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John Entwistle, il primo tuono del basso elettrico

Quale sarebbe stato il destino del basso elettrico nel Rock se John Entwistle non fosse passato a lasciare la sua profonda impronta assieme ai The Who?

Quale sarebbe stato il destino del basso elettrico nel Rock se John Entwistle non fosse passato a lasciare la sua profonda impronta assieme ai The Who?

Sarebbe riduttivo attribuire a un solo membro il successo epocale di una band come quella che a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70 contribuì in maniera decisiva a conferire un nuovo significato al concetto di rock; ma non per questo è in dubbio che l’inedito stile bassistico di Entwistle funse da decisa propulsione per le fortune del quartetto inglese.

La caratteristica firma tecnica e timbrica di Thunderfingers (basta la traduzione di questo soprannome per comprendere il senso del riferimento nel titolo) è ben ascoltabile in questa naked track dal vivo di uno dei maggiori successi dei The Who (chi è più impaziente può saltare direttamente a 1:15).

L’altro soprannome The Ox (“Il Bue”), guadagnato in virtù della non trascurabile stazza fisica, trova riscontro anche nell’inconfondibile vigore della tecnica pizzicato utilizzata da Entwistle, la quale si avvaleva di un approccio percussivo favorito dal posizionamento della mano destra sia lungo il diapason dello strumento che di traverso alle corde e che, unitamente a un’equalizzazione ben fornita di alte frequenze e a un elevato volume di amplificazione, conferiva al suono la tipica presenza nel mix che l’ha reso così distintivo e non di rado confuso con il suono dello slap.

Davvero particolare la tecnica che lui stesso definì typewriter, la quale coinvolgeva l’utilizzo delle quattro dita della mano destra in una sorta di tapping dal profilo estremamente percussivo e che fu fonte di ispirazione per una moltitudine di bassisti nei generi derivati dall’hard rock degli anni a seguire.
In questo breve estratto dal documentario “Thunderfingers – A Tribute To The Legendary John Entwistle Of The Who” è lo stesso artista a soffermarsi sul suo approccio tecnico:

La rivoluzione che John Entwistle portò nel mondo del basso elettrico non è esclusivamente relativa allo stile e al suono. Musicista di solida formazione, iniziò giovanissimo suonando il pianoforte, passando per gli strumenti a fiato e approdando infine a quelli a corda; un tale background diede come risultato un bassista tutt’altro che canonico, dallo stile marcatamente lead (non sono rari i momenti cui sembra il chitarrista Pete Townshend a vestire i panni dell’accompagnatore) e dalla selezione di note e figure melodiche ricercate per gli standard dello strumento in quell’epoca.

C’è poi un altro ben noto affare: se ancora oggi, nell’era post-Jaco e a decenni di distanza, il concetto di assolo di basso risulta ostico, è facile immaginare quando potesse esserlo nel lontano 1965, anno di pubblicazione del tormentone “My Generation“; ma gli Who erano ben decisi a rompere gli schemi e lo fecero anche grazie a questo brano di protesta dalle sonorità falsamente allegre e caratterizzato da uno dei primi soli di basso nella storia del rock, che pare sia stato inciso con un inusuale (almeno nel rig di Entwistle) Fender Jazz Bass equipaggiato con corde lisce.

Negli anni l’assolo venne eseguito live con numerose varianti e in diverse occasioni utilizzando il plettro, ma con un’intenzione di intatta solidità:

Protagonista di una vita non propriamente priva di eccessi, John Entwistle se ne andò nel 2002 all’età di 57 anni a causa di un attacco cardiaco conseguenza di overdose da cocaina.
Fumatore, bevitore e capace di nutrirsi a un volume maggiore a quello del resto della band messa insieme (altra caratteristica che gli valse il soprannome The Ox), a fare da contraltare a queste sue massicce caratteristiche c’era un curioso atteggiamento composto sul palco, divenuto nel tempo iconico quasi quanto la sua estrosità al basso, non fosse altro che per il netto distacco con le performance scatenate dei compagni, Keith Moon in primis.

Artista non certo confinato al solo campo delle corde grosse (fu anche apprezzato disegnatore), non furono pochi i suoi episodi da solista nei quali oltre a suonare si cimentava anche con il microfono:

La prematura scomparsa di Entwistle, avvenuta tra l’altro alla vigilia di un importante tour nord-americano, fu per gli Who un duro colpo: il bassista fu degnamente sostituito da Pino Palladino, ma la formazione si ridusse al 50% della lineup originale e soprattutto perse un’importantissima fonte creativa, nonchè un personaggio assolutamente carismatico; va comunque riconosciuto ai superstiti Pete Townshend e Roger Daltrey il merito di non aver mollato, continuando a esibirsi e pubblicando anche due album di inediti (l’ultimo risalente giusto allo scorso anno).

E se il mondo del basso ha perso con un certo anticipo la presenza di un personaggio fondamentale, resta comunque un’eredità di enorme spessore, della quale negli ultimi cinque decenni hanno beneficiato intere generazioni di bassisti appartenenti ai generi derivati dal rock.