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D’Addario ammette l’uso dell’AI generativa nel video demo delle NYXL HD: «Abbiamo sbagliato»

D’Addario conferma l’uso di Suno Studio nel demo delle NYXL HD e annuncia nuove regole sull’AI generativa.

Il caso che da settimane agitava una parte della comunità dei chitarristi ha preso una direzione piuttosto netta. D’Addario ha confermato che Suno Studio, piattaforma basata sull’intelligenza artificiale generativa, è stato effettivamente utilizzato nella realizzazione della musica di un video promozionale dedicato alle corde NYXL HD. Una conclusione arrivata dopo diverse spiegazioni dell’azienda, inizialmente orientate a escludere l’impiego di AI generativa.

La vicenda è interessante non soltanto per il tema, ormai inevitabile, dell’intelligenza artificiale nella produzione musicale, ma perché riguarda qualcosa di ancora più delicato per chi acquista strumenti e accessori: l’attendibilità di un demo utilizzato per presentare le caratteristiche sonore di un prodotto.

Tutto è partito dal demo delle D’Addario NYXL HD

Il video al centro della discussione era stato realizzato per presentare le D’Addario NYXL HD Extended Range Singles, corde progettate specificamente per chitarre elettriche a 7, 8 e 9 corde e per accordature particolarmente basse. La gamma combina il core in NY Steel, il filo di avvolgimento in acciaio nichelato della famiglia NYXL e materiali ad alta densità, con l’obiettivo di mantenere una risposta definita soprattutto sulle corde più gravi.

Proprio il carattere del video promozionale ha però attirato rapidamente l’attenzione. La musica utilizzata aveva una produzione estremamente elaborata, con sonorità moderne e una quantità di processing tale da spingere alcuni musicisti e creator a chiedersi se dietro quella traccia ci fosse musica generata attraverso l’intelligenza artificiale.

La prima risposta di D’Addario fu negativa. L’azienda spiegò che le parti di chitarra erano state realmente registrate, mentre batteria e sintetizzatori erano stati programmati via MIDI e il risultato finale era passato attraverso una catena particolarmente complessa di plugin e processi di produzione. D’Addario riconobbe anche che la scelta di presentare delle corde attraverso un mix così pesantemente prodotto non fosse stata particolarmente felice: ascoltare il comportamento di una corda dentro una produzione molto trattata, dopotutto, non è esattamente la stessa cosa che sentirla in condizioni più controllate.

I dubbi sulla sessione di registrazione

La questione, però, non si chiuse con quella spiegazione. Per dimostrare l’origine della musica, D’Addario pubblicò materiale relativo alla sessione di registrazione e al workflow utilizzato per produrre il brano. Diversi musicisti, producer e YouTuber confrontarono però quel materiale con l’audio presente nel video originale, segnalando differenze nelle parti musicali, nel timing e nell’andamento della traccia.

Non si discuteva quindi più soltanto di un suono estremamente processato. Il problema diventava capire perché la sessione mostrata successivamente non sembrasse ricostruire in maniera perfettamente sovrapponibile il risultato ascoltato nel primo video.

La seconda spiegazione: mastering assistito dall’AI

A fine luglio arrivò quindi una ricostruzione più articolata. D’Addario continuò a escludere l’impiego di AI generativa nella creazione della musica, spiegando però che nella fase di post-produzione erano entrati in gioco strumenti basati su algoritmi di intelligenza artificiale, tra cui il Mastering Assistant di Logic e un processo di mastering tramite LANDR.

Era una distinzione importante: utilizzare un algoritmo per assistere mastering o processing audio non equivale a chiedere a un sistema generativo di creare o ricostruire una parte musicale. Secondo quella versione, proprio il trattamento molto pesante della traccia e le successive elaborazioni avrebbero contribuito alla presenza di artefatti e anomalie che la comunità aveva interpretato come indizi di generazione artificiale.

Neppure questa spiegazione, tuttavia, mise definitivamente fine alle contestazioni. Le differenze riscontrate tra il materiale della sessione e l’audio pubblicato continuavano infatti a riguardare aspetti che, secondo diversi osservatori, non potevano essere ricondotti semplicemente al mastering.

D’Addario cambia versione: era stato usato Suno Studio

Il 10 agosto è arrivato il nuovo intervento dell’azienda. Dopo avere completato quella che definisce una revisione completa della vicenda, D’Addario ha riconosciuto che Suno Studio era stato utilizzato per rigenerare la traccia originale.

«Abbiamo sbagliato. Suno Studio è stato usato per rigenerare la traccia originale» (D’Addario).

È il passaggio che cambia sostanzialmente il quadro. Suno Studio non è infatti un normale processore di mastering, ma una workstation audio generativa che combina strumenti tipici di una DAW con funzioni capaci di generare e trasformare materiale musicale attraverso modelli di intelligenza artificiale.

Secondo la nuova ricostruzione fornita dall’azienda, le prime dichiarazioni sarebbero state basate su informazioni non corrette riguardo alla provenienza effettiva della traccia. D’Addario sostiene quindi di non essere stata inizialmente a conoscenza dell’utilizzo di Suno Studio e ha ammesso di avere comunicato pubblicamente informazioni inesatte.

Cambieranno anche le procedure interne

L’azienda non si è limitata a correggere la ricostruzione. D’Addario ha dichiarato che in futuro dipendenti e collaboratori creativi dovranno comunicare esplicitamente qualsiasi utilizzo di strumenti di AI generativa e che i materiali destinati alla pubblicazione saranno sottoposti a controlli più approfonditi.

La posizione dichiarata dal produttore rimane contraria all’impiego della musica generata artificialmente per sostituire il lavoro dei musicisti. Proprio per questo, naturalmente, la contraddizione tra quella posizione e ciò che è accaduto nel video ha reso il caso particolarmente delicato.

D’Addario riconosce anche gli errori nella gestione dei commenti

C’è poi un secondo capitolo della vicenda. Durante le prime fasi della polemica erano stati rimossi alcuni commenti relativi all’AI e alcuni account erano stati bloccati. Inizialmente D’Addario aveva motivato parte di queste decisioni con la necessità di proteggere i propri dipendenti da attacchi personali e molestie, problema che l’azienda continua comprensibilmente a considerare non accettabile.

Nel nuovo intervento, tuttavia, il produttore ha riconosciuto che anche la moderazione era stata gestita male:

«Le critiche oneste non dovrebbero essere cancellate» (D’Addario).

Le procedure verranno quindi riviste cercando di lasciare spazio alle contestazioni rivolte al brand, mantenendo allo stesso tempo la protezione nei confronti di minacce, molestie e diffusione di informazioni personali.

Il problema non è soltanto l’AI, ma cosa stiamo ascoltando

Al di là della polemica, il caso D’Addario mette sul tavolo una questione che nei prossimi anni riguarderà probabilmente molti produttori di strumenti musicali, software e apparecchiature audio. Quanto deve essere trasparente il processo con cui viene realizzato un demo?

Se un video serve soltanto a costruire l’atmosfera di una campagna pubblicitaria, l’impiego di strumenti generativi è soprattutto una questione editoriale ed etica. Quando invece quello stesso contenuto viene presentato come dimostrazione sonora di corde, pickup, amplificatori, plugin o altri prodotti destinati ai musicisti, diventa fondamentale sapere quanto del risultato che ascoltiamo appartenga realmente al prodotto e quanto derivi dalla produzione che gli è stata costruita intorno.

In questo caso D’Addario ha scelto infine di riconoscere pubblicamente l’errore, correggere le precedenti dichiarazioni e annunciare procedure più rigide. Resta il piccolo paradosso che ha dato origine all’intera storia: tutto è cominciato perché un demo di corde era stato prodotto così tanto da rendere difficile capire come suonassero davvero le corde. Poi si è scoperto che il problema era persino un po’ più complicato.



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