Tony Iommi torna a parlare di due episodi piuttosto diversi della storia dei Black Sabbath: una giornata trascorsa a suonare con Eddie Van Halen, dalla quale nacque un assolo rimasto sostanzialmente inedito, e le complicate sessioni di registrazione di 13, l’album del 2013 prodotto da Rick Rubin. Due esperienze lontane nel tempo, che raccontano quanto possano cambiare le dinamiche creative anche quando a lavorare insieme sono alcuni dei musicisti più importanti della storia del rock.
I ricordi emergono da una recente intervista concessa a Planet Rock, da una parte troviamo la spontaneità di un incontro tra amici, dall’altra le difficoltà organizzative di una produzione discografica importante, con un produttore dal metodo di lavoro decisamente particolare.
Eddie Van Halen alle prove dei Black Sabbath
L’amicizia tra Tony Iommi ed Eddie Van Halen risale al 1978, quando i Van Halen accompagnarono i Black Sabbath durante il tour di Never Say Die!. Il gruppo americano era ancora agli inizi della propria carriera internazionale, ma Eddie aveva già sviluppato uno stile chitarristico destinato a cambiare profondamente il linguaggio della chitarra elettrica. Tra i due nacque un rapporto che proseguì ben oltre quell’esperienza: si incontravano durante i rispettivi viaggi negli Stati Uniti e in Inghilterra, spesso semplicemente per cenare insieme e parlare di musica.
Nel 1993, mentre i Black Sabbath stavano lavorando al materiale destinato a Cross Purposes, Van Halen si trovava a Birmingham. Eddie telefonò all’amico, ma Iommi gli spiegò di avere una giornata di prove con la band e di non poterlo incontrare. La risposta fu immediata: gli sarebbe piaciuto partecipare. Iommi decise quindi di passare a prenderlo in albergo e, prima di raggiungere la sala prove, i due si fermarono in un negozio di strumenti musicali per procurarsi una chitarra, scegliendo proprio uno dei modelli signature di Van Halen.
Una volta arrivati, cominciarono a suonare alcuni classici dei Black Sabbath, tra cui Into the Void, uno dei brani preferiti da Eddie. Poi passarono al materiale nuovo e si ritrovarono a lavorare su Evil Eye, una composizione che sarebbe stata pubblicata nel 1994 su Cross Purposes. Fu proprio durante quelle prove che Iommi invitò Van Halen a improvvisare un assolo sul nuovo pezzo, ottenendo un risultato che lo impressionò particolarmente.
L’assolo di Evil Eye e quella registrazione mai pubblicata
La storia dell’assolo merita però una precisazione, perché nel corso degli anni sono circolate ricostruzioni differenti. Sebbene alcune fonti attribuiscano a Van Halen un assolo non accreditato nella versione pubblicata di Evil Eye, non è affatto certo che sul disco si ascolti la sua esecuzione originale. In un’intervista rilasciata a Rolling Stone nel 2020, Iommi aveva infatti raccontato di aver cercato di riprodurre personalmente quell’assolo quando arrivò il momento di registrare il brano:
«Quando lo abbiamo registrato, ho provato a riprodurre quello che aveva suonato Eddie, ma non ci sono riuscito» (Tony Iommi).
Il contributo di Van Halen alla fase di lavorazione di Evil Eye è dunque confermato, mentre la presenza della sua chitarra nella registrazione definitiva resta controversa. Un dettaglio che rende la vicenda ancora più interessante è l’esistenza di una registrazione della jam: Iommi sostiene di aver conservato un nastro di quella sessione con Eddie Van Halen, anche se non è riuscito a ritrovarlo tra i materiali accumulati nel corso degli anni.
Se quella registrazione dovesse riemergere, permetterebbe finalmente di ascoltare il risultato originale dell’incontro e confrontarlo con la versione pubblicata dai Black Sabbath. Non sarebbe soltanto una curiosità per collezionisti, ma una testimonianza dell’interazione musicale tra due chitarristi che hanno contribuito, ciascuno a modo proprio, a ridefinire il suono della chitarra rock.
Rick Rubin e le difficili registrazioni di 13
Decisamente meno spontaneo fu il clima che Iommi racconta di aver vissuto durante la realizzazione di 13, l’album pubblicato dai Black Sabbath nel 2013. Il disco riportò insieme in studio Ozzy Osbourne, Tony Iommi e Geezer Butler dopo molti anni, con Brad Wilk dei Rage Against the Machine alla batteria al posto dello storico membro Bill Ward. La produzione venne affidata a Rick Rubin, il cui obiettivo era recuperare l’approccio musicale dei primi Black Sabbath, ma il metodo di lavoro del produttore finì per creare alcune situazioni piuttosto complicate.
Secondo Iommi, uno dei problemi principali riguardava la comunicazione all’interno della band. «Rick non parlava con gli altri. Parlava con me, e io dovevo riferire tutto a loro» (Tony Iommi). Il chitarrista ha ricordato un episodio particolarmente rappresentativo: durante le registrazioni a Los Angeles, Rubin gli telefonò un venerdì chiedendogli di preparare, entro il lunedì successivo, un brano che richiamasse le atmosfere di Planet Caravan, la composizione acustica e psichedelica presente su Paranoid del 1970.
Iommi si mise al lavoro durante il fine settimana e preparò il materiale richiesto. Quando i musicisti tornarono in studio il lunedì, Rubin annunciò che avrebbero registrato il nuovo pezzo, ma Geezer Butler non ne sapeva assolutamente nulla. Il bassista non conosceva la composizione e nemmeno la tonalità nella quale avrebbe dovuto suonare. Il brano venne comunque registrato, ma Iommi ricorda ancora il disagio provocato dalla situazione, soprattutto per la mancanza di una comunicazione diretta tra il produttore e gli altri componenti della band.
Non si trattava necessariamente di divergenze sulla direzione musicale: il problema, almeno secondo il racconto del chitarrista, era un’organizzazione del lavoro nella quale alcune decisioni arrivavano agli altri musicisti senza che questi avessero avuto modo di prepararsi. Un metodo che poteva anche favorire risultati spontanei, ma che evidentemente non tutti vivevano con la stessa serenità.
Due modi molto diversi di fare musica
Il contrasto tra i due episodi è significativo. Da una parte c’è Eddie Van Halen, che entra in sala prove quasi per caso, prende una chitarra e contribuisce spontaneamente alla costruzione di un brano. Dall’altra c’è Rick Rubin, produttore abituato a intervenire sulla direzione artistica e sull’approccio creativo degli artisti, ma che secondo Iommi, durante 13, adottò un metodo di comunicazione tutt’altro che semplice.
Naturalmente le due situazioni non sono direttamente paragonabili: una jam tra amici è qualcosa di molto diverso dalla produzione di un album importante, con scadenze e responsabilità precise.
Questi ricordi arrivano proprio mentre Tony Iommi torna a pubblicare nuova musica. Il 23 ottobre 2026 esce infatti From the Dark, il suo primo album solista dopo Fused del 2005. Il disco, coprodotto con Mike Exeter, vede la partecipazione del cantante Jørn Lande, della bassista Becky Baldwin e del batterista Karl Brazil, oltre alla presenza di Brian May come ospite.
A quasi mezzo secolo dalle prime tournée con Eddie Van Halen, Iommi continua dunque a lavorare su nuovi riff e a raccontare le esperienze che hanno accompagnato la sua carriera, comprese quelle che avrebbe preferito organizzare diversamente.










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