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Bill Wyman, il basso dei Rolling Stones che lasciava respirare la canzone

Trent'anni nei Rolling Stones con un basso a scala corta, poche note e molto spazio: il ritratto di Bill Wyman, dal fretless fatto in casa a Miss You.

Nel dicembre del 1962, in un pub di Chelsea, un musicista di ventisei anni si presenta davanti a un gruppo londinese ancora poco conosciuto. Ha con sé un basso, un amplificatore costruito e modificato personalmente e un Vox AC30. I ragazzi che lo aspettano si chiamano Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones e Ian Stewart. Stanno cercando un sostituto per Dick Taylor e, almeno inizialmente, sembrano più interessati alla sua attrezzatura che alle sue qualità musicali. Quel musicista è Bill Wyman e il gruppo sono i Rolling Stones.

Wyman resterà con loro per circa trent’anni, fino al gennaio del 1993, senza diventare un protagonista da prima pagina. Sul palco è quasi immobile, spesso defilato, con il basso tenuto in una posizione insolitamente verticale. Eppure basta riascoltare 19th Nervous Breakdown, Monkey Man o Miss You per capire che quella presenza apparentemente discreta nascondeva un musicista con un’identità precisa. Il suo contributo non consisteva nel riempire gli spazi, ma nel sapere quali lasciare vuoti.

Dal pub di Chelsea a una sezione ritmica durata trent’anni

La storia del suo ingresso nei Rolling Stones contiene un particolare che Wyman ha raccontato più volte, anche con una certa autoironia. Quando si presenta al Wetherby Arms, nel quartiere londinese di Chelsea, gli altri musicisti non sembrano particolarmente impressionati dal suo modo di suonare. Cambiano atteggiamento quando vedono l’impianto che ha portato. Wyman dispone infatti di un amplificatore per basso costruito personalmente, di un Vox AC30 e di un piccolo Watkins Westminster: un corredo decisamente interessante per una formazione che, all’epoca, non naviga nell’abbondanza.

La cronologia dei primissimi incontri presenta qualche discrepanza nelle testimonianze, ma un dato è certo: Wyman entra nei Rolling Stones nel dicembre del 1962. Il 10 gennaio successivo Charlie Watts accetta di unirsi al gruppo, completando la formazione destinata a incidere alcuni dei dischi più importanti della storia del rock.

La coppia Wyman-Watts nasce dall’incontro di due personalità musicali differenti. Watts arriva dal jazz e conserva per tutta la carriera una sensibilità ritmica che non coincide con quella del classico batterista rock. Wyman proviene invece dal rock and roll degli anni Cinquanta e si avvicina con crescente interesse al blues e al rhythm and blues americano. Insieme costruiscono una sezione ritmica capace di dare solidità ai brani senza irrigidirli. Il loro contributo è centrale anche per comprendere l’evoluzione del ruolo del bassista nella musica rock: non necessariamente un solista, ma un musicista che può determinare l’identità dell’intero gruppo.

Un basso fretless costruito in casa, molto prima che diventasse di moda

Una delle particolarità più interessanti della storia di Bill Wyman riguarda il suo primo basso. All’inizio degli anni Sessanta acquista un Dallas Tuxedo usato e decide di rimuovere i tasti dalla tastiera. Il risultato è un basso elettrico fretless realizzato artigianalmente, in un periodo in cui questa soluzione è ancora lontana dall’essere diffusa tra i bassisti rock.

La scelta nasce da esigenze pratiche più che da una ricerca di originalità. Wyman modifica lo strumento per renderlo più adatto al proprio modo di suonare e finisce per ottenere caratteristiche timbriche che diventeranno parte del suo linguaggio musicale. L’assenza dei tasti permette di controllare direttamente l’intonazione con le dita, favorisce i piccoli scivolamenti tra le note e consente un attacco diverso da quello di un basso tradizionale. Naturalmente, un fretless non produce automaticamente un suono più morbido: il risultato dipende anche da corde, regolazione dello strumento e tecnica esecutiva.

Wyman utilizzerà quel basso anche dopo l’ingresso nei Rolling Stones. Nel corso degli anni passerà attraverso strumenti molto diversi: Framus Star Bass, Vox Mark III, Fender Mustang Bass, Ampeg Dan Armstrong, Gibson EB-3 e Travis Bean. In seguito adotterà anche bassi Steinberger, compreso un esemplare personalizzato a scala corta realizzato nei primi anni Ottanta.

La scala corta rappresenta una delle sue preferenze più riconoscibili. Rispetto ai 34 pollici della scala lunga comunemente associata al Fender Precision Bass, un diapason intorno ai 30 pollici comporta, a parità di corde e accordatura, una tensione inferiore e una diversa risposta sotto le dita. Non significa che tutti gli strumenti posseduti o utilizzati da Wyman avessero esattamente lo stesso diapason, ma la predilezione per manici relativamente corti è documentata lungo buona parte della sua carriera.

Quegli strumenti sono diventati anche oggetti da collezione. Nel 2020 il suo Fender Mustang Bass del 1969 è stato aggiudicato all’asta per 384.000 dollari, stabilendo allora un record per un basso elettrico venduto all’asta. Nel 2011 il Bass Centre aveva inoltre presentato il Bill Wyman Bass, un modello ispirato al suo primo strumento modificato, ma dotato di tasti.

Lasciare spazio: la filosofia di Bill Wyman al basso

Il modo di suonare di Wyman è interessante soprattutto per ciò che non cerca di dimostrare. Non punta sulla velocità, non costruisce assoli per attirare l’attenzione e raramente trasforma il basso in un elemento dominante dell’arrangiamento. Il suo lavoro parte dalle toniche, dalle progressioni blues e dal rapporto tra basso e batteria, ma non si riduce a un accompagnamento schematico.

Ascoltando le registrazioni degli Stones emerge infatti una caratteristica ricorrente: molte linee cambiano leggermente da una strofa all’altra. Una nota viene anticipata, un passaggio si allunga, un salto d’ottava introduce movimento oppure una pausa lascia respirare la chitarra. Wyman non è necessariamente interessato a ripetere una figura identica per tutta la durata del pezzo. Preferisce adattare il basso a ciò che sta accadendo nella canzone.

Questo approccio acquista un significato particolare accanto a Charlie Watts. Il batterista degli Stones possiede un senso del tempo molto personale, con una pulsazione che può apparire rilassata senza perdere energia. Wyman sa quando seguire la cassa, quando sostenere il rullante e quando lasciare alla batteria il compito di mantenere il riferimento ritmico mentre il basso si muove liberamente.

È uno degli elementi che contribuiscono a rendere immediatamente riconoscibile il groove del gruppo. Se si prova a immaginare Honky Tonk Women o Brown Sugar con una sezione ritmica rigidamente quantizzata, si comprende quanto la loro efficacia dipenda anche da piccoli scostamenti, accenti e respiri. Nel caso di Brown Sugar, vale la pena ricordare anche le particolari circostanze della registrazione, ricostruite nel nostro approfondimento sui Muscle Shoals Sound Studios.

Il suo suono: corde flatwound, pollice e amplificatori

Per comprendere il suono di Wyman bisogna considerare anche come le sue dita incontrano le corde. Durante la carriera ha utilizzato tecniche differenti, compreso il plettro. Soprattutto nell’attività successiva ai Rolling Stones, con i Rhythm Kings, ha sviluppato un approccio basato sull’uso del pollice e su un tocco particolarmente leggero, cercando di avvicinare l’attacco e il fraseggio del basso elettrico a quelli del contrabbasso. Non si tratta quindi di una tecnica utilizzata indistintamente in ogni periodo della sua carriera, ma di un’evoluzione consapevole del proprio linguaggio strumentale.

In questa ricerca rientrano le corde flatwound, con avvolgimento esterno piatto, che contribuiscono a una risposta generalmente meno brillante sulle frequenze alte rispetto alle roundwound. Wyman le ha utilizzate a lungo, apprezzandone anche la capacità di rendere fluidi i passaggi sulla tastiera del suo fretless. A questo si aggiunge la preferenza per amplificazioni dotate di altoparlanti di grandi dimensioni, compresi modelli da 15 e 18 pollici, parte integrante della configurazione con cui cercava un suono pieno e corposo. Naturalmente, il risultato dipende dall’intero sistema di amplificazione, non dal solo diametro del cono.

Il paragone con il contrabbasso aiuta a comprendere la direzione di questa ricerca. Wyman non cercava necessariamente la massima estensione sulle alte frequenze o un attacco molto pronunciato, quanto una nota che sostenesse il brano con continuità. È un obiettivo familiare a chi prova ad avvicinare il suono del basso elettrico a quello del contrabbasso, pur sapendo che i due strumenti hanno caratteristiche acustiche e costruttive profondamente diverse.

Cinque dischi per conoscere Bill Wyman

Cinque ascolti per seguire l’evoluzione di Wyman: dal ruolo nei Rolling Stones alla libertà del primo album solista, fino al ritorno alle radici con i Rhythm Kings.

  1. Their Satanic Majesties Request – The Rolling Stones (1967). Il disco più psichedelico del gruppo contiene In Another Land, scritto e cantato da Wyman. Un ascolto utile per conoscerlo anche fuori dal suo abituale ruolo di bassista.
  2. Let It Bleed – The Rolling Stones (1969). In Monkey Man Wyman suona basso e vibrafono. È un buon esempio del suo modo di costruire una parte ritmica che dialoga con gli altri strumenti.
  3. Monkey Grip – Bill Wyman (1974). Il debutto solista, registrato con musicisti come Dr. John, Leon Russell e Lowell George. Qui Wyman può esplorare il proprio gusto per rock, blues, soul e funk senza i vincoli musicali degli Stones.
  4. Some Girls – The Rolling Stones (1978). Il disco di Miss You, uno dei migliori esempi di come una linea di basso possa caratterizzare una canzone senza trasformarsi in un esercizio di virtuosismo.
  5. Struttin’ Our Stuff – Bill Wyman’s Rhythm Kings (1997). Il primo album dei Rhythm Kings, con ospiti come Albert Lee, Peter Frampton ed Eric Clapton. Blues, rhythm and blues e rock and roll riportano Wyman verso i linguaggi musicali che lo avevano formato.

Quattro canzoni per capire il basso di Bill Wyman

Il modo migliore per comprendere il contributo di Wyman rimane ascoltare le registrazioni. Non necessariamente i pezzi in cui il basso occupa più spazio nel mix: spesso sono proprio i dettagli meno evidenti a spiegare la sua importanza. Quattro brani, in particolare, mostrano altrettanti aspetti del suo lavoro.

19th Nervous Breakdown: una discesa che resta impressa

Pubblicato nel 1966, 19th Nervous Breakdown contiene uno dei passaggi di basso più celebri della prima stagione dei Rolling Stones. Nel finale, Wyman esegue una discesa di note che si distingue chiaramente dal resto dell’accompagnamento. È una soluzione breve, ma conferisce alla coda una personalità immediatamente riconoscibile.

Wyman ha ricordato di aver registrato quella parte utilizzando il suo Framus Star Bass. L’interesse del passaggio non sta tanto nella difficoltà tecnica, quanto nella scelta musicale: una linea che si mette improvvisamente in primo piano proprio quando il brano sta per concludersi.

Paint It, Black: quando il basso passa dalle mani ai pugni

La registrazione di Paint It, Black, nel marzo del 1966 agli RCA Studios di Hollywood, offre un esempio ancora più curioso della sua partecipazione agli arrangiamenti. Wyman aveva già registrato il basso elettrico, ma avvertiva che mancava qualcosa nella parte più grave dello spettro sonoro. Suggerì allora di aggiungere la pedaliera di un organo Hammond.

Il problema era che non sapeva suonare quella pedaliera con i piedi. Risolse la questione sdraiandosi sul pavimento e premendo i pedali con i pugni. Il risultato aggiunse profondità al brano. È un aneddoto raccontato dallo stesso Wyman e mostra un aspetto spesso sottovalutato del lavoro in studio: non serve necessariamente padroneggiare uno strumento per avere un’idea efficace su come utilizzarlo.

Monkey Man: basso e vibrafono nello stesso arrangiamento

Registrata nel 1969 e pubblicata su Let It Bleed, Monkey Man mostra un’altra caratteristica di Wyman: la capacità di partecipare all’arrangiamento anche attraverso strumenti diversi dal basso. In questa registrazione suona infatti basso elettrico e vibrafono.

La linea di basso lavora su movimenti d’ottava e figure ritmiche che contribuiscono alla tensione del brano. Il rapporto con la batteria di Watts è particolarmente interessante: gli accenti non coincidono sempre in maniera meccanica, ma concorrono a creare una pulsazione elastica. Attorno a loro si sviluppano le chitarre di Keith Richards e il pianoforte di Nicky Hopkins, in un arrangiamento che lascia a ogni strumento uno spazio riconoscibile.

Miss You: il basso degli Stones incontra la disco music

Con Miss You, pubblicata nel 1978 su Some Girls, la situazione cambia. Qui il basso non si limita a sostenere l’arrangiamento: ne diventa uno degli elementi più riconoscibili. Le ottave ripetute, il dialogo con la cassa e l’andamento ritmico avvicinano gli Stones alla disco music senza cancellarne le radici blues.

La storia della linea di basso è interessante anche per il contributo di Billy Preston. Una prima idea era emersa mentre il tastierista lavorava con Mick Jagger a una versione embrionale del pezzo; Wyman riprese e sviluppò quel materiale fino a costruire la parte presente nella registrazione pubblicata. La composizione rimane accreditata a Jagger e Richards, ma il ruolo di Wyman nella definizione del basso è documentato dalle sue testimonianze.

Miss You raggiunse il primo posto della classifica statunitense Billboard Hot 100, diventando l’ottavo e ultimo singolo dei Rolling Stones a conquistare quella posizione. Per i bassisti rimane soprattutto una dimostrazione di quanto possa essere efficace una figura semplice, purché il suono, gli accenti e le variazioni siano quelli giusti.

Non tutti i bassi degli Stones sono di Bill Wyman

Quando si parla di un musicista così legato all’identità di un gruppo, il rischio è attribuirgli automaticamente ogni parte incisa in studio. Nel caso dei Rolling Stones sarebbe un errore. La band ha sempre lavorato con una certa libertà nella distribuzione degli strumenti, e in diverse registrazioni il basso è stato suonato da Keith Richards.

Due esempi importanti sono Sympathy for the Devil e Live with Me. Non sono dettagli secondari: per comprendere davvero lo stile di Wyman bisogna distinguere le sue registrazioni da quelle in cui altri musicisti hanno occupato il suo ruolo abituale. La stessa cautela vale quando si cerca di ricostruire chi abbia contribuito a inventare una particolare idea musicale durante una sessione.

Il caso più discusso riguarda Jumpin’ Jack Flash. Wyman ha sostenuto nella propria autobiografia di aver partecipato alla nascita del riff insieme a Brian Jones e Charlie Watts. Il pezzo, però, è ufficialmente firmato Jagger/Richards, e il racconto di Wyman rimane una testimonianza personale non universalmente condivisa. È un esempio delle difficoltà che emergono quando si tenta di separare la scrittura di una canzone dal lavoro collettivo che avviene in sala prove.

La carriera solista: Monkey Grip e la libertà di cambiare ruolo

All’interno dei Rolling Stones lo spazio di Wyman come autore e cantante è limitato. L’episodio più noto è In Another Land, brano scritto e interpretato da lui e pubblicato nel 1967 su Their Satanic Majesties Request. La sua discografia personale permette però di conoscere un musicista con interessi più ampi rispetto a quelli che emergono dal repertorio della band.

Nel maggio del 1974 esce su Rolling Stones Records Monkey Grip, il suo primo album solista. Alle sessioni partecipano musicisti come Dr. John, Leon Russell, Lowell George, Danny Kortchmar e Dallas Taylor. Il risultato attraversa rock, blues, soul e funk, lasciando a Wyman maggiore libertà nella scrittura e negli arrangiamenti.

Nel 1976 arriva Stone Alone. Negli anni successivi Wyman continua a registrare e sperimentare, anche con sonorità più vicine al pop. Nel 1981 ottiene un successo nel Regno Unito con il singolo (Si Si) Je Suis un Rock Star, che raggiunge il quattordicesimo posto della classifica britannica. È una parentesi che difficilmente si associa all’immagine del bassista impassibile degli Stones, ma che racconta bene il suo interesse per linguaggi musicali differenti.

L’addio ai Rolling Stones e la nascita dei Rhythm Kings

Dopo i tour Steel Wheels e Urban Jungle, rispettivamente del 1989 e 1990, Wyman decide di lasciare i Rolling Stones. L’uscita viene resa pubblica nel gennaio del 1993. Per molti musicisti abbandonare una delle band più celebri del mondo significherebbe interrompere anche la propria attività; per Wyman, invece, è l’occasione per tornare alla musica che lo aveva appassionato prima del successo.

Nel 1997 prende forma il progetto Bill Wyman’s Rhythm Kings, una formazione con organico variabile dedicata a blues, rhythm and blues, swing e rock and roll delle origini. Il primo album, Struttin’ Our Stuff, esce nell’ottobre dello stesso anno e riunisce musicisti come Albert Lee, Georgie Fame, Peter Frampton ed Eric Clapton. L’intenzione è tornare a suonare in una dimensione meno condizionata dalle aspettative e dalle dimensioni degli spettacoli degli Stones.

Il progetto proseguirà per molti anni, con numerose registrazioni e un’intensa attività dal vivo. Nello stesso periodo Wyman approfondisce anche la propria passione per la documentazione storica. La sua autobiografia Stone Alone, pubblicata nel 1990, e il successivo Rolling with the Stones, uscito nel 2002, testimoniano un’attenzione quasi archivistica per date, fotografie, strumenti e ricordi della carriera.

Questa inclinazione emerge anche nel documentario The Quiet One, diretto da Oliver Murray e uscito nel 2019. Attraverso materiali personali, filmati e testimonianze, il film ripercorre la storia di Wyman e il suo rapporto con un gruppo di cui è stato parte essenziale senza cercare continuamente il centro della scena.

Il ritorno con gli Stones e una carriera arrivata a novant’anni

Il distacco dai Rolling Stones non è definitivo sul piano musicale. Nel 2012 Wyman torna a esibirsi con il gruppo durante i concerti londinesi per il cinquantesimo anniversario, partecipando a It’s Only Rock ‘n Roll (But I Like It) e Honky Tonk Women.

Un altro ritorno arriva nel 2023 con Hackney Diamonds. Wyman suona il basso in Live by the Sword, brano che riunisce anche la batteria di Charlie Watts, registrata prima della sua morte nel 2021, ed Elton John al pianoforte. È una combinazione particolarmente significativa: per una canzone, la sezione ritmica storica degli Stones torna a essere presente nello stesso arrangiamento.

Nel frattempo Wyman non ha smesso di pubblicare musica a proprio nome. Nel 2024 arriva Drive My Car, registrato con collaboratori di lunga data come Terry Taylor e Paul Beavis. Nel dicembre del 2025 esce Treasury, un cofanetto di sette CD che raccoglie sei album solisti e materiale aggiuntivo, comprese registrazioni dimostrative precedentemente inedite.

Il 2026, anno del suo novantesimo compleanno, è accompagnato da ulteriori iniziative discografiche. In ottobre viene pubblicata Ultimate Collection, una raccolta di dieci CD dedicata ai Rhythm Kings. Per il 20 novembre è invece annunciato The Best Of, un’antologia che ripercorre cinquant’anni di registrazioni soliste e comprende anche una selezione del repertorio dei Rhythm Kings.

È curioso osservare come l’attività successiva ai Rolling Stones occupi ormai un periodo lunghissimo della sua vita, ben superiore a quello che molti ascoltatori associano spontaneamente al suo nome. Wyman è rimasto per trent’anni nella band, ma ha continuato per oltre tre decenni a coltivare progetti personali, documentare la propria storia e tornare continuamente alle radici della musica che lo aveva formato.

Per chi ha fretta: cinque risposte su Bill Wyman

1. Per quanti anni Bill Wyman ha suonato nei Rolling Stones?
Per circa trent’anni. È entrato nel gruppo nel dicembre del 1962 e ha annunciato il proprio addio nel gennaio del 1993.

2. Quali bassi utilizzava Bill Wyman?
Tra gli strumenti più importanti figurano il Dallas Tuxedo trasformato in fretless, il Framus Star Bass, il Vox Mark III, il Fender Mustang Bass, l’Ampeg Dan Armstrong, il Gibson EB-3 e diversi Steinberger. Ha mostrato una particolare predilezione per gli strumenti a scala corta.

3. Cosa caratterizza il suo modo di suonare?
Linee essenziali ma variabili, costruite intorno alla pulsazione del brano, con attenzione agli spazi, agli accenti e al dialogo con la batteria di Charlie Watts.

4. Chi ha ideato la linea di basso di Miss You?
Una prima idea emerse dal lavoro di Billy Preston con Mick Jagger; Bill Wyman sviluppò la parte che si ascolta nella registrazione pubblicata. La canzone è firmata Jagger/Richards.

5. Bill Wyman è tornato a suonare con i Rolling Stones dopo il 1993?
Sì. È apparso nei concerti londinesi del 2012 e ha registrato il basso di Live by the Sword per l’album Hackney Diamonds del 2023.

Il bassista che sapeva quando non suonare

La storia di Bill Wyman ricorda quanto sia riduttivo valutare un bassista soltanto attraverso la difficoltà delle sue parti. Nel suo caso il contributo più importante è spesso nascosto nell’equilibrio dell’arrangiamento: una nota che sostiene la voce, un movimento che accompagna la chitarra, una pausa che permette alla batteria di respirare.

Non tutte le sue linee sono diventate celebri e non tutte le registrazioni degli Stones portano la sua firma strumentale. Ma quando si ascoltano con attenzione 19th Nervous Breakdown, Monkey Man o Miss You, emerge una lezione che conserva valore per qualsiasi musicista: suonare al servizio della canzone non significa rinunciare alla propria personalità.

Forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena riscoprire Wyman oggi. Non per cercare un virtuoso nascosto dietro le chitarre di Jagger e Richards, ma per riconoscere il lavoro di un bassista che, con una manciata di note messe al posto giusto, ha contribuito a costruire il suono di un’intera epoca.



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