Un assolo di batteria che regge non nasce dall’accumulo di tecnica. Nasce dal riconoscere pochi punti ritmici decisivi dentro un tema e costruire tutto attorno a quelli, togliendo tutto il resto. È un cambio di prospettiva semplice da enunciare e difficile da applicare, perché la tentazione naturale, davanti a un tema che si conosce bene, è riempire ogni spazio disponibile.
Il metodo che segue va nella direzione opposta: individuare i punti fermi, lavorare per sottrazione, lasciare che sia lo scambio con gli altri musicisti a completare il disegno. Il primo passo si fa su un tema che già conosci a memoria.
Cosa sono le toniche ritmiche in un assolo di batteria?
Le toniche ritmiche sono i punti ritmici strutturali di un tema: quelli che pesano più degli altri nella sua costruzione melodica e ritmica. Individuarli è il primo passo del metodo, e permette di costruire un assolo restando sempre ancorato al tema, invece di perdersi in un accumulo di tecnica.
L’analogia più efficace per capirle è quella armonica: come un bassista appoggia le toniche, le fondamentali su cui si regge un accordo, allo stesso modo un batterista può individuare delle toniche ritmiche, i centri ritmici del tema che restano fermi anche quando tutto intorno si muove. Non tutte le note di una melodia hanno lo stesso peso: alcuni accenti sono strutturali, altri sono di passaggio.
Il lavoro consiste nell’ascoltare il tema più volte, isolare a orecchio i punti che non si possono spostare senza perdere il senso della frase, e poi tradurli sul proprio strumento distribuendoli tra i vari elementi del set. Una volta fatto questo lavoro, quei punti diventano un riferimento tematico costante: permettono di accompagnare un solista tenendo sempre presente dove ci si trova nella forma, e fanno sì che gli altri della band sappiano sempre dove si trovano.
Un modo concreto per cominciare da subito è questo: canta a mente un tema che conosci bene, fermati a ogni accento che senti come un punto di appoggio reale (non ogni nota, solo quelli che davvero reggono la frase) e prova a suonare esclusivamente quei punti sul rullante, lasciando tutto il resto in silenzio. All’inizio sembrerà uno scheletro spoglio. È esattamente l’obiettivo: prima isoli il background tematico, poi, solo in un secondo momento, decidi cosa aggiungere intorno.
Individuare i centri ritmici di un tema è come cercare le toniche in una progressione di accordi: sono i punti fermi a cui torni ogni volta che rischi di perdere l’orientamento.
Enzo Zirilli
Questo lavoro ha un effetto collaterale importante sulla fiducia del gruppo. Un musicista che sente che tu conosci davvero il tema, anche senza averlo mai suonato con te prima, si fida di più e rischia di più nella propria improvvisazione. La conoscenza tematica, in altre parole, non è solo un fatto tecnico: è quello che permette alla musica di crescere insieme, perché ognuno sa che gli altri sanno dove sta andando.
Suonarsi dentro prima di suonare fuori
C’è un passaggio che precede l’esecuzione fisica, ed è forse il più trascurato da chi comincia a costruire un assolo: cantare, o comunque immaginare internamente, il groove o la frase prima di suonarla. Il proprio strumento, in un certo senso, è già dentro di noi: il corpo produce dinamiche prima ancora di toccare bacchette o pelli. In pratica significa interiorizzare il pensiero ritmico prima di tradurlo sullo strumento, così che quello che esce dalle mani e dai piedi sia solo il naturale sbocco di qualcosa già chiaro in testa, non un tentativo alla cieca.
Questo passaggio cambia il modo in cui si costruisce un assolo. Se sai già cantare mentalmente la cellula che vuoi suonare, la tua esecuzione diventa una traduzione, non un’invenzione sotto pressione. È un principio che vale per qualsiasi genere, dal groove più semplice alla frase bebop più densa, e che rende molto più naturale il passaggio successivo: costruire per sottrazione invece che per accumulo.

Meno è meglio: costruire un assolo per cellule, non per accumulo
Qui arriva il cuore pratico del metodo. Costruire un assolo significa partire da cellule minime che abbiano una relazione diretta con quello che si sta suonando, e poi far crescere l’idea gradualmente, senza correre subito verso la densità tecnica. Il principio guida è quello che in inglese si sintetizza con less is more: più si toglie all’inizio, più spazio resta per far crescere l’assolo dopo.
In pratica, l’esercizio è questo. Prendi un tema che conosci a memoria. Individua poche delle sue toniche ritmiche, quelle isolate nel passaggio precedente. Costruisci un breve assolo, giusto qualche battuta, usando esclusivamente quelle poche cellule, senza aggiungere riempimenti tecnici. Solo dopo, in un secondo giro, permettiti di aggiungere qualcosa in più, ma sempre restando ancorato a quelle informazioni di partenza. Il criterio non è quanta tecnica riesci a dimostrare, ma quanto la frase resta legata alla melodia e agli input ritmici del tema che ti servono per tornare a casa: come impronte lasciate apposta per poter ritrovare la strada.
Vale la pena ripeterlo, perché va contro l’istinto di chi studia da tempo e vuole dimostrarlo: la tecnica, i chops, restano sullo sfondo. Quello che viene prima è la frase, la musica che si vuole dire. Un assolo tecnicamente impressionante ma slegato dal tema suona come una dimostrazione, non come un racconto. Un assolo costruito su poche cellule ben scelte, invece, si ricorda, perché resta sempre riconoscibile come appartenente a quel tema specifico.
La tecnica non è il nemico, lo è il bisogno di dimostrarla. Suonare quello che serve alla musica, non quello che vorresti suonare per te stesso: è la differenza tra un assolo che si ricorda e uno che si dimentica.
Enzo Zirilli
Il call and response come struttura per non restare soli
Un assolo costruito per cellule ha bisogno di un contesto in cui muoversi, e quel contesto, nel linguaggio bebop, è spesso lo scambio: turni brevi, in dialogo con un altro solista. Gli scambi sono per natura terreno di ascolto reciproco. Le frasi di chi suona prima possono influenzare quello che suoni tu, e a tua volta le tue frasi possono orientare la risposta di chi viene dopo.
La struttura che regge questo dialogo si chiama call and response, chiamata e risposta, ed è un principio che arriva dal blues: una frase lanciata, una frase che risponde. Il jazz, in questo senso, non è un monologo tecnico ma una conversazione continua, che si riempie e si svuota come una fisarmonica, come un polmone che respira. Applicarlo a un assolo significa lasciare spazio, non riempire ogni battuta, e considerare le pause tanto quanto le note: prendersi il tempo di pensare prima di suonare, invece di lanciarsi sulla prima idea disponibile.
Un esercizio utile per allenare questo riflesso è suonare in due, alternandoti a turni brevi su un tema conosciuto. Chi ascolta, nel proprio turno di silenzio, sposta l’attenzione dall’idea che vorrebbe suonare a quello che l’altro ha appena detto: prima ascolta, poi decide come rispondere. È un allenamento tanto mentale quanto tecnico, e insegna a preferire la qualità dello scambio al riempimento continuo.
Il silenzio, in uno scambio, non è un vuoto da riempire: è la parte del dialogo che si gioca in testa, non sullo strumento.
Enzo Zirilli
Un tributo a Charlie Parker e la sottrazione applicata a un tema intero
Il bebop è il banco di prova ideale per questo metodo: una fonte inesauribile di vocabolario ritmico, melodico e armonico, ed è anche il precursore diretto di molte forme ritmiche nate dagli anni Ottanta in poi, dal rap e dall’hip hop fino alla jungle e al drum and bass. Charlie Parker, in questo senso, suona già come il padre di quelle estetiche: distribuire un suo tema tra cassa, rullante e hi-hat restituisce il suono dell’hip hop e del rap con decenni di anticipo.
Un esempio concreto arriva da un arrangiamento scritto per un concerto tributo alla musica di Charlie Parker, costruito sul tema Moose the Mooche. Il tema originale viene prima suonato per intero. L’arrangiamento che ne nasce, invece, sposta il fraseggio verso un feel più even-eight, più dritto, molto funk.

Nella trascrizione: gli accenti principali, l’alternanza di hi-hat aperto e chiuso, le acciaccature che disegnano il fraseggio.
Lo stesso principio di sottrazione incontrato all’inizio, però, si può applicare anche a un tema intero, non solo a poche cellule isolate. Su un classico di Thelonious Monk in forma A-A-B-A, si parte suonando il tema dall’inizio alla fine, per fissarne bene la melodia. Poi si estremizza il concetto: si estrapolano solo gli accenti importanti, le toniche ritmiche della melodia, e si suona solo quelle, lasciando cadere tutto il resto. Chi suona resta legato al tema togliendo, non aggiungendo: prima gli accenti che contano, poi, solo se serve, il resto. Prova lo stesso taglio su un tema tuo: suonalo per intero una volta, poi lascia solo i suoi accenti più importanti e ascolta cosa resta.
Messi in fila, questi passaggi disegnano un metodo compatto: individuare le toniche ritmiche di un tema, suonarsele dentro prima di eseguirle, costruire per cellule minime invece che per accumulo, usare il call and response come struttura di scambio, e infine, quando serve, applicare lo stesso principio di sottrazione a un tema intero, restando legati a poche note che contano davvero. Non è un trucco per principianti da abbandonare in fretta. È un modo di pensare l’assolo che resta valido anche quando la tecnica, col tempo, cresce. Puoi iniziare a metterlo alla prova già ora, un passaggio alla volta, sullo stesso tema da cui sei partito.
Enzo Zirilli è un batterista jazz nato a Torino, dove si è formato al Conservatorio in pianoforte e percussioni prima di intraprendere il percorso jazzistico al fianco del sassofonista Larry Nocella. Ha suonato con Franco Cerri, Antonio Faraò (con cui ha vinto il premio Four Roses e si è esibito a Umbria Jazz), Dario Deidda ed Enrico Pieranunzi, tra gli altri.
Il metodo per costruire un assolo di batteria dalle toniche ritmiche
Toniche ritmiche, less is more, call and response: Jazz Drum Mindset di Enzo Zirilli è il percorso completo dietro questo metodo.
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