;
Home ➟ Strumenti ➟ Tastiere - Special ➟ Korg, da una drum machine per nightclub ai synth che hanno fatto scuola

Korg, da una drum machine per nightclub ai synth che hanno fatto scuola

Dalla Donca-Matic al miniKORG 700, dall'MS-20 all'M1: la storia di Korg, il marchio giapponese che ha sempre scelto strade diverse da quelle dei rivali.

Nel 1963, la prima macchina costruita dalla società che diventerà Korg non ha una tastiera: è la Donca-Matic DA-20, un generatore di ritmi elettromeccanico. Il nome imita il suono della cassa e racconta bene la natura del progetto: fornire un accompagnamento ritmico ai musicisti. L’azienda era nata a Tokyo nel 1962 come Keio Electronic Laboratories, per iniziativa di Tsutomu Kato e Tadashi Osanai. Kato gestiva un locale notturno; Osanai, fisarmonicista e ingegnere, conosceva i limiti delle macchine ritmiche allora disponibili.

Da quella scatola di ritmi alle workstation e ai sintetizzatori odierni, la storia di Korg attraversa più di sessant’anni di musica elettronica. L’azienda ha alternato strumenti destinati a pochi professionisti e modelli pensati per un pubblico più ampio, analogico e digitale, progetti originali e riedizioni. Alcuni, come MS-20, M1 e microKORG, hanno avuto una vita ben più lunga di quanto si potesse immaginare al loro debutto.

Dall’organo al sintetizzatore: le origini di Keio

La Donca-Matic nasce anche dal confronto con la Wurlitzer Sideman, una delle prime macchine ritmiche commerciali, che Osanai aveva utilizzato durante le proprie esibizioni. Nel 1966 arriva la DE-20, versione a transistor. L’anno successivo entra in scena Fumio Mieda, un giovane progettista interessato alla costruzione di un organo elettronico capace di modificare il suono in tempo reale. Il lavoro porta al Prototype No. 1, presentato nel 1970, e successivamente al Korgue, un organo che contiene già diverse idee destinate ai sintetizzatori dell’azienda.

Il nome Korg viene tradizionalmente ricondotto a Keio e organ, a testimonianza di questa fase iniziale. Ma Mieda aveva già lavorato anche su un progetto molto diverso: l’Uni-Vibe, il celebre effetto di modulazione associato, fra gli altri, a Jimi Hendrix. La sua esperienza con i circuiti e con il controllo diretto del timbro avrebbe lasciato un segno riconoscibile nei primi sintetizzatori Korg.

miniKORG 700: un sintetizzatore da appoggiare sull’organo

Nel 1973 arriva il miniKORG 700, primo sintetizzatore Korg prodotto in serie. Non nasce per sostituire l’organo del tastierista, ma per affiancarlo: il mobile è concepito per essere appoggiato sopra un’altra tastiera e per questo i comandi sono disposti sotto i tasti, sul bordo frontale. È monofonico e dispone di un oscillatore, ma offre un controllo timbrico inconsueto per l’epoca.

Il suo elemento caratteristico è il Traveler, una coppia di cursori che regola un filtro passa-alto e uno passa-basso. Spostando i due controlli, il musicista può restringere o allargare la porzione dello spettro lasciata passare, intervenendo direttamente sul carattere del suono. È un’impostazione che rivela una priorità precisa: rendere immediata la trasformazione del timbro durante l’esecuzione.

Il miniKORG 700S del 1974 aggiunge un secondo oscillatore e un modulatore ad anello. Daniel Miller userà proprio questo modello per registrare Warm Leatherette, pubblicato nel 1978 con il nome The Normal: un esempio di quanto uno strumento relativamente semplice potesse diventare centrale nella nascente elettronica indipendente. Il successivo 800DV, noto anche come Maxi-Korg, estende l’architettura di base del 700 a due voci, con la possibilità di ottenere due note o due timbri differenti. Nel 2021 Korg tornerà a quel progetto con il miniKORG 700FS, sviluppato sotto la supervisione di Mieda e dotato di funzioni contemporanee, fra cui MIDI, aftertouch e riverbero a molla.

Il miniKORG 700FS permette di ascoltare l’architettura del 700S e di vedere in azione il Traveler.

PS-3100 e PS-3300: la polifonia senza spartizione delle voci

Nel 1977 Korg affronta la polifonia con una scelta molto diversa da quella dei sintetizzatori che assegnano un numero limitato di voci alle note suonate. Il PS-3100 è uno strumento a 48 note di polifonia completa: per ciascun tasto dispone di circuiti dedicati per la generazione e l’elaborazione del suono, con filtro, amplificatore e generatore d’inviluppo. Le frequenze di partenza derivano da un sistema di divisione dell’ottava superiore (top-octave divider), ma ogni nota conserva un proprio percorso di sintesi. Un patch panel consente inoltre di intervenire sulle modulazioni e sulle connessioni previste dallo strumento.

Il PS-3300, presentato nello stesso anno, riunisce tre sezioni derivate dal PS-3100: 144 circuiti di voce complessivi, tre per ciascuno dei 48 tasti. Il dato descrive i circuiti disponibili, non 144 tasti da suonare indipendentemente. Fra le particolarità della serie PS c’è anche la possibilità di modificare l’accordatura dei dodici gradi della scala, sperimentando temperamenti diversi da quello equabile. Nel 1978 il PS-3200 propone un’altra strada, con due oscillatori e la possibilità di memorizzare le impostazioni sonore.

Il PS-3300 originale rimane un caso limite per dimensioni e complessità. Korg ne indica una produzione di circa 50 esemplari fra il 1977 e il 1981. Nel 2024 l’azienda ha presentato una riedizione del PS-3300, aggiornandone alcuni aspetti pratici e portando la tastiera da 48 a 49 tasti. È un ritorno significativo per uno strumento che, all’epoca, pochissimi musicisti potevano permettersi di utilizzare.

Alex Ball esamina il ritorno del PS-3300, ripercorrendone anche la storia.

MS-20: due filtri, cavi e un suono poco accomodante

Il 1978 è anche l’anno dell’MS-20, un sintetizzatore monofonico semimodulare con due oscillatori, modulazione ad anello e due filtri risonanti disposti in serie: uno passa-alto e uno passa-basso. Il patch panel sulla destra permette di modificare le connessioni di modulazione mediante cavi, mentre il percorso audio di base è già cablato internamente. Non è quindi un modulare completamente libero, ma offre molte possibilità senza richiedere di costruire ogni collegamento da zero.

Un’altra sezione importante è l’External Signal Processor (ESP), che analizza un segnale audio esterno e ne ricava, tra le altre cose, tensioni di controllo e segnali di trigger. Una voce o una chitarra possono così contribuire a controllare la sintesi; inoltre, l’audio esterno può essere elaborato attraverso i filtri. Anche le diverse revisioni dei circuiti di filtraggio hanno contribuito alle discussioni sul carattere sonoro dell’MS-20, spesso descritto come ruvido per via della sua risposta in risonanza.

La famiglia comprende l’MS-10, più compatto e dotato di un solo oscillatore, e l’MS-50, espansore semimodulare privo di tastiera. L’MS-20 esce di produzione nel 1983, ma tornerà prima in software e poi in diverse riedizioni hardware: una seconda vita che pochi sintetizzatori della sua generazione hanno conosciuto.

Fumio Mieda e Hiroaki Nishijima raccontano e mostrano l’MS-20 Mini.

Polysix e Mono/Poly: due modi di intendere l’analogico

All’inizio degli anni Ottanta la polifonia analogica è già una realtà, ma i modelli più complessi restano impegnativi da acquistare. Nel 1981 Korg presenta il Polysix, un sintetizzatore a sei voci, con 32 memorie, arpeggiatore e una sezione effetti che comprende chorus, phaser ed ensemble. Proprio gli effetti gli consentono di creare tappeti di archi sintetici e timbri corali che ne hanno favorito l’uso nella musica pop dell’epoca. La disponibilità di memorie programmabili rappresenta un vantaggio concreto anche sul palco.

Nello stesso anno esce il Mono/Poly, costruito intorno a quattro oscillatori. Può combinarli all’unisono oppure assegnarli a quattro note differenti. Quest’ultima modalità è più precisamente parafonica: le note hanno oscillatori separati, ma condividono filtro, amplificatore e inviluppi. È una distinzione tecnica importante, perché il comportamento non coincide con quello di quattro voci di sintesi completamente indipendenti.

Il percorso prosegue con il Poly-61 e con il Poly-800 del 1983, che adotta oscillatori controllati digitalmente e può raggiungere otto voci nelle configurazioni previste. Il Poly-800 funziona anche a batterie e offre attacchi per la tracolla: un particolare che ricorda quanto, in quegli anni, i costruttori cercassero anche nuovi modi di portare i sintetizzatori sul palco.

Una dimostrazione del Polysix originale, con i suoi timbri e gli effetti integrati.

DW-8000 e DSS-1: il passaggio al digitale non è immediato

Prima dell’M1, Korg sperimenta diverse combinazioni fra tecnologie analogiche e digitali. Il DW-8000 del 1985 utilizza forme d’onda generate digitalmente, selezionabili fra sedici possibilità, ma mantiene un filtro analogico risonante. È un sintetizzatore ibrido nel senso concreto del termine: non un analogico tradizionale e neppure una macchina interamente digitale. La tastiera con aftertouch e il generatore di delay integrato ne ampliano le possibilità espressive.

L’anno successivo il DSS-1 affronta un altro tema destinato a diventare decisivo: il campionamento. Permette di registrare materiale sonoro, elaborarlo e suonarlo dalla tastiera, affiancando ai campioni filtri analogici e possibilità di sintesi. In entrambi gli strumenti si riconosce il tentativo di integrare sorgenti sonore nuove con controlli e trattamenti familiari a chi proveniva dai sintetizzatori sottrattivi.

DW-8000 e DSS-1 a confronto: due approcci al digitale di metà anni Ottanta.

M1: la workstation diventa uno strumento di massa

Negli anni Ottanta il settore cambia rapidamente. Nel 1987 Yamaha acquisisce una partecipazione di controllo in Korg; nel 1993 Tsutomu Kato riacquisterà gran parte delle quote. Nel mezzo, nel 1988, arriva la tastiera che segna il rilancio dell’azienda: la Korg M1.

Il suo sistema di sintesi AI (Advanced Integrated) parte da forme d’onda PCM e le combina con elaborazioni digitali, inviluppi ed effetti. Ma il salto più evidente riguarda il modo di lavorare. Nello stesso strumento convivono suoni di strumenti acustici ed elettronici, timbri di batteria, modalità multitimbrica e un sequencer a otto tracce. Si può costruire un arrangiamento senza dover ricorrere necessariamente a una stanza piena di apparecchiature separate.

Sul pannello compare la dicitura Music Workstation, destinata a identificare un’intera categoria. L’M1 ottiene un successo commerciale notevole e lascia soprattutto una traccia sonora precisa: il pianoforte digitale e il celebre timbro d’organo Organ 2 diventano riconoscibili in numerose produzioni dance e house fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Nel remix di Show Me Love di Robin S., il produttore StoneBridge arrivò al suono d’organo quasi per caso: stava lavorando a una linea di basso con il preset Pick Bass e passò al programma successivo, Organ 2. Quel cambio di timbro contribuì a definire uno dei riff più riconoscibili della house degli anni Novanta.

Una rassegna dei suoni di fabbrica dell’M1: pianoforti, organi, pad e timbri che hanno attraversato la musica pop.

Wavestation: dalla sintesi vettoriale alle sequenze di onde

Alla fine degli anni Ottanta Korg coinvolge negli Stati Uniti una squadra proveniente da Sequential Circuits. Ne fanno parte Dave Smith, progettista del Prophet-5 e figura fondamentale per lo sviluppo del MIDI, insieme a John Bowen, Scott Peterson e Stanley Jungleib. Il loro lavoro porta alla Wavestation, presentata nel 1990.

La Wavestation riprende il principio della sintesi vettoriale, già presente nel Sequential Prophet VS: con un joystick si controlla il bilanciamento fra diverse sorgenti sonore. A questo aggiunge il wave sequencing, che permette di disporre in sequenza forme d’onda campionate, assegnando agli step durate e transizioni. Una sequenza può arrivare a 255 step. Ne derivano timbri che cambiano nel tempo, progressioni ritmiche e pad in movimento, difficili da ottenere con un normale preset statico.

Alla versione a tastiera seguono Wavestation EX, i moduli A/D e SR, poi la ricostruzione software nella Korg Legacy Collection. L’eredità di questo strumento riaffiorerà molti anni dopo nella wavestate.

La Wavestation originale e i suoi timbri in evoluzione.

Trinity, Prophecy e Z1: Korg esplora altre forme di sintesi

Il 1995 vede arrivare due prodotti differenti. La Trinity porta nelle workstation un’interfaccia TouchView con schermo sensibile al tocco, una dotazione sonora basata su campioni PCM e opzioni di espansione che consentono di affrontare compiti diversi. Il Prophecy, invece, è un sintetizzatore solista monofonico che esplora modelli fisici e altre tecniche di generazione sonora attraverso il motore MOSS (Multi-Oscillator Synthesis System). Il suo scopo non è semplicemente imitare strumenti reali, ma consentire un controllo espressivo molto articolato sul comportamento del suono.

Nel 1997 lo Z1 porta quella ricerca in un sintetizzatore polifonico, con un controllo XY che permette di intervenire su due parametri muovendo un dito sul pannello. La tecnologia MOSS arriverà anche in alcune schede opzionali per le workstation Trinity e Triton. È un ramo della storia Korg meno noto al grande pubblico rispetto all’M1, ma importante per capire l’evoluzione dei successivi motori di sintesi dell’azienda.

Triton: campionamento e produzione musicale in un’unica tastiera

Nel 1999 arriva la Triton, erede della Trinity. Utilizza la sintesi HI (Hyper Integrated), offre fino a 62 voci di polifonia, due arpeggiatori polifonici, campionamento e una sezione effetti flessibile. La scheda opzionale MOSS aggiunge un motore sonoro alternativo, con sei voci dedicate. La Triton diventa uno strumento abituale in studi di produzione pop, R&B e hip hop dei primi anni Duemila.

Il peso della serie non dipende soltanto dai preset: poter campionare, programmare parti ritmiche, combinare più suoni e lavorare agli effetti nella stessa macchina modifica concretamente il processo di scrittura e arrangiamento. Con le successive versioni della famiglia, Korg continuerà a sviluppare quella formula.

La Triton Classic attraverso una selezione dei suoi programmi originali.

Electribe e Kaoss Pad: la produzione esce dalla tastiera

Sempre nel 1999 Korg amplia il proprio pubblico con le prime Electribe, strumenti da tavolo pensati per programmare ritmi e sequenze senza necessariamente utilizzare una tastiera tradizionale. Il loro sequencer a step e i controlli immediati sono particolarmente adatti alla musica elettronica suonata e costruita in tempo reale.

Lo stesso anno debutta il primo Kaoss Pad, un processore di effetti governato da un touchpad XY. La posizione del dito sui due assi controlla simultaneamente parametri diversi: filtri, delay e altre trasformazioni possono così diventare veri gesti esecutivi. L’idea avrà molte evoluzioni e contribuirà a spostare l’attenzione dalla sola generazione delle note alla manipolazione diretta del suono.

Una dimostrazione del Kaoss Pad Quad: il controllo degli effetti diventa parte dell’esecuzione.

MS2000 e microKORG: l’analogico virtuale diventa compatto

Nel 2000 Korg presenta l’MS2000, un sintetizzatore a modellazione analogica con vocoder, arpeggiatore e numerosi controlli sul pannello. Due anni più tardi parte della sua filosofia confluisce nel microKORG: 37 minitasti, quattro voci di polifonia, vocoder a otto bande e microfono incluso. I programmi sono organizzati per categorie musicali, rendendo immediato trovare un punto di partenza da modificare.

Il microKORG rimane a lungo in catalogo e attraversa generazioni diverse di musicisti, dalle band indie agli studi domestici. Nel 2024 viene presentato il microKORG2, con un nuovo motore di sintesi, display e fino a otto voci in modalità Single, che scendono a quattro in Dual. Non è soltanto un aggiornamento estetico: cambiano polifonia, gestione del vocoder e possibilità di programmazione.

OASYS e Kronos: più motori di sintesi nella stessa workstation

Con la OASYS del 2005, sigla di Open Architecture Synthesis Studio, Korg sviluppa una workstation progettata per ospitare più sistemi di generazione sonora. Nel 2011 la Kronos rende questa impostazione il centro di una nuova famiglia di strumenti: invece di affidarsi a un solo tipo di sintesi, integra nove motori sonori, dedicati fra l’altro al pianoforte acustico, all’organo elettromeccanico, alla sintesi PCM, alla modellazione analogica e ai modelli fisici.

Fra i motori della Kronos si trovano anche MS-20EX e PolysixEX, ricostruzioni digitali di due strumenti storici dell’azienda. In questo caso, il passato non torna sotto forma di una riedizione autonoma, ma entra a far parte di una piattaforma che riunisce strumenti molto differenti e li rende utilizzabili nello stesso arrangiamento.

Una dimostrazione musicale della famiglia Kronos, per ascoltare il lavoro di una workstation moderna.

Riedizioni, monotron e Volca: il ritorno dell’analogico

Negli anni Dieci Korg torna con decisione ai circuiti analogici. Il piccolo monotron del 2010 è un sintetizzatore portatile controllato con un nastro sensibile al tocco; nel 2013 arriva la famiglia Volca, che combina generazione sonora, sequencer e sincronizzazione fra più strumenti in un formato compatto. Le prime Volca Keys, Bass e Beats mostrano tre modi differenti di mettere l’analogico al servizio della produzione ritmica e melodica.

Parallelamente riprendono vita diversi progetti storici. L’MS-20 Mini del 2013 riproduce l’architettura dell’originale in un formato ridotto, con collegamenti MIDI e USB; seguiranno kit, moduli e la versione a dimensioni originali MS-20 FS del 2020. Nel 2015 Korg riporta sul mercato anche l’ARP Odyssey, con il coinvolgimento di David Friend, cofondatore della storica azienda statunitense. Non tutte queste operazioni sono identiche: alcune puntano alla fedeltà circuitale, altre introducono funzioni che i modelli originali non avevano.

Volca Keys, Bass e Beats suonano insieme: tre strumenti compatti sincronizzati.

Minilogue: quattro voci analogiche con controlli diretti

Nel 2016 il Minilogue, sviluppato sotto la guida di Tatsuya Takahashi, riporta al centro del catalogo un polifonico analogico di nuova progettazione: quattro voci, due oscillatori per voce, sequencer e un pannello che consente di intervenire su gran parte dei parametri senza navigare fra menu complessi. È pensato anche per chi vuole imparare a programmare un sintetizzatore partendo dai suoi controlli fisici.

Alla stessa stagione appartengono il Monologue, monofonico, il Prologue, che affianca circuiti analogici e un oscillatore digitale, e il Minilogue XD del 2019, con il motore Multi Engine. Accanto a questi strumenti trovano spazio anche i modelli da assemblare della serie Nu:Tekt, come l’NTS-1: un altro modo di avvicinare il musicista alla struttura del sintetizzatore.

Il Minilogue nella presentazione Korg: architettura, controlli e possibilità sonore.

Wavestate, opsix, modwave e multi/poly: le eredità digitali

La storia recente di Korg mostra che il ritorno dell’analogico non ha cancellato la ricerca digitale. La wavestate, uscita nel 2020, ripensa il wave sequencing della Wavestation con il sistema Wave Sequencing 2.0, che separa e combina più parametri delle sequenze. L’opsix, arrivato nello stesso anno, parte dalla sintesi FM a sei operatori e ne amplia il linguaggio con algoritmi e modalità di elaborazione differenti.

Nel 2021 il modwave riprende il tema delle wavetable, consentendo di passare fra forme d’onda e di modulare in modo articolato la loro evoluzione. Nel 2024 il multi/poly torna invece al nome e all’immaginario del Mono/Poly, ma con un motore di modellazione analogica digitale: non è una riedizione a componenti analogici del modello del 1981. Questi strumenti condividono una filosofia di programmazione attuale, ma non lo stesso sistema di generazione sonora.

La stessa distinzione vale per le versioni software di molti classici Korg: permettono di utilizzare oggi strumenti storici all’interno di una DAW, ma riproducono con tecnologie digitali circuiti e comportamenti concepiti in epoche differenti. La continuità è soprattutto nel modo di mettere il controllo timbrico a disposizione del musicista.

Wavestate, modwave, multi/poly e opsix: quattro approcci diversi alla sintesi contemporanea.

Per chi ha fretta: 5 risposte sulla storia di Korg

1. Quando nasce Korg?
La società viene fondata a Tokyo nel 1962 da Tsutomu Kato e Tadashi Osanai come Keio Electronic Laboratories. Il primo prodotto, la Donca-Matic DA-20, arriva nel 1963.

2. Qual è il primo sintetizzatore Korg?
Il miniKORG 700 del 1973: monofonico, con un oscillatore e due cursori Traveler per intervenire sul filtraggio del suono.

3. Cosa rende particolare il PS-3300?
È uno strumento del 1977 a 48 note di polifonia completa, con tre circuiti di sintesi per ciascun tasto: 144 in totale.

4. Perché l’M1 è importante?
Nel 1988 riunisce suoni PCM, effetti, parti ritmiche e sequencer a otto tracce nel formato Music Workstation, influenzando il lavoro di molti musicisti e produttori.

5. Korg produce ancora sintetizzatori analogici e digitali?
Sì. Accanto a modelli analogici come Minilogue e alle riedizioni storiche propone strumenti digitali con tecniche differenti, fra cui wavestate, opsix, modwave e multi/poly.

Dalla Donca-Matic alla Kronos, dalla ricerca sui filtri analogici alle sequenze di campioni, il filo conduttore non è una singola tecnologia. Korg ha cambiato più volte il modo di costruire e utilizzare uno strumento elettronico, talvolta con macchine monumentali, altre con tastiere che stanno su una scrivania. E forse è proprio questo il tratto più interessante di una storia che non si esaurisce nell’elenco dei suoi modelli più famosi.



MUSICOFF NETWORK

Musicoff Discord Community Musicoff Channel on YouTube Musicoff Channel on Facebook Musicoff Channel on Instagram Musicoff Channel on Twitter