.

2. Prince, “Family Name” (da One Nite Alone… Live!, 2002). Il posto giusto per ascoltare Smith dentro una band tiratissima: groove, cambi di articolazione, fill e seconde voci senza perdere il centro ritmico.

3. Jeff Beck, “Rice Pudding / Morning Dew” (da Live at the Hollywood Bowl, 2017). Due situazioni diverse una dopo l’altra: prima spingere, poi sostenere e lasciare spazio.

4. Rhonda Smith, Intellipop (2000). Il primo album a suo nome e probabilmente il passaggio migliore per capire cosa succede quando non deve adattarsi all’universo musicale di qualcun altro.

5. The Power of 3, “War In The Streets” (2026). La Rhonda Smith di oggi, dentro un power trio con Orianthi e Cindy Blackman Santana: un buon modo per verificare quanto del suo linguaggio sia rimasto e quanto continui a cambiare.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Rhonda Smith

1. Chi è Rhonda Smith?
Una bassista, cantante e autrice canadese cresciuta a Montreal. Ha studiato jazz performance alla McGill University e ha costruito la propria carriera lavorando soprattutto fra funk, rock, jazz e fusion.

2. Come è arrivata a suonare con Prince?
Dopo aver conosciuto Sheila E. a una convention musicale in Germania le consegnò un press kit. Circa due mesi dopo Prince la convocò a Paisley Park: il provino diventò immediatamente una sessione di registrazione per Emancipation.

3. Che cosa registrò su Emancipation?
Suonò il basso fretless in “I Can’t Make U Love Me” e “Dreamin’ About U”. Su quest’ultimo brano Prince le affidò anche uno spazio solistico.

4. Che cosa caratterizza la sua tecnica?
Un vocabolario molto ampio della mano destra, che comprende fingerstyle, slap, popping, ghost note e articolazioni percussive. Nei suoi esercizi “Pulse Rhythms” mantiene una pulsazione continua di sedicesimi inserendo al suo interno linee, accenti e tecniche differenti.

5. Che cosa fa oggi?
È la bassista di The Power of 3 insieme a Orianthi e Cindy Blackman Santana. Il trio ha annunciato il proprio album d’esordio per l’11 dicembre 2026.

Il paradosso della carriera di Rhonda Smith è che il grande pubblico può conoscerne perfettamente il suono senza conoscerne il nome. Ma basta seguirne il percorso – dal fretless di Emancipation alla disciplina ritmica della New Power Generation, dalla libertà concessa da Jeff Beck fino a The Power of 3 – per accorgersi che non siamo davanti soltanto a una grande turnista.

Smith appartiene a quella categoria di bassisti per i quali la tecnica ha senso soltanto quando diventa linguaggio. Può usare molte note, molte tecniche e molti strumenti diversi. La parte difficile, quella che spiega davvero perché Prince e Jeff Beck l’abbiano voluta accanto a loro per tanti anni, è sapere ogni volta quali scegliere. E quali lasciare fuori.



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