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Saper “rubare dai dischi”: come ascolti?

Probabilmente non siamo appieno coscienti di quale miniera d’oro può essere un album che stiamo ascoltando. Tutto sta a “come lo si ascolta”!

In sintesi: Trascrivere dai dischi non significa solo copiare. Vuol dire ascoltare in modo analitico, isolare groove e fill che colpiscono, riprodurli sullo strumento e fissarli su carta. Antonio Ninni racconta come affronta una trascrizione, dal primo ascolto al rendering finale su Musescore, e perche non esiste una sola verita: i dischi sono la nostra tradizione orale.

Credo che ci siano vari livelli di ascolto: quello ludico e distratto, quello che riguarda il nostro album preferito da cantare a squarciagola e quello analitico, in cui ci soffermiamo ad analizzare minuziosamente ciò che accade (ritmicamente, armonicamente, melodia, timing, sound, ecc…).

La verità la trovi sui dischi” è la frase che mi sono sentito ripetere spesso, soprattutto quando mi sorgevano i tanti dubbi da studente. Nel momento in cui ci si avvicina allo strumento e lo si comincia a studiare, spesso ci si trova a suonare in un certo modo, perché così ci hanno insegnato a farlo.

Da dove viene quel modo di suonare? Ecco! Dai dischi! Possiamo vedere le registrazioni come una sorta di “tradizione orale” e diffidate da chi dichiara in maniera perentoria: si fa cosi e basta! – oppure – stai sbagliando! se la fai in maniera diversa.

Da batterista jazz mi sono trovato tante volte, ascoltando gli album, a rendermi conto che qualcosa che davo per scontato era sbagliata, oppure che la stessa cosa che credevo di dover fare solo in un certo modo, in realtà, era stata suonata in altri modi. Ecco, non c’è una verità assoluta!
Sui dischi troviamo tutto ciò che ci serve per renderci conto che siamo liberi di sperimentare. Non c’è un solo modo di suonare!

Fatta questa premessa, ne deriva che trascrivere diventa uno strumento preziosissimo per arricchire il nostro bagaglio musicale. Per trascrivere non intendo solamente scrivere su di un foglio, ma ascoltare, analizzare, provare e imparare, magari in ultima battuta riportare su carta.
“I vecchi” dicono: prova finchè non ti entra nelle ossa!

La trascrizione può riguardare non per forza un solo, ma possiamo trascrivere anche un groove che ci piace particolarmente, un fill del nostro batterista preferito oppure il ritmo di una melodia interessante.

Un grande esempio di groove: Ali jackson

Parlando di groove ho deciso di riportare qui una mia trascrizione. Il batterista che ho preso in esame è Ali Jackson, musicista che stimo molto, è stato il batterista dell’orchestra del Lincoln Center di Wynton Marsalis.

Copertina album Epistrophy di Thelonious Monk usata come esempio di ascolto

L’album è “Yes!” del Yes Trio con (Aaron Goldberg, piano e Omar Avital – contrabbasso) del 2012. Ho deciso di trascrivere il groove iniziale di “Epistrophy” (T. Monk): la particolarità sta nel fatto che si ha l’illusione che il brano sia in ¾ quando in realtà è in 4.
Questo accade grazie ad un poliritmo: il piano e il basso doppiano una linea in 3, la batteria entra con questo groove che sovrappone il 3 e il 4. Ho trascritto tutto in 12/8 per comodità di lettura.
Consiglio di studiarlo lentamente, contando sempre ad alta voce, separando lo studio dei vari arti. Una volta che riusciamo a riprodurlo, va studiato con il metronomo.

Come “decodificare” il brano e alcuni utili software

Quando decido di prendere in esame un brano, di solito, procedo con questa modalità: ascolto il brano svariate volte per capire bene cosa accade ritmicamente, provo a riprodurlo sullo strumento finché non acquisisce consistenza e per ultimo lo riporto su carta oppure su pc.

Spesso però i brani da cui vogliamo attingere sono troppo veloci o difficili da decodificare, e non riusciamo a capire bene cosa succede. Ho scoperto da qualche anno uno strumento molto utile, una app per dispositivi mobili chiamata Amazing Slow Downer che ci permette di rallentare la velocità del brano, mantenendo una buona qualità audio. Questo ci può facilitare molto.

Una volta che tutto gira come deve, mi piace riportare tutto per iscritto: utilizzo “Musescore come programma di videoscrittura. È molto intuitivo e così facendo posso creare pdf della parte trascritta, da poter anche condividere.

Non smettete mai di sperimentare!

Il nostro processo di apprendimento non finisce però qui. Adesso arriva la parte che preferisco. Una volta che padroneggiamo ciò che si è analizzato, è il momento di metterci del nostro cominciando a sperimentare.
Possiamo provare a spostare le varie voci sul set, provare nuovi incastri sullo stesso concetto appena appreso, invertire ciò che fanno gli arti, ecc. Le possibilità sono infinite.

In conclusione, se mi fermo a pensare a tutti i mezzi che abbiamo a disposizione oggi rispetto al passato, capisco di quale fortuna abbiamo: internet è una risorsa da cui possiamo e dobbiamo attingere. È anche vero, però, che è una lama a doppio taglio: il rischio è di impigrirsi, preferendo qualcosa di già pronto anziché analizzare, ascoltando più volte lo stesso brano, per capire bene come suona.

Così adesso, per chi vuole, ci sono tutti gli strumenti per capire finalmente cosa fa il nostro musicista preferito su quel brano che ci piace tanto!

Per chi ha fretta: 5 cose da sapere sul trascrivere dai dischi

  1. Perche trascrivere? Allena orecchio, tempo e vocabolario ritmico meglio di qualsiasi metodo, perche parte dalla musica reale, non da esercizi astratti.
  2. Cosa si trascrive? Non solo i soli: anche groove, fill, comping del piatto, pattern di hi-hat. Anche un piccolo gesto del batterista preferito vale la trascrizione.
  3. Quali strumenti servono? Cuffie buone, un’app come Amazing Slow Downer per rallentare senza alterare l’intonazione, un editor di partiture come Musescore per fissare il risultato.
  4. Come si studia un groove difficile? Si ascolta, si suona separando gli arti, si conta ad alta voce, si lavora lentamente con il metronomo prima di portarlo a tempo.
  5. E dopo? Si inizia a sperimentare: spostare gli accenti, invertire gli arti, cambiare la firma, usare quel groove come base per qualcosa di tuo.

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Antonio Ninni

Antonio Ninni è uno degli insegnanti dell’accademia musicale MAST di Bari. Classe 1985, ha studiato percussioni e batteria con Cesare Pastanella, Michele di Monte e di Mimmo Campanale.
Prendendo sempre piu consapevolezza del percorso da intraprendere inizia a seguire seminari dei più importanti musicisti contemporanei come: Roberto Gatto, Andy Watson, Alessandro Minetto, Dave Weckl, Greg Hutchinson, Adam Pache, Roberto Pistolesi, Stjepko Gut, Dario Deidda, Renato Chicco e Dado Moroni. Ha l’onore e il piacere di suonare con Renato D’Aiello, Vito di Modugno, Chiara Pancaldi, Bepi D’Amato, Stjepko Gut, Tom Kirkpatrick, Michael Supnik, Pino Pichierri.
Calca palchi prestigiosi e molti locali jazz pugliesi. Dopo l’ottimo percorso di studi, nell’estate 2014 gli viene consegnata una borsa di studio per seguire workshop e seminari nel corso de il “Veneto Jazz Festival”. Qui viene a contatto con importanti musicisti, segue il corso di batteria con Jeff Hirschfield e partecipa alle lezioni di musica d’insieme con il trombettista Marco Tamburini.
Con la formazione composta da: Onofrio Paciulli e Fabio Lopez, nel 2015 è tra i vincitori del “Multiculturita Jazz Contest”.
Frequenta il corso di “batteria jazz” presso il Conservatorio “Nicolò Piccinni” di Bari, esperienza che gli permette di approfondire i suoi studi e collaborare con alcuni degli insegnanti come: Roberto Ottaviano, Gianna Montecalvo, Nicola Marziliano, Antonello Sorrentino.
Ha all’attivo la partecipazione in vari dischi, tra cui: “Carosonissimo: The Italian Standards” di Maurizio Patarino nel 2016, “Never Too Late” di Piero Dotti nel 2018, “Lost Tapes Vol &: Luciano Zotti” e “Lost Tapes Vol 7: Franco Sette” di Livio Minafra.
Nel 2020 incide “Sofia” primo album dei Barienses Jazz Collective. Dal 2016 fa parte della Big Band de “Il Pentagramma” con la quale si esibisce attualmente. NEl 2020, con i Barienses Jazz Collective incide “Sofia”, il primo album della band.



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