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Peppino D’Agostino, la chitarra acustica fingerstyle oltre le etichette

Da musicista di strada a San Francisco a voce della chitarra acustica solista: la storia di Peppino D'Agostino, tra accordature aperte e melodia.

In sintesi. Peppino D’Agostino, chitarrista fingerstyle siciliano trasferitosi negli Stati Uniti nel 1985, ha costruito una voce riconoscibile sulla chitarra acustica solista. Autodidatta, mette la melodia al centro, con accordature aperte e tecniche percussive al servizio del brano. Il suo linguaggio dialoga tra steel string e nylon, tra folk, blues e suggestioni mediterranee. Le collaborazioni con Sérgio Assad, David Tanenbaum e Corrado Rustici confermano una carriera lunga decenni, fondata su un’identità più che su un genere.

Negli anni Ottanta, tra i locali e le strade di San Francisco, un chitarrista siciliano cominciava a farsi ascoltare con una chitarra acustica in mano e un repertorio tutt’altro che prevedibile. Non era la solita musica da strada costruita per fermare il passante distratto: dentro quelle composizioni c’erano accordature aperte, melodie articolate e un’idea di armonia che molti ascoltatori faticavano a collocare.
Peppino D’Agostino si trasferì negli Stati Uniti nel 1985, e nel giro di pochi anni diventò uno dei nomi più riconoscibili della chitarra acustica solista.

La parabola, vista da oggi, ha qualcosa di paradossale. Questo chitarrista fingerstyle diventato una voce importante dello strumento non veniva da un conservatorio né da un percorso accademico tradizionale. Le prime nozioni sulla chitarra le aveva ricevute da un cugino, poi aveva proseguito da autodidatta, ascoltando, sperimentando e costruendo un linguaggio personale.
Non è un dettaglio di colore: spiega perché il suo modo di concepire la sei corde non assomiglia a un manuale da seguire pagina dopo pagina.

Le dita prima delle regole

C’è un punto, nel racconto che D’Agostino ha fatto in un’intervista del 2024 ad Acoustic Guitar, che chiarisce il suo approccio meglio di molte descrizioni tecniche. Parlando delle accordature aperte, ha spiegato di aver spesso lasciato che fossero le dita e l’orecchio a guidarlo, più che uno schema teorico già pronto. Una costruzione musicale che parte dal gesto sulla tastiera, dalla risonanza dello strumento e da quello che il manico suggerisce d’istinto sotto le mani.

Da qui nasce un tratto che attraversa tutta la sua produzione. La composizione, nelle sue mani, non è esibizione di velocità sul manico. È la melodia messa al centro, con la tecnica al servizio del brano, mai il contrario. In un periodo in cui la chitarra acustica strumentale poteva facilmente trasformarsi in una gara di precisione, questa scelta lo ha collocato in una posizione riconoscibile.

Quella musica difficile da etichettare lo aveva colpito già negli anni della formazione. Sempre nell’intervista del 2024, D’Agostino ricorda la scoperta di un disco di John Fahey, Leo Kottke e Peter Lang arrivato dagli Stati Uniti nel 1974. La sua reazione fu netta: “La musica era davvero indefinibile. Non era blues, non era country, era qualcosa di diverso” .
In quella zona di confine si trovava una parte del futuro linguaggio del chitarrista: folk, blues, suggestioni italiane, spagnole e brasiliane, tenute insieme da una scrittura personale.

Accordature aperte e percussioni

Il vocabolario tecnico di D’Agostino ruota attorno a due elementi che hanno lasciato un segno nel fingerstyle contemporaneo: le accordature aperte e l’uso percussivo dello strumento. La chitarra, nelle sue composizioni, non produce solo note. Il corpo viene percosso, le corde diventano anche elemento ritmico, l’accordatura cambia per aprire risonanze che la standard tuning non concederebbe con la stessa naturalezza.

Le aperture che adotta vanno spesso oltre la celebre DADGAD, ormai familiare a molti chitarristi acustici. In alcuni brani arriva a configurazioni molto più specifiche, pensate su misura per il pezzo. È il caso di “Nine White Kites”, costruita su un’accordatura particolarmente inconsueta, scelta non per il gusto dell’effetto speciale, ma per ottenere un colore armonico preciso. L’accordatura rara, da sola, non fa un brano: serve un’idea musicale capace di giustificarla.

Su questo terreno si gioca anche il dialogo tra chitarra a corde in metallo e chitarra a corde in nylon. Sono due mondi che la didattica tiene spesso separati, con tradizioni, repertori, impostazioni fisiche e perfino posture diverse.
D’Agostino resta prima di tutto uno steel-string fingerstylist, ma il suo linguaggio dialoga da anni con il mondo nylon-string e con la sensibilità della chitarra classica, anche grazie al lavoro con musicisti come David Tanenbaum.

L’attenzione al dettaglio nell’emissione della singola nota sembra arrivare proprio da una sensibilità vicina al mondo classico. È il punto in cui le due tradizioni si toccano: la cura del suono pieno, controllato, mai “sprecato”, applicata però a un repertorio e a una tecnica che non rientrano facilmente nelle categorie usuali.

Una voce, non un genere

La cosa che colpisce ripercorrendo la carriera di D’Agostino è la coerenza. Dalle esibizioni di strada a San Francisco agli album per etichette specializzate, dai festival internazionali ai tour in Asia, il filo non si è mai spezzato. Una carriera lunga decenni, costruita su una discografia che continua a circolare fra chi studia la chitarra acustica fingerstyle e cerca riferimenti capaci di andare oltre l’esercizio tecnico.

La sua firma, in fondo, sta in una scelta di campo: non rincorrere il genere, ma costruire una voce. Le sue collaborazioni lo confermano. Ha suonato con musicisti come Sérgio Assad e David Tanenbaum, e ha realizzato progetti discografici con Corrado Rustici, figure che attraversano mondi distanti della sei corde, dal chitarrismo classico al rock, passando per la scuola brasiliana, la fusion e molto altro. Chi riesce a stare in quel tipo di compagnia non lo deve a un’etichetta comoda, ma a un linguaggio riconoscibile.

Per chi suona la chitarra acustica e fatica a uscire dalla logica della scala studiata e ripetuta, la lezione implicita di D’Agostino resta attuale. Si tratta di un invito a lasciare che siano le dita a trovare una strada sul manico, salvo poi avere la disciplina di trasformare quella scoperta in scrittura. La libertà davanti, il controllo dietro. Che, a pensarci bene, è una definizione piuttosto efficace di molta buona musica.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Peppino D’Agostino

1. Chi è Peppino D’Agostino?
Un chitarrista e compositore fingerstyle di origine siciliana, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1985. È considerato una delle voci di riferimento della chitarra acustica solista.

2. Qual è il suo stile?
Una scrittura che mette la melodia al centro, costruita con accordature aperte, tecniche percussive e una forte attenzione al suono. La tecnica resta al servizio del brano, non viceversa.

3. Perché si parla di ponte tra nylon e steel string?
Perché D’Agostino è prima di tutto un chitarrista steel-string fingerstyle, ma il suo linguaggio dialoga con il mondo nylon-string e con la sensibilità della chitarra classica, anche grazie al lavoro con musicisti come David Tanenbaum.

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4. Con quali musicisti ha collaborato?
Tra gli altri, ha suonato o realizzato progetti con Sérgio Assad, David Tanenbaum e Corrado Rustici, nomi legati a mondi diversi della sei corde.

5. Cosa rende riconoscibile il suo stile?
L’uso delle accordature aperte, le percussioni sul corpo dello strumento, la scrittura melodica e una ricerca timbrica che unisce istinto, controllo e sensibilità compositiva.

Cover photo credit: Jarek Pepkowski



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