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Evidence di Steve Khan: un tesoro nascosto della chitarra

Nel 1980 Steve Khan trasforma una crisi in Evidence: chitarre sovraincise, jazz d'autore e una memorabile suite monkiana.

Quando si parla dei chitarristi che hanno lasciato un segno nel jazz degli anni Settanta e Ottanta, Steve Khan è uno di quei nomi che rischiano di restare fuori dalla conversazione. Non per mancanza di curriculum: ha suonato con i Brecker Brothers, ha lavorato in alcune delle session più importanti di New York e ha contribuito anche a Gaucho degli Steely Dan. Eppure, tra i chitarristi, i suoi dischi da leader sembrano circolare meno di quanto meriterebbero.

Per cominciare a rimettere le cose a posto, c’è un album che vale più di un’antologia: Evidence, registrato nel 1980 per Arista/Novus. Poco meno di quaranta minuti, un solo musicista, nessuna composizione firmata da lui e un’idea piuttosto impegnativa: far parlare la chitarra con il linguaggio di Wayne Shorter, Joe Zawinul, Lee Morgan, Horace Silver e, soprattutto, Thelonious Monk. Il risultato è un disco che racconta una svolta artistica senza bisogno di proclamarla.

In breve
Disco: Evidence – Steve Khan (Arista/Novus, 1980)
Organico: Steve Khan, chitarre acustiche ed elettriche, sovraincisioni e interventi ritmici realizzati in studio
Da ascoltare: Infant Eyes, In a Silent Way e l’intera Thelonious Monk Medley
Perché conta: è il momento in cui un protagonista della fusion mette l’arrangiamento e il fraseggio davanti all’esibizione tecnica.

Steve Khan, molto più di un chitarrista da studio

Figlio del celebre paroliere Sammy Cahn, Khan cresce in un ambiente in cui la canzone americana è di casa, ma trova la propria strada nel jazz. Prima studia pianoforte e batteria, poi si dedica alla chitarra. Trasferitosi a New York, entra nel circuito di jazz, R&B e pop che richiede musicisti capaci di leggere, adattarsi e avere subito un suono riconoscibile.
L’esperienza con i Brecker Brothers è determinante, così come quella nei dischi di altri artisti: a chi ascolta soltanto i suoi lavori solisti può sfuggire quanto sia esteso il resto della sua carriera.

Fra il 1977 e il 1979 pubblica per Columbia Tightrope, The Blue Man e Arrows: album ricchi di ritmi serrati, fiati, tastiere e grandi strumentisti, nei quali la sua Telecaster trova spazio in un lessico fusion acceso e spesso virtuosistico. Erano dischi tutt’altro che timidi. Proprio per questo, ascoltare ciò che Khan incide subito dopo provoca un piccolo cortocircuito: più che proseguire lungo quella strada, sceglie di tornare alle ragioni per cui aveva iniziato ad amare il jazz.

Steve Khan – Infant Eyes (da Evidence).

Il 1980: una crisi, una chitarra acustica e seimila dollari

La svolta non nasce da una strategia discografica. Dopo tre album, Columbia non rinnova il contratto e Khan si ritrova senza un’etichetta e con parecchi dubbi sul proprio futuro. È anche insoddisfatto del modo in cui sta suonando. Mette da parte la Telecaster, riprende la chitarra acustica e torna a studiare gli autori che lo avevano formato, cominciando a elaborare una lunga sequenza di temi di Monk.

Il pianista Warren Bernhardt, suo vicino di casa, sente nascere quel lavoro attraverso le pareti dell’appartamento e lo incoraggia a registrarlo. Si aggiunge il fonico e produttore Doug Epstein, che conosce già Khan dalle incisioni per Columbia e riesce a organizzare le session ai Mediasound Studios di New York. Le registrazioni si tengono il 12 e il 19 luglio 1980; mixaggio e montaggio proseguono nei sabati successivi. Non c’è ancora un contratto: Khan investe di tasca propria 6.000 dollari.

Anni dopo, parlando dell’album, il chitarrista ne avrebbe riassunto il significato senza abbellimenti: «Si trattava di ritrovare me stesso, di sopravvivere» (Steve Khan, traduzione dall’inglese). Sarà poi Steve Backer, impegnato nel lancio di Arista/Novus, ad acquistare il master e a rimborsargli la somma spesa. Una volta tanto, un investimento fatto per necessità personale trova anche qualcuno disposto a pubblicarlo.

Steve Khan – In a Silent Way: l’arrangiamento costruito con più chitarre.

Una chitarra, molte voci: il laboratorio di In a Silent Way

Definire Evidence un disco per chitarra sola è corretto soltanto se si precisa che l’unico musicista è Khan, non che ogni brano sia eseguito in presa diretta con una sola chitarra. La sovraincisione è parte integrante della scrittura: le linee melodiche, gli accordi e le parti di sostegno si intrecciano con una logica che guarda spesso più al pianoforte e a un piccolo ensemble che al classico assolo chitarristico.

L’esempio più spettacolare è In a Silent Way di Joe Zawinul. Khan prende come riferimento soprattutto la versione incisa dallo stesso compositore per Atlantic, non la celeberrima rilettura di Miles Davis. L’arrangiamento riunisce tre chitarre acustiche a sei corde, un’acustica a dodici corde, due elettriche a sei corde e due elettriche a dodici corde.
A queste si aggiunge un loop ottenuto dal Mi grave di una chitarra e riprodotto a velocità dimezzata, per creare il sostegno nelle frequenze più basse. Il punto non è impressionare con il numero delle tracce: è far sì che ciascuna abbia una funzione musicale.

Nella prima facciata trovano posto anche Infant Eyes di Wayne Shorter, Melancholee di Lee Morgan, Peace di Horace Silver e Threesome di Randy Brecker, all’epoca una composizione ancora inedita su disco. Sono cinque brani altrui eppure non suonano come un esercizio di stile: Khan conserva la riconoscibilità delle melodie, ma ne ripensa peso armonico, respiro e distribuzione delle voci. In particolare, la delicatezza di Infant Eyes mostra quanto sappia far cantare una frase senza riempire ogni pausa.

Steve Khan – Melancholee, rilettura della composizione di Lee Morgan.

Diciotto minuti con Monk: la facciata che vale il disco

La seconda facciata del vinile è occupata interamente dalla Thelonious Monk Medley, una sequenza di nove temi lunga circa diciotto minuti e mezzo. Si passa da Evidence a Think of One, Monk’s Mood, Little Rootie Tootie, Monk’s Dream, Pannonica, Bye-Ya, Ruby, My Dear e Friday the 13th. Non è un catalogo di temi riconoscibili messi in fila: è un percorso continuo che attraversa l’ironia, le dissonanze, gli spigoli ritmici e la sorprendente tenerezza della scrittura di Monk.

Qui il talento di Khan emerge proprio nel non cercare di imitare il pianista. Le frasi spezzate e gli accenti imprevedibili sopravvivono al cambio di strumento, mentre le voci delle chitarre permettono di isolare o far collidere le armonie. In Think of One compare persino un accordo di chitarra riprodotto al contrario, un piccolo gesto da studio che sembra perfettamente in linea con l’umorismo musicale di Monk.
Per Monk’s Dream, Khan guarda anche alla versione incisa da Larry Young in Unity; nel finale di Friday the 13th riprende invece un’impostazione delle voci ispirata agli arrangiamenti orchestrali di Hall Overton. Per chi volesse proseguire l’analisi, su Musicoff abbiamo affrontato anche i cromatismi nell’improvvisazione di Monk.

Un altro protagonista, spesso invisibile a chi ascolta, è Doug Epstein. La medley nasce su nastro multitraccia e viene assemblata lavorando materialmente sui nastri stereo, con ascolto, tagli e giunte.
Khan ha ricordato quanto il montaggio di Epstein fosse essenziale per ottenere quella continuità. Vale la pena tenerlo a mente: la fluidità che oggi diamo per scontata era il risultato di un lavoro molto concreto, con forbici – anzi, lametta -e mano sicura.

Steve Khan – Thelonious Monk Medley completa. Da ascoltare senza interruzioni.

Perché Evidence interessa ancora ai chitarristi

Il valore di questo album non sta in una nuova tecnica da imparare o in un suono da replicare con un pedale. Sta nell’idea che arrangiare sia già un modo di improvvisare e che una chitarra possa raccontare più voci senza perdere l’identità della melodia.
Chi studia jazz può concentrarsi sul movimento delle parti interne degli accordi, sulla gestione delle tensioni, sul voice leading e sull’uso del silenzio. Non è lontano dal principio di imparare il linguaggio dei pianisti e dei fiati per ampliare quello della chitarra. Chi arriva dalla fusion può scoprire una versione assai diversa di un musicista abituato a stare in mezzo a sezioni ritmiche formidabili.

Il paradosso è che Khan, pur essendo l’unico esecutore, non ha costruito un album per celebrare la figura del chitarrista solista. In un’intervista ha ammesso di non considerarsi un virtuoso della chitarra sola paragonabile a Ralph Towner; ha quindi trovato una soluzione sua, usando la registrazione e gli arrangiamenti come parte dello strumento.
È una lezione forse meno appariscente di una raffica di note, ma decisamente più difficile da esaurire in un tutorial di trenta secondi.

Un disco di passaggio che merita un ascolto intero

Evidence non rimane un episodio isolato. Nel 1981 Khan darà vita a Eyewitness con Anthony Jackson, Steve Jordan e Manolo Badrena, aprendo una stagione in cui spazio, interazione fra strumenti e sensibilità ritmica diventeranno ancora più importanti. La trasformazione, però, si sente già qui.
Anche la critica l’ha riconosciuta: fin dalla pubblicazione, Billboard considerò il disco una prova della sua maturazione; in seguito AllMusic, Jazz Journal e All About Jazz hanno sottolineato quanto sia centrale nella sua discografia.

La ristampa su CD del 2022, curata da Wounded Bird, ha restituito attenzione anche alla confezione originale, con l’illustrazione di Jean-Michel Folon, e soprattutto all’integrità della suite monkiana. Khan ci teneva che fosse ascoltata come un’unica traccia continua, non come nove file da saltare a piacimento.
Una richiesta quasi fuori tempo massimo nell’epoca dell’ascolto frammentato, e proprio per questo significativa.

Se il nome Steve Khan vi dice poco, iniziate da Infant Eyes e In a Silent Way. Poi ritagliatevi diciotto minuti senza distrazioni per Monk. Non è un disco da mettere sullo sfondo mentre si fanno altre cose: è un piccolo manuale su come ascoltare una composizione prima di metterci le mani sopra. E magari, la prossima volta che si discute di grandi chitarristi jazz, ci sarà spazio anche per lui.

Non fermarti qui…

Ma sarebbe un peccato fermarsi a Evidence. Il disco racconta come Steve Khan sappia reinterpretare la musica degli altri; la sua discografia originale rivela anche il compositore, il leader e un chitarrista che ha attraversato la fusion, il jazz in trio e i ritmi afro-cubani seguendo una strada molto personale.

Al di là di questo articolo, il nostro invito è proprio questo: andare a cercare gli altri suoi album, ascoltarli senza pregiudizi e scoprire quante facce abbia avuto la sua musica. Questi cinque sono un buon punto di partenza, ciascuno per un motivo diverso.

Cinque dischi per scoprire Steve Khan oltre Evidence

  1. Arrows (1979) – L’ultimo dei tre album Columbia e il primo di quella serie composto interamente da Khan. Per conoscere la sua scrittura nel periodo più vicino alla fusion e il dialogo con musicisti come Michael e Randy Brecker, David Sanborn e Steve Gadd.
  2. Eyewitness (1981) – Con Anthony Jackson al basso, Steve Jordan alla batteria e Manolo Badrena alle percussioni. Un gruppo dall’intesa particolare, in cui le composizioni lasciano spazio all’interazione e ai cambi di direzione.
  3. Let’s Call This (1991) – Un trio con Ron Carter e Al Foster. Khan torna ai brani jazz che lo hanno formato e li affronta con un linguaggio più essenziale: un passaggio naturale per chi ha apprezzato il lavoro sulle melodie di Evidence.
  4. The Green Field (2005) – Con John Patitucci, Jack DeJohnette e Manolo Badrena, più le percussioni di Ralph Irizarry e Roberto Quintero. Il jazz di Khan si apre in modo sempre più deciso alle strutture ritmiche latinoamericane.
  5. Patchwork (2019) – Una tappa della maturità, tra riletture di grandi compositori jazz e ritmi afro-cubani, con Dennis Chambers, Rubén Rodríguez, Marc Quiñones e Bobby Allende. Per scoprire dove lo ha portato, molti anni dopo, la curiosità per gli arrangiamenti.



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