Il titolo di questo articolo non è stato scelto a caso ovviamente ma vuole significare proprio quanto sia complesso e impegnativo trascrivere da uno strumento a un altro.
Non basta ovviamente prendere le note della partitura originale e cercare di farle entrare tutte in quella dell’altro strumento con cui si vuole eseguire il brano. Un po’ perché spesso è fisicamente impossibile quando l’estensione dell’uno è maggiore dell’altro ma soprattutto perché non ha senso concettualmente.
Ovviamente quando si trascrive da uno strumento monodico a uno polifonico la questione si ribalta, perché in questo caso le note vanno aggiunte (il più delle volte al basso) per dare un effetto di maggiore pienezza e ricchezza armonica. Ma torniamo al primo caso…
Il senso della trascrizione è quello di cogliere l’impatto, il mood e l’effetto che un brano ci trasmette e cercare di riprodurli su un altro strumento.
Per fare questo bisogna sfruttare a pieno le caratteristiche del proprio strumento trovando soluzioni, idee, “stratagemmi” e quant’altro per riuscire a trovare la chiave interpretativa più efficace e funzionale.
Spesso, contrariamente a quanto si possa immaginare, una trascrizione funziona meglio quando tende a semplificare e/o a riorganizzare piuttosto che puntare a essere più simile possibile all’originale in quanto a corrispondenza di note.
Ciò di cui bisogna tener conto è che un insieme di note su uno strumento, per le caratteristiche strutturali e timbriche dello strumento stesso, generano risonanze e armoniche peculiari che non potranno mai essere le stesse su un’altra tipologia di strumento, anche a parità di numero di note eseguite e anche se fossero tutte esattamente alla stessa altezza di quelle originali.
Bisogna ascoltare l’effetto che ogni passaggio rende sullo strumento originale e poi cercare di riprodurre quel “mondo sonoro” sul proprio. Parafrasando il proverbio mi verrebbe da dire che: “tutto è lecito in amore, in guerra e… nelle trascrizioni!”
Magari non è proprio così, ma il senso è che ci si deve sentire liberi di muoversi dentro la partitura per poter trovare tutte le soluzioni possibili che rendano onore e merito tanto alla scrittura originale quanto al proprio strumento.
Un esempio che vi voglio proporre è la Sevilla di Isaac Albeniz (dalla Suite Espanola Op. 47). Scritta per pianoforte nella seconda metà dell’800 (pubblicata postuma nel 1912) è una composizione fortemente ispirata al folklore e alla tradizione spagnola/andalusa e perciò fu ben presto trascritta da diversi chitarristi iberici dell’epoca e, a tutt’oggi, è sicuramente più eseguita per chitarra che per piano.
A metà degli anni ’60 poi il direttore d’orchestra Rafael Frühbeck de Burgos ne fece una versione per orchestra (in realtà trascrisse per orchestra l’intera suite spagnola), creando un capolavoro che senza dubbio lo stesso Albeniz avrebbe apprezzato tantissimo, un po’ sulla falsariga di quello che Ravel fece con Mussorgsky.
Ora queste due trascrizioni (chitarra e orchestra) sono profondamente differenti fra loro, eppure in entrambe si riesce a percepire tutta l’atmosfera originale e forse… anche qualcosa di più! Buon ascolto!











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