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Keith Moon era insostituibile? La risposta scomoda di Pete Townshend

Townshend rimpiange una pausa dopo Moon, ridiscute la formazione originale e valuta nuove canzoni per gli Who.

Pete Townshend sta cercando di scrivere nuove canzoni per i The Who. Già questa sarebbe una notizia sufficiente ad attirare l’attenzione dei fan, soprattutto dopo il tour d’addio del 2025. Ma nell’intervista concessa a Barry Robinson per il canale YouTube Classic Album Review, il chitarrista britannico si spinge decisamente oltre, tornando su alcune delle pagine più dolorose e controverse della storia del gruppo.

Si parla della morte di Keith Moon e John Entwistle, delle difficoltà di suonare con due musicisti tanto straordinari quanto ingombranti, dei contrasti con Roger Daltrey sulla scelta dei batteristi e persino di come Bruce Springsteen, Queen e U2 abbiano raccolto l’eredità degli Who negli stadi.

Il tutto nasce da una conversazione dedicata alla ristampa di The Who By Numbers, pubblicata il 30 ottobre 2026 in un’edizione ampliata. Un’occasione discografica che diventa presto qualcosa di molto più interessante: un bilancio piuttosto spietato di oltre sessant’anni di storia musicale, raccontato da uno dei suoi protagonisti.

«Dopo la morte di Keith Moon avrei dovuto fermarmi»

È probabilmente la dichiarazione destinata a far discutere maggiormente i fan degli Who. Townshend non sostiene che gli Who avrebbero necessariamente dovuto sciogliersi nel 1978. Il suo rimpianto riguarda soprattutto il fatto di non essersi concesso una pausa per riflettere, elaborare il lutto e capire cosa fare della propria vita.
A suo giudizio, quella decisione mancata finì per ripresentarsi ventiquattro anni dopo, quando gli Who persero anche il loro bassista.

Nel 2002, però, fermare la macchina organizzativa di una tournée già programmata sarebbe stato estremamente complicato. Townshend racconta che il gruppo rischiava di non ottenere la copertura assicurativa e che la cancellazione avrebbe potuto comportare, secondo la sua stima, un esborso vicino ai 30 milioni di dollari.
Erano coinvolti i lavoratori della tournée, i promoter e migliaia di spettatori che avevano già acquistato biglietti, prenotato alberghi e organizzato spostamenti.

Così gli Who continuarono a suonare, con Pino Palladino al basso. Una scelta che Townshend presenta meno come una dimostrazione di eroismo musicale e più come la conseguenza di obblighi professionali ed economici diventati difficilissimi da evitare.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: quanto può costare, anche umanamente, mantenere in vita una band diventata un’impresa?

La frase più scomoda: musicalmente, Moon ed Entwistle erano un limite?

Se il rimpianto per non essersi fermato può apparire comprensibile, un altro passaggio dell’intervista è molto più difficile da digerire, soprattutto per chi considera la formazione originale degli Who insostituibile.

Parlando della morte di John Entwistle, Townshend pronuncia una frase particolarmente dura, che riportiamo nella formulazione originale per non perderne le sfumature:

«I was very happy musically speaking to see him go» (Pete Townshend).

In sostanza, sostiene che dal punto di vista strettamente musicale fu sollevato dal non dover più suonare con Entwistle. Subito dopo aggiunge di aver provato qualcosa di simile anche quando venne a mancare Keith Moon. Detta così, è una dichiarazione che può sembrare persino crudele. Ma il ragionamento merita di essere seguito fino in fondo.

Townshend sottolinea di aver amato profondamente entrambi i musicisti e di aver sofferto enormemente per la loro perdita. Il problema, dal suo punto di vista, era che Moon ed Entwistle possedevano personalità strumentali talmente forti da condizionare l’intera musica degli Who.

Entwistle, in particolare, non si limitava a svolgere la funzione tradizionale del bassista. Era un virtuoso che costruiva linee complesse, introduceva continuamente nuove soluzioni tecniche e occupava una quantità impressionante di spazio sonoro.

Secondo Townshend, in molte situazioni era Entwistle a comportarsi come una chitarra solista, mentre lui stesso finiva per assumere prevalentemente un ruolo ritmico. Non è un caso che il bassista venga ricordato come uno dei grandi protagonisti della trasformazione del basso elettrico nel rock, una storia che abbiamo approfondito nel nostro articolo su John Entwistle e il suo modo di reinventare il basso.

Con l’arrivo di Palladino, la situazione cambiò: il chitarrista si ritrovò a lavorare con un bassista dall’approccio più funzionale all’insieme, senza la continua necessità di confrontarsi con una seconda voce strumentale tanto dominante.

Qualcosa di simile accadde alla batteria dopo la sostituzione di Moon con Kenney Jones, che Townshend considera un ottimo musicista, ma soprattutto un batterista più convenzionale.

In altre parole, senza Moon ed Entwistle gli Who persero una parte fondamentale della propria identità, ma Townshend sostiene di aver guadagnato una libertà musicale che prima non aveva.

Una posizione comprensibile dal punto di vista di chi suona, molto meno semplice da accettare per chi ascolta. Perché ciò che Townshend descrive come un vincolo creativo potrebbe essere esattamente quello che ha reso irripetibile il suono degli Who.

Keith Moon non guidava il tempo: seguiva gli altri

C’è poi una riflessione particolarmente interessante per batteristi e musicisti. Townshend contesta una lettura piuttosto diffusa dello stile di Keith Moon, secondo la quale il batterista seguiva soprattutto il fraseggio vocale di Roger Daltrey.

La sua interpretazione è diversa: Moon seguiva contemporaneamente la chitarra di Townshend e il basso di Entwistle, intervenendo con un’incredibile quantità di figure, accenti e variazioni. Più che imporre una pulsazione regolare, costruiva continuamente eventi ritmici intorno alla musica.

Per Townshend era soprattutto un batterista capace di decorare e amplificare ciò che accadeva, e proprio questa caratteristica contribuiva a rendere possibili esecuzioni quasi miracolose.

Ricorda infatti situazioni nelle quali bastava accennare un semplice riff perché Moon ed Entwistle cominciassero a svilupparlo istantaneamente, dando l’impressione che il gruppo lo avesse provato per mesi.

Insomma, gli stessi musicisti che talvolta lo facevano sentire prigioniero erano anche quelli capaci di trasformare un’idea elementare in qualcosa di straordinario.

Townshend cita anche John Bonham dei Led Zeppelin come uno dei batteristi nei quali riconosceva qualche somiglianza con Moon, pur considerandolo più orientato a una pulsazione potente e trainante.

Roger Daltrey, Kenney Jones e l’eterna domanda: chi sono davvero gli Who?

La questione dei batteristi conduce inevitabilmente a Roger Daltrey, che non ha mai nascosto le proprie riserve sull’inserimento di Kenney Jones dopo la morte di Moon. Townshend riconosce che il cantante potrebbe aver avuto difficoltà ad accettare chiunque fosse chiamato a sostituire un musicista tanto particolare.
Ma va anche oltre, affrontando implicitamente una questione che accompagna il gruppo da decenni: chi stabilisce quali musicisti siano giusti per gli Who?

Per Daltrey, Jones poteva essere un eccellente batterista senza essere necessariamente quello adatto al gruppo. Townshend comprende questa posizione, pur facendo notare che una band deve necessariamente cambiare quando cambiano le persone che la compongono.

Se gli Who sono esclusivamente i quattro componenti della formazione classica, allora nessun sostituto potrà mai essere all’altezza. Ma se il gruppo è un progetto musicale capace di evolversi, la questione diventa completamente diversa.

È una riflessione che coinvolge anche Zak Starkey, protagonista nel 2025 di una separazione particolarmente travagliata dagli Who. Il suo allontanamento aveva portato all’ingresso di un altro batterista, Scott Devours, per il tour d’addio nordamericano.

Nell’intervista Townshend conferma il riavvicinamento: Daltrey ha nuovamente chiesto a Starkey di suonare con il gruppo. Il chitarrista accoglie positivamente la notizia, perché lavorare con un batterista di cui conosce già perfettamente lo stile gli permette di immaginare con maggiore precisione gli arrangiamenti delle nuove composizioni. E qui arriva l’altra notizia importante…

Un nuovo album degli Who? Townshend sta scrivendo canzoni

Nonostante il tour d’addio e tutte le difficoltà attraversate negli ultimi anni, Pete Townshend non ha chiuso la porta a un nuovo disco degli Who. Anzi, racconta di essere impegnato proprio nella scrittura di materiale destinato, almeno nelle sue intenzioni, a un possibile album del gruppo. Non si tratta ancora dell’annuncio di un progetto discografico definito: non ci sono date di registrazione, un titolo o una pubblicazione confermata.

Townshend parla di un’eventualità futura, spiegando che Roger Daltrey tende a lasciargli ampia libertà nella scrittura. Il gruppo, almeno in questa fase, viene considerato principalmente come un sodalizio fra i due membri superstiti della formazione storica.

Resta da capire come organizzare le eventuali registrazioni. Il chitarrista si interroga persino sulla possibilità di utilizzare batteristi differenti nei diversi brani, anche se il ritorno di Starkey potrebbe rendere più semplice la scelta.

L’ultimo album di inediti degli Who resta WHO, pubblicato nel 2019. Un eventuale successore arriverebbe quindi dopo un periodo nel quale la band ha salutato il pubblico dal vivo, ha cambiato batterista più volte e ha continuato a interrogarsi sulla propria identità.

A questo punto, la domanda non è soltanto se Townshend sia ancora capace di scrivere canzoni per gli Who. È quali Who potrebbero registrarle.

«Ho preparato il pubblico da stadio per Springsteen, Queen e U2»

Fra i passaggi più provocatori dell’intervista ce n’è anche uno dedicato alla trasformazione del rock in grande spettacolo. Townshend sostiene che, quando gli Who interruppero la loro attività nel 1982, Bruce Springsteen, Queen e U2 occuparono progressivamente lo spazio lasciato libero dal gruppo.

Secondo il chitarrista, gli Who avevano contribuito a creare un modello di rock pensato per le grandi platee, con canzoni come Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again, costruite intorno a dinamiche, ritornelli e momenti collettivi capaci di coinvolgere decine di migliaia di persone. Townshend rivendica quindi di aver contribuito a preparare quel pubblico che altri artisti avrebbero successivamente conquistato.

Non lo dice con particolare rancore. Al contrario, racconta di aver sviluppato rapporti di amicizia e stima con quei musicisti, che considera rispettosi del lavoro degli Who. Resta però una rivendicazione notevole: una parte del successo del rock da stadio degli anni Ottanta avrebbe beneficiato del terreno preparato dagli Who. Ed è un’affermazione che meriterebbe un dibattito tutto suo, soprattutto considerando quanto fossero differenti le identità musicali di Springsteen, Queen e U2.

Il rock è diventato troppo commerciale? La risposta non è quella che ci si aspetta

Townshend affronta anche il rapporto tra musica e industria, ma senza indulgere troppo nella solita nostalgia per un passato nel quale tutto sarebbe stato più autentico.

Ricorda come gli Who, dopo il successo di Tommy, avessero reinvestito parte dei propri guadagni in studi di registrazione, impianti, mezzi di trasporto e personale. L’organizzazione della band arrivò a coinvolgere decine di lavoratori, trasformando il gruppo in una vera struttura imprenditoriale.

Per Townshend, dunque, la dimensione economica non è necessariamente incompatibile con la libertà artistica. Anche un musicista che si esibisce in un piccolo locale, del resto, deve poter essere pagato.

La questione che lo preoccupa maggiormente riguarda piuttosto la progressiva difficoltà dei gruppi emergenti a trovare spazi nei quali suonare, soprattutto nel Regno Unito.

È un ragionamento meno appariscente delle dichiarazioni su Moon ed Entwistle, ma forse altrettanto attuale: il problema non è soltanto quanto denaro circoli nell’industria musicale, ma chi riesca effettivamente ad accedervi.

Da The Who By Numbers al futuro: cosa resta della band originale?

L’intervista pubblicata da Classic Album Review nasce in occasione della nuova edizione di The Who By Numbers, album del 1975 che segnò una fase particolarmente introspettiva della scrittura di Townshend.

La ristampa Super Deluxe comprende cinque CD e un Blu-ray, 92 tracce e mix precedentemente inediti, nuovi missaggi stereo e multicanale curati da Townshend, registrazioni dal vivo e un filmato del concerto tenuto nel dicembre 1975 al Metropolitan Stadium di Pontiac, nel Michigan.

Ma al di là dell’operazione discografica, emerge un interrogativo che accompagna gli Who da quasi mezzo secolo. Può una band sopravvivere musicalmente ai propri componenti fondamentali senza diventare qualcosa di diverso?

Townshend sembra aver accettato da tempo che gli Who siano cambiati, e non necessariamente in peggio sotto ogni aspetto. È consapevole di aver perso due musicisti insostituibili, ma non nasconde che suonare con altri gli abbia permesso di esplorare possibilità differenti.

Il pubblico potrebbe pensarla diversamente. Per molti, l’interazione quasi impossibile da replicare fra la sua chitarra, il basso di Entwistle, la batteria di Moon e la voce di Daltrey era precisamente ciò che rendeva gli Who una band irripetibile.

Forse è proprio qui che si concentra la parte più interessante dell’intervista: Townshend non sta soltanto raccontando la storia degli Who. Sta mettendo in discussione, dall’interno, alcune delle certezze sulle quali quella storia è stata costruita.

E voi come la vedete? Gli Who avrebbero dovuto fermarsi dopo Keith Moon, oppure una band ha il diritto di continuare a cambiare, anche quando perde una parte fondamentale della propria identità?



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