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Il ruolo del bassista in 70 anni di musica: da spalla ritmica a protagonista

Nella storia della musica degli ultimi 70 anni (e rotti), il basso ha tenuto le fondamenta di un numero incalcolabile di composizioni, ma per una parte di questo tempo è stato dietro chitarre e voci, che si prendevano ben più facilmente i riflettori. Nessun bassista per anni è stato chiamato “frontman” o “leader”, se non nel caso del jazz, ma anche in questo ambito non così spesso come sassofonisti, trombettisti o pianisti.
Poi, a un certo punto, qualcuno ha deciso che il basso non era solo uno strumento di accompagnamento e/o una base ritmica per i brani. E da quel momento in poi, niente è stato più come prima.

La storia del basso elettrico è in realtà la storia di una rivoluzione silenziosa: uno strumento che ha cambiato identità più volte, trascinando con sé il modo di fare musica, di pensare gli arrangiamenti e di concepire il ruolo del musicista all’interno di un gruppo. Dagli anni Cinquanta a oggi, il percorso è stato lungo, tortuoso e pieno di personaggi straordinari.

Vale la pena raccontarne qualche tappa, senza avere la velleità di comporre un saggio sull’argomento, per il quale bisognerebbe comporre un’opera scritta in molti volumi (così mettiamo anche le mani avanti con i soliti “eh ma non avete citato tizio e caio“, se volete aggiungere qualcosa scrivetelo nei commenti, siamo felici di leggervi, NdR).

Leo Fender

Prima del basso elettrico: un altro mondo

Prima che Leo Fender cambiasse le regole del gioco con il mitico Precision, le basse frequenze erano territorio esclusivo del contrabbasso. Nel jazz, nello swing, nel blues, nelle big band e orchestre degli anni Quaranta, i contrabbassisti erano musicisti formati e specializzati, consapevoli del proprio ruolo armonico e ritmico all’interno dell’ensemble. Non era certo uno strumento di serie B: richiedeva anni di studio, una tecnica fisica impegnativa e un orecchio molto allenato. Nessuno, insomma, si improvvisava contrabbassista.

Il “problema” era anche di natura logistica e tecnica: uno strumento di grandi dimensioni, difficile da amplificare (soprattutto all’epoca), sempre in bilico tra l’essere percepito e il perdersi nel volume crescente delle orchestre.
Quando arrivarono i ruggenti anni ’50 e con loro il cambio generazionale e i nuovi stili musicali, quello che mancava era uno strumento più adatto ai nuovi contesti che stavano emergendo.

1951: Leo Fender inventa (quasi) tutto

Nell’ottobre del 1951 Leo Fender mette sul mercato il Precision Bass: corpo in frassino, manico in acero avvitato, un singolo pickup e, soprattutto, 20 tasti che permettevano di intonare ogni nota ben più facilmente sul contrabbasso. Il nome, del resto, non era casuale. Era uno strumento pensato per essere comodo da trasportare, amplificabile senza troppi compromessi e abbastanza intuitivo per chi veniva da altri cordofoni.

Nel 1960 arriva il Fender Jazz Bass, versione più sofisticata con due pickup, suono più brillante e articolato, e un manico leggermente più sottile. Questi due strumenti avrebbero definito il suono del basso elettrico per i successivi anni, certo non da soli, ma senza dubbio assai più diffusi rispetto ai concorrenti. Ancora oggi restano due strumenti che la maggior parte dei bassisti in erba (e non solo) agognano o magari già possiedono nel proprio gear.

Gli anni ’60: il chitarrista prestato al basso

Ed è qui che arriva il fenomeno che ha segnato un’epoca intera. Con l’esplosione del rock e del beat negli anni Sessanta, formare una band diventa un fatto normale, soprattutto per i giovani: inizia l’era dei garage, in cui trovano posto gli amplificatori e tanta voglia di fare “rumore”.
Il problema era che tutti volevano fare il chitarrista solista o il cantante (batteristi perdonateci se finora non vi abbiamo nominato, non abbiamo certo intenzione di togliervi i vostri meriti, NdR).
Nessuno voleva stare in fondo al palco a “tenere il passo”. Così il basso elettrico finì spesso tra le mani del chitarrista più disponibile al sacrificio.

La storia di Paul McCartney è emblematica, e più complicata di come viene spesso raccontata. Fu Stuart Sutcliffe – musicista, pittore e amico di John Lennon conosciuto all’art school – a comprare un basso dopo aver guadagnato 75 sterline per aver venduto alcuni quadri. Nessuno dei Beatles (pre-fama mondiale) voleva suonarlo, ma Sutcliffe aveva i soldi e la band aveva bisogno di un bassista.
Quando Sutcliffe lasciò il gruppo nel 1961 per restare ad Amburgo con la sua fidanzata, McCartney fu letteralmente “costretto” a raccogliere lo strumento. Le sue parole sono inequivocabili: Il basso era la cosa che si rifilava ai grassoni, a quelli che dovevano stare in fondo al palco. Non volevo farlo, ma Stuart se ne andò e me lo ritrovai in mano.

Quello che accadde dopo è storia: McCartney non solo accettò il ruolo, ma nel giro di qualche anno divenne uno dei bassisti più creativi e influenti della storia della musica pop, con linee che in brani come Something o Come Together erano praticamente delle contromelodie autonome.

La tendenza a relegare il basso a ruolo di secondo piano aveva una conseguenza diretta sul suono di quegli anni: le linee erano quasi sempre semplici, radicate sulle fondamentali degli accordi, con poca fantasia melodica. Il bassista teneva la struttura e cercava di non sbagliare. Il palco era di qualcun altro. Eppure, anche in quel contesto, c’era già chi come il buon Paul stava riscrivendo le regole e iniziava a far capire le enormi potenzialità dello strumento.

Per rendervene conto, ecco come sono evolute le linee di basso dei Beatles in meno di un decennio, la musica parla da sola:

Peraltro, in questo video – che, credeteci, abbiamo cercato dopo aver già scritto questo articolo – viene citata come fonte del cambiamento un bassista americano il cui nome è decisamente meno famoso di quello di McCartney, ma la sua importanza, beh… diciamo che senza di lui il mondo del basso davvero non sarebbe lo stesso.
No, non parliamo di Pastorius o altri ben noti “Hendrix del basso”, ma di…

James Jamerson: il genio nascosto

James Jamerson non era mai sul palco. Era in studio, a Detroit, nella sede della Motown Records, e per anni nessuno sapeva nemmeno il suo nome. La Motown non accreditava i session man, almeno fino al 1971, e così il contrabbassista jazz passato al Fender Precision nei primi anni Sessanta rimase nell’ombra per buona parte la sua vita, mentre le sue bassline finivano su milioni di dischi.

Jamerson faceva parte dei Funk Brothers, il gruppo di session musicians che registrava praticamente tutto ciò che usciva dalla Motown. Suonava con un approccio che non aveva precedenti: linee complesse, melodiche, quasi contrappuntistiche rispetto alla voce principale, costruite su una tecnica che mescolava la libertà improvvisativa del jazz con il senso del groove della black music.

Le sue linee di basso non erano mai banali. Si muovevano con una libertà inusuale per l’epoca, e influenzarono direttamente anche i Beatles: tracce del suo stile si sentono in You Won’t See Me e Nowhere Man.

Rolling Stone e praticamente ogni pubblicazione specializzata lo citano concordemente come il bassista più influente della storia della musica moderna. Jamerson morì nel 1983, a soli 47 anni, ancora in gran parte sconosciuto al grande pubblico. Una delle ingiustizie più clamorose della storia della musica.

Carol Kaye: la bassista da diecimila sessioni

Se Jamerson era l’uomo invisibile della Motown a Detroit, Carol Kaye era la sua controparte sulla costa ovest. Nata nel 1935 a Everett, Washington, Kaye arrivò al basso quasi per caso: era una chitarrista jazz di alto livello, già attiva nei club di Los Angeles negli anni Cinquanta, quando nel 1963 si presentò a una sessione alla Capitol Records e scoprì che il bassista previsto non si era presentato. Le fu chiesto di rimpiazzarlo. Accettò, e non tornò più indietro.

In pochi anni divenne il punto di riferimento assoluto delle sale di registrazione losangeline, parte di quel gruppo leggendario di session musician poi noto come The Wrecking Crew. Il suo nome non compariva sulle etichette dei dischi, ma il suo basso si sentiva ovunque: “Good Vibrations” dei Beach Boys – con Brian Wilson che la chiamava personalmente per le sue sessioni, da Pet Sounds in poi – These Boots Are Made for Walkin’ di Nancy Sinatra, Scarborough Fair di Simon & Garfunkel, brani di Joe Cocker, Sonny & Cher, la colonna sonora di Mission: Impossible. Si stima che nel corso della sua carriera abbia suonato su circa 10.000 registrazioni.

Quello che rende Kaye particolarmente rilevante in questa storia è il suo approccio allo strumento: inventivo, melodico, con un senso ritmico costruito anni di jazz, capace di adattarsi a qualsiasi contesto senza mai diventare anonima.

John Entwistle: il basso come voce solista

Se Jamerson lavorava nell’ombra degli studi di registrazione, John Entwistle degli Who stava facendo qualcosa di completamente diverso: portava il basso sotto i riflettori, sul palco, in faccia a tutti. Con lui diventava addirittura uno strumento solista in certi momenti.
Lo soprannominavano “The Ox”, e la sua tecnica aveva qualcosa di chiaramente chitarristico, con un approccio alle frasi che andava ben oltre il classico schema che dominava il basso dell’epoca.

Il momento iconico è “My Generation” del 1965: uno dei primi assoli di basso della storia del rock, suonato con una velocità e un’aggressività che lasciò tutti senza parole. Quando Pete Townshend si fermava, Entwistle non si fermava: riempiva quello spazio con improvvisazioni, frasi solistiche, linee continue che trasformavano il basso in uno strumento melodico a tutti gli effetti.

Chris Squire degli Yes, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei bassisti più celebrati del progressive rock, ammise pubblicamente di aver rubato molto da Entwistle: “Nelle prime fasi venivo paragonato a lui, ma la verità è che gli ho copiato parecchie cose. Glielo dissi anche. Ha aggiunto al basso qualcosa che stavamo tutti aspettando”.

Era la prima crepa nel muro. Il basso aveva appena dimostrato di poter fare molto di più.

Jack Bruce: quando il basso pensa come un jazzista

Se Entwistle sfidava la chitarra sul suo stesso terreno – volume, aggressività, velocità – Jack Bruce dei Cream arrivava alla stessa conclusione attraverso una strada completamente diversa. Bruce veniva dal jazz e dalla musica classica, aveva studiato al Royal Scottish Academy of Music and Drama, e portava in una band rock blues una mentalità improvvisativa che nel contesto dell’epoca era quasi aliena.

Nei Cream il basso non accompagnava: dialogava. Le sue linee erano costruite in contrappunto con la chitarra di Eric Clapton, con una logica melodica autonoma che cambiava di sera in sera perché era genuinamente improvvisata, non fissa.
Bruce ha raccontato più volte di aver concepito i Cream come una sorta di trio jazz, con tutto il peso creativo distribuito in parti uguali tra i tre musicisti, senza gerarchia strumentale. “Io ho sempre pensato ai Cream quasi come a una band jazz, solo che non l’abbiamo mai detto a Eric”, disse in un’intervista rimasta celebre.

C’è però un dettaglio che rende la sua figura ancora più significativa in questa storia: Bruce era il principale compositore della band e il cantante. Riff come quello di Sunshine of Your Love o le architetture di White Room nascevano dal basso, non dalla chitarra.
Il bassista come autore, come centro creativo del gruppo: un’idea che nel 1966 era rivoluzionaria, e che anticipa di decenni quello che sarebbe diventato normale molto più tardi.

Gli anni ’70: il virtuosismo prende forma

I Settanta sono il decennio in cui il basso elettrico esplode come strumento espressivo su più fronti contemporaneamente, e vale la pena distinguerli.

Da una parte c’è il rock progressivo, che porta il basso in territori di complessità inedita. Chris Squire degli Yes è la figura centrale di questa rivoluzione: il suo suono era costruito su un mix di overdrive, attacco aggressivo e un timbro quasi chitarristico che lo rendeva protagonista assoluto negli arrangiamenti complessi della band. Non era un bassista che accompagnava: era una voce autonoma, spesso in dialogo paritario con la chitarra di Steve Howe. Geddy Lee dei Rush e Steve Harris degli Iron Maiden citeranno Squire come influenza diretta e dichiarata.

Sul fronte jazz-fusion, nel 1976 accade qualcosa di epocale. Jaco Pastorius pubblica il suo album di debutto omonimo e ridefinisce completamente i confini dello strumento.
Jaco suonava un fretless – un basso da cui aveva rimosso personalmente i tasti – con una tecnica armonica e melodica di una complessità sbalorditiva. L’apertura dell’album, un arrangiamento di Donna Lee di Charlie Parker eseguito in duo con il percussionista Don Alias, fu uno shock collettivo: era la prima volta che il basso elettrico suonava come un sassofono, con frasi bebop veloci e un vibrato che nessuno aveva mai sentito su quello strumento.
Il titolo che gli affibbiarono – “il più grande bassista di tutti i tempi” – non è mai stato seriamente contestato da allora.

Sempre nei Settanta, in un contesto completamente diverso, Larry Graham stava inventando qualcos’altro. Già chitarrista di formazione, Graham aveva iniziato a sviluppare la tecnica dello slap durante i concerti della band di sua madre: senza un batterista, cominciò a usare il pollice per colpire le corde gravi simulando il suono della cassa, e le dita per tirare le corde acute come una risposta di rullante.

Quando nel 1968 entrò in Sly & the Family Stone e uscì Dance to the Music, quella tecnica divenne un linguaggio musicale che avrebbe cambiato funk, soul e gran parte della musica degli anni a venire.

Gli anni ’80: tecnologia, slap e metal

Gli anni Ottanta portano due rivoluzioni parallele. Sul fronte tecnologico, i bassi attivi – con preamplificatore integrato e controlli di equalizzazione sul corpo – si diffondono rapidamente, rendendo il suono più brillante, controllato e adatto alle produzioni in studio sempre più sofisticate.

Il Music Man StingRay, progettato dallo stesso Leo Fender dopo aver lasciato l’azienda che portava il suo nome, era già arrivato nel 1976 con il primo preamp attivo di serie su un basso di produzione, aprendo una strada che tutti gli altri costruttori avrebbero percorso nel decennio successivo.

La tecnica slap di Larry Graham nel frattempo diventava mainstream nelle mani di Marcus Miller, che la portava in territori più raffinati e jazzistici, e più avanti incontrerà Flea dei Red Hot Chili Peppers, che la mischiava con punk, funk e rock in modo esplosivo.

Sul fronte heavy metal, invece, Cliff Burton dei Metallica faceva saltare tutti i presupposti sul ruolo del bassista nel metal: linee distorte, assoli veri, un uso del wah pedal che trasformava il basso in qualcosa di simile a una chitarra solista distorta.
La sua morte nel 1986 lasciò un vuoto che la band non ha mai davvero colmato.

Gli anni ’90 e 2000: la frammentazione

Con i Novanta il basso smette di avere un’unica identità e si frammenta in decine di direzioni. Nel grunge, strumenti come il basso di Krist Novoselic nei Nirvana tornano a un ruolo più semplice e diretto, in linea con l’estetica anti-virtuosistica del movimento.

Nella jazz-fusion e nella musica sperimentale, Victor Wooten porta lo strumento in luoghi che nemmeno Jaco aveva esplorato: tecnica della doppia mano destra, accordi, thumb technique bidirezionale, dinamiche che rendono il basso uno strumento solista a tutti gli effetti. Il suo approccio trasforma radicalmente l’idea stessa di cosa si possa fare con quattro o cinque corde.

Les Claypool dei Primus costruisce un’intera carriera sull’idea che il basso possa essere lo strumento più strano e imprevedibile di un ensemble, con tecniche slap ed hammer-on di origine quasi percussiva.

Nel frattempo, i bassi extended range – cinque, sei e persino sette corde – diventano sempre più comuni, allargando il range dello strumento verso il basso e verso l’alto e aprendo possibilità armoniche e melodiche prima impraticabili.

Arriviamo a oggi: il bassista compositore

Il cambiamento più radicale degli ultimi decenni non riguarda tanto la tecnica quanto il ruolo professionale. Il bassista contemporaneo non è più necessariamente il membro di supporto di una band: è spesso un compositore autonomo, un produttore, un artista solista che usa il basso come mezzo espressivo principale ma non esclusivo.

Thundercat – al secolo Stephen Bruner – è forse l’esempio più evidente: bassista virtuoso formatosi nell’orbita di Kamasi Washington e poi diventato pilastro della scena hip-hop e R&B di Kendrick Lamar, con album solistici in cui il basso convive con tastiere, voce e produzione elettronica.

Esperanza Spalding vince un Grammy nel 2011 con un disco di jazz e si impone come compositrice, bassista e vocalist di rara versatilità. In Italia, figure come Mick Hadow o il lavoro di bassisti nel jazz contemporaneo e nel progressive metal mostrano come anche nel nostro Paese lo strumento abbia raggiunto una maturità espressiva piena.

I social network e le piattaforme video hanno fatto il resto: YouTube, Instagram e TikTok pullulano di bassisti che mostrano tecniche, composizioni originali e cover elaborate, costruendo audience di centinaia di migliaia di follower. Il basso è diventato, paradossalmente, uno degli strumenti più seguiti online, proprio quello che per decenni era stato considerato il meno glamour del gruppo.

Il basso oggi: strumento totale

Se dovessimo tracciare una linea ideale da quel primo Fender Precision del 1951 a oggi, il percorso è chiaro: da strumento di servizio a linguaggio espressivo completo. Il bassista del 2026 può essere un groove machine impeccabile come un funzionario, un solista con tecnica da capogiro, un compositore che costruisce paesaggi sonori multistrato, o tutte e tre le cose insieme a seconda del contesto.

La cosa più interessante è che nessuno di questi ruoli ha cancellato i precedenti. James Jamerson è ancora un modello per chi vuole capire cosa significa servire una canzone con intelligenza. John Entwistle è ancora il punto di riferimento per chi vuole capire come un basso possa dialogare alla pari con la chitarra. Jaco è ancora il nome che si fa quando si vuole indicare il limite oltre il quale lo strumento si trasforma in qualcosa di indefinibile.

In fondo, la storia del basso elettrico è anche una storia sull’idea che nessuno strumento abbia un destino scritto. Dipende sempre da chi lo imbraccia, e da cosa ha da dire.

Prima di lasciarci vi ricordiamo che no, ci sono una miriade di bassisti che non abbiamo nominato. Ma il nostro intento non era enciclopedico, ma quello di tracciare una linea sull’evoluzione del ruolo del bassista, passando da dei capisaldi, ma senza fare un elenco fine a se stesso.
Volete aggiungere qualcosa? Ben venga, fatelo nei commenti! 😉

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