Donald “Duck” Dunn è stato uno dei bassisti che hanno definito il suono del soul americano. Membro dei Booker T. & the M.G.’s e figura centrale della house band di Stax Records, ha suonato in centinaia di incisioni tra soul, rhythm and blues, blues e rock, lavorando con alcuni dei protagonisti più importanti della musica americana del secondo Novecento.
Il suo basso raramente cerca il primo piano. Sta sotto la voce, incastra batteria e arrangiamento, lascia respirare gli altri strumenti e interviene quando serve. È proprio questa apparente semplicità a rendere Dunn ancora oggi un riferimento per chi studia il groove e il ruolo del basso dentro una band: non la ricerca della nota spettacolare, ma la capacità di scegliere quella necessaria.
Nel video, Otis Redding interpreta “Try a Little Tenderness” al Monterey Pop Festival del 1967, accompagnato dai Booker T. & the M.G.’s e dai fiati legati alla formazione dei Mar-Keys: al basso c’era Duck Dunn.
Prima di Stax: dai Royal Spades ai Mar-Keys
Nato a Memphis il 24 novembre 1941, Donald Dunn conobbe Steve Cropper quando i due erano ancora ragazzi. Frequentavano la Messick High School e cominciarono a suonare insieme nei Royal Spades, gruppo rhythm and blues composto da giovani musicisti bianchi cresciuti ascoltando la musica afroamericana che riempiva radio e locali di Memphis.
I Royal Spades si trasformarono successivamente nei Mar-Keys, formazione fondamentale nei primi anni della storia della Stax. Nel 1961 il gruppo ottenne un successo nazionale con lo strumentale “Last Night”. Dunn faceva parte dei Mar-Keys e suonò il brano dal vivo, ma l’attribuzione del basso nella registrazione originale non è del tutto pacifica: alcune ricostruzioni storiche, compreso il saggio dedicato ai Booker T. & the M.G.’s dalla Rock & Roll Hall of Fame, indicano Lewie Steinberg, mentre altre discografie accreditano Dunn. È quindi più corretto non considerare “Last Night” una registrazione sicuramente attribuibile a Duck Dunn.
Anche il soprannome appartiene agli anni dell’infanzia. Dunn raccontò che fu suo padre a cominciare a chiamarlo “Duck” quando aveva circa due anni, nello stesso periodo in cui erano popolari i cartoni animati di Donald Duck. Il nomignolo rimase talmente a lungo che persino alcuni insegnanti lo chiamavano così.
Dentro la house band di Stax
All’inizio del 1965 Dunn prese il posto di Lewie Steinberg nei Booker T. & the M.G.’s, entrando nella formazione destinata a diventare la più celebre: Booker T. Jones all’organo, Steve Cropper alla chitarra, Al Jackson Jr. alla batteria e Dunn al basso. Per questo il primo grande successo del gruppo, “Green Onions” del 1962, precede il suo ingresso: nella registrazione originale il basso è quello di Steinberg.
C’è anche un elemento storico che va oltre la musica. Booker T. Jones e Al Jackson Jr. erano afroamericani, Cropper e Dunn bianchi: nella Memphis degli anni Sessanta, ancora profondamente segnata dalla segregazione razziale, Booker T. & the M.G.’s erano una formazione interrazziale che lavorava e suonava come un’unica unità musicale. Un fatto che oggi può sembrare quasi secondario, ma che all’epoca aveva un significato tutt’altro che scontato.

I M.G.’s costituivano il nucleo attorno al quale ruotava buona parte della produzione Stax, insieme ad altri musicisti di studio e alle sezioni di fiati legate ai Mar-Keys. Otis Redding, Sam & Dave, Eddie Floyd, Albert King e Wilson Pickett sono soltanto alcuni degli artisti associati a quelle sessioni. La formazione effettiva poteva cambiare a seconda del brano e del periodo, ma Dunn, Cropper e Jackson furono tra le figure centrali nella costruzione di quello che sarebbe diventato il Memphis Sound.
Molti arrangiamenti nascevano direttamente in studio. Non era necessariamente musica costruita a tavolino attraverso parti completamente scritte: spesso erano i musicisti a trovare riff, incastri e soluzioni mentre il brano prendeva forma. Dunn ha sintetizzato bene il proprio approccio parlando del rapporto tra suono e sensibilità musicale.
“Sono un musicista di feel, non uno che ragiona per note: e il feel è suono.” (Donald “Duck” Dunn)
Sam & Dave in “Hold On, I’m Comin'”, uno dei brani che permettono di ascoltare con particolare chiarezza il lavoro della sezione ritmica Stax e il modo in cui Dunn costruiva il groove senza sovraccaricare l’arrangiamento.
Note giuste, al posto giusto
Dire che Dunn suonava “poche note” è corretto soltanto fino a un certo punto. La sua vera caratteristica era scegliere materiale musicale semplice e organizzarlo con grande precisione ritmica. Le sue linee utilizzano spesso note dell’accordo, fondamentali, quinte, ottave e seste, insieme a note di passaggio cromatiche che collegano un accordo al successivo. I fill sono generalmente pochi e vengono utilizzati per dare movimento senza interrompere il groove.
Anche il rapporto con la batteria era più raffinato della formula secondo cui “il basso segue la cassa”. Dunn raccontava di prestare molta attenzione soprattutto al rullante e all’hi-hat di Al Jackson Jr., cercando all’interno della batteria il punto in cui collocare la propria parte. È uno dei motivi per cui le sue linee possono sembrare semplici sulla carta e risultare molto meno semplici quando si prova a riprodurne realmente il feel.

Precision Bass, flatwound e un attacco tutt’altro che timido
Lo strumento più strettamente associato a Dunn è il Fender Precision Bass. La combinazione tra pickup split-coil, corde flatwound e un’esecuzione molto fisica contribuiva a creare quel suono compatto, leggibile e percussivo che attraversa molte registrazioni Stax.
Dunn raccontò di avere utilizzato corde flatwound praticamente per tutta la vita, anche se negli anni successivi sperimentò occasionalmente con le roundwound. Non aveva inoltre un tocco particolarmente leggero: suonava con decisione e utilizzava anche le unghie per ottenere più volume e una maggiore definizione dell’attacco. A questo si aggiungeva un uso molto istintivo del muting, compreso quello realizzato con la mano sinistra per accorciare le note e rendere la parte più percussiva.
Per il lavoro in studio Dunn utilizzò anche l’Ampeg B-15, che ricordava come uno dei suoi primi amplificatori di riferimento, pur avendo dichiarato di desiderare all’epoca anche un Fender Bassman. È un altro tassello di un suono costruito prima di tutto attraverso strumento, corde, mani e controllo della durata delle note, più che attraverso catene particolarmente elaborate.
Tra i suoi strumenti più caratteristici ci fu anche un Fender del 1961 che Dunn ricordava in finitura Candy Apple Red e sul quale aveva fatto montare un manico Jazz Bass, preferendo il profilo più stretto rispetto a quello del Precision. Dunn indicò proprio quello strumento come una delle ispirazioni per il successivo modello signature Lakland. Fender aveva già realizzato, intorno al 1998, una serie limitata Donald “Duck” Dunn Signature Precision Bass prodotta in Giappone.
Il Precision, naturalmente, stava definendo il linguaggio del basso elettrico anche altrove. Nella Detroit della Motown, James Jamerson e il suo Precision Bass del 1962 rappresentavano un’altra interpretazione dello stesso strumento. Jamerson costruiva frequentemente linee più dense e melodiche; Dunn tendeva maggiormente alla ripetizione, allo spazio e alla chiarezza ritmica. Due linguaggi diversi che hanno contribuito a definire cosa potesse diventare il basso elettrico nella musica soul.
5 ascolti per iniziare con Duck Dunn
- Otis Redding, “(Sittin’ On) The Dock of the Bay” (1968).
Un piccolo trattato sull’uso dello spazio: dall’introduzione su fondamentale e quinta alle variazioni ritmiche delle diverse sezioni. - Sam & Dave, “Soul Man” (1967).
Una parte apparentemente semplice che cambia funzione tra strofa, ritornello e bridge senza perdere mai il pocket. - Albert King, “Born Under a Bad Sign” (1967).
Basso e chitarra trasformano il riff principale nell’ossatura dell’intero pezzo. - Eddie Floyd, “Knock on Wood” (1966).
Uno dei classici Stax in cui si sente con particolare chiarezza il rapporto tra Dunn, Al Jackson Jr., chitarra e fiati. - Booker T. & the M.G.’s, “Time Is Tight” (1969).
I M.G.’s come gruppo autonomo, con Dunn a tenere il centro dell’arrangiamento senza occupare più spazio del necessario.
Tre linee di basso per capire Duck Dunn
“(Sittin’ On) The Dock of the Bay” di Otis Redding è uno degli esempi più immediati. Nell’introduzione Dunn lavora sul rapporto essenziale tra fondamentale e quinta, ma il resto della parte non si limita a quel disegno: nelle strofe costruisce un movimento regolare in quarti, inserendo collegamenti in ottavi in corrispondenza di alcuni cambi d’accordo, mentre nei ritornelli lascia maggiore spazio. È proprio l’alternanza tra movimento e sottrazione a rendere efficace la linea.
In “Soul Man” di Sam & Dave, del 1967, il principio è ancora più evidente. La strofa poggia su un groove breve e ripetuto con pochissime variazioni; nel ritornello Dunn passa a ottavi più regolari e aumenta la sensazione di spinta, mentre il bridge cambia nuovamente carattere. Non servono decine di note: basta modificare la funzione ritmica della parte quando cambia la sezione del brano.
Con “Born Under a Bad Sign” di Albert King il basso assume invece un ruolo apertamente riconoscibile. Il celebre riff scritto da Booker T. Jones e William Bell viene eseguito in larga parte all’unisono da basso e chitarra, con Dunn che mantiene una pulsazione rilassata nonostante il movimento della figura. È uno di quei casi in cui la linea di basso non accompagna semplicemente il riff: è parte del riff stesso.
Booker T. & the M.G.’s eseguono “Time Is Tight” dal vivo all’Oakland Coliseum il 31 gennaio 1970. Il video è particolarmente utile per osservare Dunn all’interno della formazione e il rapporto fisico e ritmico tra basso, batteria, chitarra e organo.
Dallo studio Stax a Muddy Waters
La carriera di Dunn non si esaurisce negli studi Stax. Nel 1969 partecipò, per esempio, a “Fathers and Sons” di Muddy Waters, progetto che riuniva il grande bluesman con musicisti di una generazione più giovane come Mike Bloomfield e Paul Butterfield. Dunn portava così il proprio linguaggio Memphis dentro un contesto di Chicago blues, confermando una qualità che sarebbe diventata centrale nella seconda parte della sua carriera: la capacità di adattarsi senza perdere la propria identità.
Dopo gli anni d’oro della Stax continuò infatti a lavorare come session man con musicisti provenienti da territori diversi, tra cui Rod Stewart, Bob Dylan, Roy Buchanan ed Eric Clapton. Con Booker T. & the M.G.’s tornò inoltre sul palco negli anni successivi e nel 1993 la formazione accompagnò Neil Young in tournée, sia in Europa sia negli Stati Uniti.
I Blues Brothers e una seconda vita davanti al grande pubblico
Per una parte enorme del pubblico, però, Duck Dunn ha un volto, un completo nero e un posto nella band dei Blues Brothers. Quando John Belushi e Dan Aykroyd trasformarono Jake ed Elwood Blues da personaggi televisivi in una vera formazione musicale, Dunn e Steve Cropper portarono nel progetto un collegamento diretto con la musica che i Blues Brothers volevano celebrare.
Non si trattò soltanto di una trovata comica. Il live “Briefcase Full of Blues”, registrato nel 1978 con Dunn al basso, raggiunse il numero uno della Billboard 200 e ottenne un enorme successo commerciale. Due anni più tardi Dunn apparve nel film “The Blues Brothers”, tornando poi anche nel seguito del 1998, “Blues Brothers 2000”. Attraverso quel progetto, una generazione che non aveva vissuto gli anni della Stax entrò indirettamente in contatto con musicisti, repertorio e linguaggio del rhythm and blues classico.
In brani come “She Caught the Katy” il suo basso mostra anche un volto più mobile rispetto a molte incisioni soul degli anni Sessanta, con salti d’ottava, collegamenti cromatici e maggiore movimento, ma senza cambiare la regola fondamentale: la parte deve sempre servire il brano.
“She Caught the Katy” nella versione dei Blues Brothers, dalla colonna sonora del film del 1980: un esempio efficace del Dunn più maturo, ancora completamente riconoscibile ma inserito in una sezione ritmica più ampia e spettacolare rispetto alle incisioni Stax degli anni Sessanta.
Un musicista che ha fatto della sezione ritmica una filosofia
Nel 1992 Duck Dunn entrò nella Rock & Roll Hall of Fame come membro dei Booker T. & the M.G.’s. Nel 2007 la Recording Academy assegnò alla band il Lifetime Achievement Award, riconoscendo ufficialmente il peso assunto dal gruppo nella storia della musica registrata.
Dunn continuò a esibirsi praticamente fino alla fine. Morì il 13 maggio 2012, a settant’anni, mentre si trovava a Tokyo dopo gli ultimi concerti in Giappone insieme a Steve Cropper ed Eddie Floyd.
Il suo lascito non consiste in una tecnica spettacolare da replicare nota per nota. Sta piuttosto in un’idea del basso elettrico che continua a essere attuale: capire il brano, ascoltare la batteria, scegliere lo spazio giusto e suonare soltanto ciò che rende migliore l’insieme. Sulla carta può sembrare una lezione semplice. In pratica, è probabilmente una delle più difficili.
Per chi ha fretta: 5 risposte su Duck Dunn
1. Chi era Donald “Duck” Dunn?
Un bassista statunitense nato a Memphis nel 1941, figura centrale della house band di Stax Records e membro dei Booker T. & the M.G.’s. Ha suonato in centinaia di incisioni soul, rhythm and blues, blues e rock.
2. Ha suonato in “Green Onions” e “Last Night”?
In “Green Onions” sicuramente no: il singolo del 1962 fu registrato con Lewie Steinberg al basso, prima dell’ingresso di Dunn nei Booker T. & the M.G.’s. Per “Last Night” dei Mar-Keys la situazione è meno chiara: alcune ricostruzioni attribuiscono il basso a Steinberg, mentre altre discografie accreditano Dunn, che faceva comunque parte della formazione e suonava il brano dal vivo.
3. Qual era il suo stile?
Dunn costruiva linee essenziali basate soprattutto su note dell’accordo, groove ripetuti, passaggi cromatici e pochi fill. Prestava grande attenzione soprattutto a rullante e hi-hat, cercando all’interno della batteria il pocket della sezione ritmica.
4. Che basso e che corde usava?
È associato soprattutto al Fender Precision Bass e alle corde flatwound. Suonava con un attacco deciso e utilizzava il muting per ottenere note corte e percussive. Possedeva inoltre un Fender del 1961 sul quale aveva fatto montare un manico Jazz Bass, soluzione che avrebbe contribuito a ispirare un suo modello signature Lakland.
5. Che cosa c’entra con i Blues Brothers?
Dunn fu uno dei musicisti della Blues Brothers Band fin dal 1978, suonò nel fortunato album “Briefcase Full of Blues” e apparve nei film del 1980 e del 1998. Come membro dei Booker T. & the M.G.’s entrò nella Rock & Roll Hall of Fame nel 1992 e ricevette il Lifetime Achievement Award della Recording Academy nel 2007.










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