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John McLaughlin, il chitarrista che unì jazz, rock e musica indiana

Da Doncaster a Miles Davis, dalla Mahavishnu Orchestra ai cinquant'anni di Shakti: il percorso di John McLaughlin, chitarrista di frontiera.

Nel 2024 i lettori di DownBeat hanno eletto John McLaughlin nella Hall of Fame della rivista, il riconoscimento che la testata riserva alle figure che hanno lasciato un segno permanente nella storia del jazz.
Pochi mesi prima, all’inizio dello stesso anno, Shakti, il gruppo che McLaughlin porta avanti da mezzo secolo, aveva vinto il Grammy per il miglior album di musica globale con This Moment. Due eventi ravvicinati che raccontano bene la stessa cosa: un chitarrista che a ottant’anni suonati continua a stare al centro della conversazione, dopo aver attraversato quasi tutti i confini che il jazz elettrico ha provato a superare.

La sua carriera è una mappa delle svolte del Novecento musicale: la scena londinese degli anni Sessanta, il jazz elettrico di Miles Davis, la nascita della fusion con la Mahavishnu Orchestra, l’incontro con la musica indiana in Shakti. Conviene ripercorrerla nell’ordine in cui è accaduta, perché ogni tappa spiega la successiva.

Le radici inglesi e l’apprendistato londinese

John McLaughlin nasce il 4 gennaio 1942 nell’area di Doncaster, nello Yorkshire; la sua infanzia si svolge poi in un’Inghilterra ancora segnata dalle privazioni del dopoguerra. In casa gira la musica classica, ascoltata da bambino sul giradischi, ma la formazione del ragazzo si costruisce su materiali diversi e apparentemente distanti tra loro: il blues elettrico americano di Muddy Waters e il flamenco di Sabicas.
Sono due estremi che, a ripensarci, contengono già il seme di tutto il resto: la corda che grida e la corda che intreccia, il fraseggio nato dal dolore e quello nato dalla velocità. Nelle interviste McLaughlin ricorda l’incontro con la prima chitarra come un colpo di fulmine mai davvero passato.

Intorno ai diciannove anni si trasferisce a Londra, dove il jazz, il rhythm and blues e il rock stanno per collidere in una delle stagioni più fertili della musica europea. È qui che McLaughlin costruisce il proprio mestiere suonando accanto a musicisti che di lì a poco diventeranno famosi in tutt’altra veste. Nel giro del Graham Bond Quartet, nei primi anni Sessanta, si trova a lavorare con Jack Bruce e Ginger Baker, la coppia ritmica che di lì a poco darà vita ai Cream insieme a Eric Clapton.
Londra è il laboratorio in cui il chitarrista impara a muoversi tra generi senza chiedere il permesso, un’attitudine che diventerà la sua firma.

5 album per iniziare ad ascoltare John McLaughlin

1. Extrapolation (1969)
Il punto di partenza migliore per ascoltare McLaughlin prima della grande svolta americana. È un disco ancora radicato nel jazz britannico, ma già attraversato da un fraseggio nervoso, rapido e personale, lontano dall’idea della chitarra come semplice accompagnamento.

2. In a Silent Way (1969)
Non è un album a suo nome, ma è impossibile capire McLaughlin senza passare da Miles Davis. Qui la sua chitarra entra nel laboratorio del jazz elettrico con un ruolo essenziale, dentro una musica sospesa, ipnotica, costruita più sul suono che sulla dimostrazione tecnica.

3. The Inner Mounting Flame (1971)
Il debutto della Mahavishnu Orchestra è il disco da ascoltare per capire perché McLaughlin sia diventato una figura centrale della fusion. Chitarra, violino, tastiere, basso e batteria si muovono dentro una scrittura serrata, con energia rock, complessità jazz e tensione quasi rituale.

4. Shakti with John McLaughlin (1976)
Il primo album di Shakti è la porta d’ingresso nel dialogo tra McLaughlin e la musica classica indiana. La chitarra acustica modificata, le tabla di Zakir Hussain e il violino di L. Shankar costruiscono un linguaggio comune, senza ridurre l’India a semplice colore esotico.

5. Friday Night in San Francisco (1981)
Registrato con Al Di Meola e Paco de Lucía, è il disco che mostra il lato acustico, virtuosistico e spettacolare di McLaughlin. Non racconta tutta la sua storia, ma resta uno degli album più immediati per chi vuole capire il suo rapporto con velocità, controllo e improvvisazione.

La svolta elettrica: Miles Davis e la Mahavishnu Orchestra

Il 1969 è l’anno che cambia tutto. McLaughlin attraversa l’Atlantico e si stabilisce a New York per unirsi ai Tony Williams Lifetime, il trio del batterista che aveva appena lasciato il quintetto di Miles Davis. Il debutto del gruppo, Emergency!, è uno dei primi documenti di un jazz che flirta apertamente con il volume e la distorsione del rock. Ma è proprio l’incontro con Miles Davis a proiettare il chitarrista al centro della rivoluzione in corso.

Davis lo chiama in studio per due dischi che riscrivono le regole del jazz: In a Silent Way, nel 1969, e Bitches Brew, l’anno successivo. Sono album in cui la chitarra elettrica smette di essere un colore accessorio e diventa una delle voci portanti di un suono nuovo, ipnotico, costruito per stratificazioni. Non è un caso che uno dei brani di Bitches Brew porti il nome del chitarrista. In quel contesto McLaughlin trova la propria lingua: un fraseggio velocissimo ma sempre lucido, capace di tenere insieme la precisione del bebop e l’energia del rock.

Nel 1971 il chitarrista fa il passo che lo rende un nome riconoscibile anche fuori dalla cerchia del jazz. Fonda la Mahavishnu Orchestra e pubblica The Inner Mounting Flame, un disco che molti considerano l’atto di nascita della fusion come genere autonomo.
La formazione mette insieme il violino di Jerry Goodman, le tastiere di Jan Hammer, il basso di Rick Laird e la batteria di Billy Cobham, e abbandona la vecchia logica del jazz fatta di assoli in successione. Al suo posto arriva una scrittura fitta, intrecciata, con metri irregolari e cambi di intensità continui, dove i musicisti dialogano invece di aspettare il proprio turno.
Il gruppo raggiunge un successo commerciale raro per una musica così esigente, prima di dividersi nel giro di pochi anni, come spesso accade alle formazioni che bruciano molto in fretta.

Shakti e il ponte con la musica indiana

Mentre la Mahavishnu Orchestra portava il jazz-rock al suo apice, McLaughlin stava già guardando altrove. Il suo interesse per la spiritualità e la cultura indiana lo aveva avvicinato a un mondo sonoro fatto di ragas, cicli ritmici complessi e un rapporto con l’improvvisazione molto diverso da quello occidentale.
Tra il 1973 e il 1974 quell’interesse prende forma in un progetto che sarà il più longevo della sua carriera: Shakti, nato intorno al dialogo con Zakir Hussain, L. Shankar e gli altri musicisti della prima formazione.

Shakti non è una fusione superficiale, del tipo che aggiunge un colore esotico a una struttura jazz. È un incontro alla pari tra due tradizioni: la chitarra acustica di McLaughlin dialoga con la musica carnatica del Sud dell’India, adottandone le scale, i cicli ritmici e la logica di costruzione.
Il chitarrista arriva a suonare una chitarra acustica modificata, con corde di risonanza, per avvicinare il proprio fraseggio alla sensibilità della musica indiana. Non è la musica occidentale che invita l’India come ospite: è un terreno terzo, costruito insieme, dove nessuna delle due parti fa da sfondo all’altra.

La storia di Shakti attraversa cinquant’anni con interruzioni, ritorni e cambi di formazione. Il capitolo più recente è anche uno dei più celebrati: nel 2023 il gruppo pubblica This Moment, primo album in studio a nome Shakti dopo decenni, con una formazione che affianca a McLaughlin e Zakir Hussain il cantante Shankar Mahadevan, il violinista Ganesh Rajagopalan e il percussionista V. Selvaganesh. All’inizio del 2024 il disco vince il Grammy per il miglior album di musica globale, e il tour per il cinquantennale diventa, di fatto, il congedo dalle grandi tournée internazionali.

Oggi McLaughlin vive nel Principato di Monaco. Nel 2024 raccontava di essersi ritirato dai lunghi tour e di essere al lavoro su un album dal vivo di Shakti; quel progetto è poi diventato Mind Explosion (50th Anniversary Tour Live), pubblicato dopo la scomparsa di Zakir Hussain e candidato ai Grammy 2026. La curiosità, insomma, non si è spenta.

Per chi ha fretta: 5 risposte su John McLaughlin

1. Chi è John McLaughlin?
È un chitarrista britannico, nato nel 1942 nell’area di Doncaster, considerato tra le figure più influenti del jazz elettrico e della fusion. Nel 2024 i lettori di DownBeat lo hanno eletto nella Hall of Fame della rivista.

2. Che rapporto ha avuto con Miles Davis?
McLaughlin ha suonato la chitarra in due album decisivi di Miles Davis, In a Silent Way del 1969 e Bitches Brew del 1970, contribuendo alla stagione del jazz elettrico.

3. Cos’è la Mahavishnu Orchestra?
È il gruppo fondato da McLaughlin nel 1971, il cui debutto The Inner Mounting Flame è considerato uno dei dischi fondamentali per la nascita della fusion. La formazione univa chitarra, violino, tastiere, basso e batteria in una scrittura fitta, potente e ritmicamente complessa.

4. Che cos’è Shakti?
È il progetto nato tra il 1973 e il 1974 dall’incontro tra McLaughlin, Zakir Hussain, L. Shankar e altri musicisti legati alla tradizione indiana. Ha portato jazz, improvvisazione occidentale e musica classica indiana su un terreno comune, attraversando cinquant’anni di storia.

5. Cosa ha fatto di recente?
Nel 2023 Shakti ha pubblicato This Moment, primo album in studio del gruppo dopo oltre quarantacinque anni. Il disco ha vinto il Grammy 2024 come miglior album di musica globale; dopo il tour del cinquantennale è arrivato anche il live Mind Explosion (50th Anniversary Tour Live).

Un chitarrista di frontiera

Ripercorrere il percorso di John McLaughlin significa attraversare mezzo secolo di musica senza mai fermarsi in un solo territorio. Dal blues e dal flamenco ascoltati da ragazzo alle collaborazioni con Miles Davis, dalla fiammata della fusion al dialogo paziente con la musica indiana, la costante non è uno stile ma un metodo: prendere sul serio ogni tradizione incontrata, studiarne le regole dall’interno, e solo allora provare a farla parlare con le altre.
È questa disponibilità a spostare i confini, più di ogni singolo assolo, a spiegare perché la sua chitarra continua a suonare attuale anche quando racconta cose accadute decenni fa.

Cover Photo by Jean Thévenoux - CC BY 4.0



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