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Groove al servizio del brano: il mestiere delle bacchette

Perché il vero mestiere dietro le bacchette non è la velocità ma il groove: click interno, click come spazio, leggere il dieci per cento e dare il resto.

Per anni puoi pensare che diventare bravo significhi suonare più veloce, più forte e riempire ogni spazio. Poi ascolti chi suona da una vita e ti accorgi che spesso fa il contrario. La differenza non sta nelle mani che corrono, ma in qualcosa di più difficile da imparare e impossibile da fingere: mettere lo strumento al servizio del brano anziché al servizio di te stesso.
Da questa scelta nasce tutto il resto, perché cambia il modo in cui leggi una partitura, ascolti il click e decidi quando entrare e quando lasciare spazio.

Il vero mestiere non è suonare: è servire la musica

Quasi tutti i batteristi, nei primi anni, attraversano lo stesso equivoco: pensare di essere chiamati per farsi notare. La realtà del mestiere è quasi rovesciata. Lo strumento esiste al servizio della musica e questo non è un semplice dettaglio di gusto, ma il principio attorno al quale ruota tutto il resto. Quando smetti di chiederti come emergere e cominci a domandarti di cosa abbia bisogno il pezzo, il tuo modo di suonare cambia profondamente.

Servire non vuol dire scomparire. Significa diventare il motore di una band, la spinta che tiene insieme gli altri senza tirare la coperta dalla propria parte. Il batterista sostiene la struttura ritmica e dinamica sulla quale il brano si appoggia e proprio per questo porta una responsabilità che spesso rimane invisibile: se il motore tentenna, tende a tentennare tutto l’insieme.

Pensa a chi ha trasformato questo principio in un’intera carriera: scopri come Jim Keltner suona per la canzone da oltre mezzo secolo.

Da qui nasce anche un modo diverso di considerare lo studio. La tecnica non è il traguardo, ma la preparazione che ti permette di arrivare pronto al momento in cui non dovrai più pensarci. Si studiano l’impostazione, la coordinazione, l’indipendenza, il controllo dinamico, il groove e l’interpretazione. È un percorso da compiere a monte, affinché il gesto possa diventare naturale e musicalmente consapevole quando conta davvero.

La tecnica non è il punto d’arrivo. È il lavoro che fai prima, perché nel momento in cui suoni davvero tu possa smettere di pensarci.

Alfredo Golino

Dentro il click c’è un’onda

Il metronomo spaventa perché sembra una gabbia. Molti musicisti lo vivono come un giudice incaricato di misurare ogni imprecisione. Chi suona da professionista può imparare a considerarlo in modo diverso: dentro il click c’è uno spazio, e quello spazio appartiene al musicista. Non si tratta di inseguire ossessivamente ogni impulso, ma di costruire un rapporto stabile con la pulsazione e collocare consapevolmente le note al suo interno.

Quello spazio, nella visione di Alfredo Golino, può essere rappresentato come un’onda che ogni batterista rende propria e che diventa parte della firma del suo groove. Due persone possono suonare lo stesso pattern alla stessa velocità e produrre risultati molto diversi, perché a cambiare sono la pronuncia, la posizione degli accenti, l’articolazione e il modo in cui ogni nota viene collocata nella frase. Una stessa sequenza di sedicesimi può risultare uniforme e quasi meccanica oppure respirare attraverso una diversa distribuzione degli accenti e delle intensità. È in questa collocazione ritmica, non in un generico “portamento”, che vive buona parte della personalità. Il click non cancella la differenza: è il riferimento stabile che la rende riconoscibile.

Il passaggio decisivo arriva quando il riferimento smette di essere percepito soltanto all’esterno e comincia a essere interiorizzato. L’obiettivo è sviluppare un click interno stabile quanto quello del metronomo, capace di aiutarti a riconoscere il tuo spazio ritmico e a collocare correttamente tecnica e precisione. A quel punto succede qualcosa di importante: precisione, dinamica e groove smettono di essere tre compiti separati e diventano parti dello stesso gesto musicale.

Per allenare questa percezione conviene lavorare anche a tempi lenti, perché gli intervalli più ampi tra le pulsazioni rendono evidenti esitazioni e instabilità. Esercitare un groove semplice intorno agli ottanta battiti al minuto e poi scendere gradualmente verso i sessanta può costringerti a sentire ogni suddivisione, invece di affidarti all’inerzia della velocità. È in quel momento che capisci se l’onda è davvero presente o se ti stai limitando a seguire il tempo.

Il click non è un giudice. È uno sfondo fermo. Su quello sfondo tu disegni un’onda, e quell’onda è il tuo modo di suonare.

Alfredo Golino

Suonare piano richiede più nervo, non meno

C’è un’idea diffusa ma sbagliata: che suonare a volume basso significhi suonare con meno energia. Una dinamica contenuta richiede invece intenzione, controllo e continuità del gesto. Non bisogna irrigidire la muscolatura o aumentare la pressione fisica, perché la tensione eccessiva peggiora il suono e riduce la resistenza. L’obiettivo è conservare spinta, presenza e groove anche quando il livello sonoro diminuisce.

È una delle prove più difficili durante il percorso di crescita, perché l’istinto può spingere a compensare aumentando il volume. La maturità sta nel tenere viva la tensione musicale mentre si riduce l’intensità del colpo. Quel controllo non è freddezza, ma presenza: significa che l’energia non dipende soltanto da quanto forte colpisci, bensì da come fraseggi e da quanto sei dentro al tempo.

Per approfondire questa meccanica, la dinamica e il suono della batteria spiega i concetti fondamentali da cui partire.

Lo studio dei movimenti di base serve esattamente a questo. Conoscere i principali meccanismi del gesto, compreso il lavoro coordinato di dita, polso e avambraccio, è fondamentale, ma non significa imporre a tutti una posizione identica. Una volta compresi i principi del movimento, occorre adattarli alla propria postura, alle proporzioni del corpo e alle caratteristiche fisiche individuali. La tecnica non è una posa da riprodurre, ma un insieme di principi da assimilare e rendere funzionali.

Quanto di una partitura legge davvero un batterista professionista?

Nell’esperienza professionale raccontata da Alfredo Golino, la parte scritta può rappresentare soltanto il dieci o il venti per cento di ciò che il batterista finirà per suonare. La percentuale non va intesa come una regola matematica valida in ogni situazione, ma come il modo con cui Golino descrive una pratica molto diffusa: la partitura o la chart forniscono una mappa di riferimenti, indicano i punti fermi del pezzo e lasciano una parte rilevante all’interpretazione del musicista.

Qui cade l’illusione della pagina piena di note da eseguire sempre alla lettera. Nelle produzioni pop, televisive e discografiche, un batterista può ricevere una parte completamente notata, una chart sintetica, un lead sheet o semplici annotazioni strutturali: dipende dal contesto, dall’arrangiamento e dal tempo disponibile. A differenza di una parte integralmente scritta, ciò che compare sulla pagina non descrive necessariamente ogni colpo che verrà eseguito. Per questo non serve sempre trascrivere tutto: servono riferimenti chiari, una guida alla struttura e i punti che non possono essere trascurati. Quando bisogna preparare molti brani in pochi giorni, una chart essenziale permette di arrivare pronti senza rimanere sepolti sotto una quantità inutile di notazione.

Pensa alla partitura come a una mappa di paletti. Non racconta necessariamente ogni colpo, ma segnala dove si trovano gli elementi importanti del pezzo: un cambio di groove, uno stop, un passaggio obbligato o una variazione dinamica che non può essere ignorata. Il resto rimane terreno del musicista. Imparare a preparare rapidamente un brano significa riconoscere quei paletti e distinguere le informazioni decisive da quelle secondarie.

La partitura non racconta quello che suoni davvero. È una mappa di paletti: ti dice dove sono le cose importanti, il resto è interpretazione.

Alfredo Golino

Lo scopo di questa lettura essenziale è cogliere l’identità del brano. Devi capire quale groove vada rispettato, assimilare la struttura e riconoscere gli elementi caratterizzanti; soltanto dopo puoi offrire la tua interpretazione e aggiungere qualcosa al pezzo, invece di limitarti a riprodurlo meccanicamente. Un professionista viene spesso chiamato proprio per questo: personalizzare il brano senza alterarne l’identità. Il punto decisivo è non stravolgerlo, perché la personalità deve servire il pezzo, non sfidarlo.

Variare il groove senza perderne il centro

Una volta definito, il groove non deve diventare una prigione. È possibile entrare e uscire dal pattern, introdurre una variazione, lasciare un vuoto, spostare un accento e poi ritornare al disegno principale. La libertà sta nel modificare la superficie senza perdere la pulsazione, il fraseggio e la funzione musicale che tengono insieme il brano.

La condizione è il rispetto della musica. Ci si allontana dal pattern con attenzione e soltanto quando il brano lo consente. Non è una scappatoia per mostrare ciò che si sa fare, ma uno strumento espressivo da utilizzare quando serve al pezzo. Saper distinguere questi due impulsi rappresenta una parte importante del mestiere.

C’è infine un passaggio che ribalta l’idea stessa di bravura. L’obiettivo non è una perfezione astratta, perché la perfezione assoluta non esiste. Esiste piuttosto una sensazione di solidità costruita attraverso groove, controllo, suono e intenzione. Un colpo perfettamente allineato alla griglia ma privo di respiro musicale può risultare meno efficace di un’esecuzione leggermente più elastica ma coerente con il brano. Precisione e sensazione, tuttavia, non sono avversarie: la precisione utile è quella che sostiene il fraseggio e rende credibile ciò che ascoltiamo.

La perfezione non esiste. Esiste una perfezione apparente, fatta di sensazione, groove e controllo, e quella vale più di mille colpi perfetti e freddi.

Alfredo Golino

Come si tiene tutto insieme

Se provi a mettere in fila questi principi, ti accorgi che non descrivono tecniche separate, ma un unico modo di pensare e ascoltare la musica. Vale la pena fissarli, perché costituiscono la spina dorsale di tutto ciò che hai letto fin qui.

Lo strumento serve la musica e il batterista è il motore che contribuisce a tenere insieme la band. La tecnica è una preparazione destinata a diventare naturale durante l’esecuzione, mentre il click è un riferimento, non una gabbia, e al suo interno prende forma la tua onda. Suonare piano richiede più intenzione e controllo, non maggiore rigidità, mentre la partitura rimane una mappa di paletti: ne leggi gli elementi essenziali e costruisci il resto rispettando il brano. Puoi modificare il pattern e aprire nuovi spazi, purché il centro ritmico rimanga saldo. Il principio che riassume tutti gli altri è che precisione, dinamica e groove devono lavorare insieme, perché il risultato non si misura soltanto sulla correttezza dei colpi, ma sulla sensazione musicale che riescono a produrre.

Tenere insieme questi elementi significa smettere di considerare la batteria come una gara di velocità e cominciare a trattarla come un linguaggio, nel quale ogni scelta comunica qualcosa e il silenzio può contare quanto un colpo. È un modo di lavorare che non sempre si vede, ma che all’ascolto si riconosce immediatamente.

Il groove può sostenere il peso di un’intera hit: Matt Cameron racconta il groove di Black Hole Sun.

Alfredo Golino è batterista, produttore e arrangiatore. Sotto la guida del padre e maestro Antonio Golino, a diciassette anni aveva già maturato esperienze alla base NATO di Napoli e nelle produzioni RAI. A diciotto anni si trasferì a Roma, dove Armando Trovajoli lo coinvolse nelle proprie produzioni televisive, cinematografiche e discografiche. Ha inciso diversi album con Eros Ramazzotti e preso parte a due dei suoi tour mondiali; con Mina ha lavorato come musicista e arrangiatore e, attraverso l’attività di Cambiomusica, anche sul versante editoriale. Nel corso della carriera ha inoltre collaborato, tra gli altri, con Francesco De Gregori, Elisa e Gianluca Grignani. Tra i riconoscimenti figura un Telegatto come miglior musicista. Golino suonò inoltre la batteria nell’album El Alma al Aire di Alejandro Sanz, vincitore nel 2001 del Latin Grammy come Album dell’anno. Per Musicezer ha firmato il videocorso Drumming Inside Music.

Vuoi vedere come nasce, lezione dopo lezione, il groove al servizio del brano?

Nel videocorso Musicezer Drumming Inside Music, Alfredo Golino sviluppa gli stessi principi affrontati nell’articolo: click interno, lettura essenziale della partitura, controllo dinamico e groove intesi come parti di un unico discorso musicale.

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