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Piano jazz senza accordi complicati: il metodo delle due note per iniziare

Come suonare un 2-5-1 al pianoforte usando solo due note per accordo, terza e settima, e collegare le posizioni per togliere i salti. Guida pratica.

Chi comincia a studiare pianoforte jazz da autodidatta si trova spesso davanti allo stesso ostacolo: manuali pieni di accordi estesi, disposizioni a due mani e sigle armoniche che, almeno all’inizio, sembrano più complicate della musica che si vorrebbe suonare. Si passa così molto tempo a studiare la teoria, ma con la sensazione di non riuscire ancora a ottenere quel suono ascoltato nei dischi.

La buona notizia è che un accompagnamento jazz credibile non richiede necessariamente accordi pieni di note. Molto spesso bastano due suoni scelti bene, capaci di definire il carattere dell’accordo e il movimento dell’armonia. Non si tratta di una scorciatoia riservata ai principianti, ma di un approccio utilizzato realmente dai pianisti jazz, soprattutto quando serve lasciare spazio alla melodia, al solista o agli altri strumenti.

Il piccolo vocabolario da cui si parte

Prima di togliere, conviene sapere cosa c’è. Tutto nasce dalle quadriadi, gli accordi a quattro voci che reggono la stragrande maggioranza delle progressioni. Sono pochi e si imparano in fretta: il maggiore settima, la settima di dominante, il minore settima, e poi due varianti utili, la sesta maggiore al posto della settima sugli accordi di tonica e il più raro minore con settima maggiore. Resta un caso particolare, il semidiminuito, una triade diminuita con la settima minore, che ti tornerà utile più avanti.

Sembrano tanti nomi, ma è un elenco corto. E vale la pena impararlo, perché questa manciata di accordi copre da sola circa l’ottanta per cento delle progressioni armoniche dei brani più famosi. Considerali un vocabolario di partenza: sai dove stanno le note, ma non sono ancora le parole. Presi così, completi, suonano poco e si usano poco. La parte interessante comincia quando li alleggerisci. Se vuoi ripassare da dove nascono questi accordi, trovi tutto nella pillola su triadi e quadriadi.

Perché togliere note rende l’accordo più ricco

Parti da una quadriade, un accordo a quattro voci. Prendi un do maggiore settima: do, mi, sol, si. Sono fondamentale, terza, quinta e settima, tutte note che stanno sulla scala maggiore di do.

Ora comincia a togliere. La quinta, in questo caso il sol, è la prima a poter sparire. Prova ad ascoltare: con la quinta l’accordo è pieno, senza la quinta è leggermente più scarico, ma capisci benissimo che si tratta dello stesso accordo. La quinta non porta identità, porta solo corpo. Te la puoi risparmiare.

Poi togli un’altra nota, e qui arriva il passaggio liberatorio: togli la fondamentale. Sembra un’eresia, perché la fondamentale è quella che dà il nome all’accordo. Ma se parti dal presupposto che ci sarà un basso a suonarla per te, non ti serve più tenerla con la sinistra.

Possiamo togliere un’altra nota addirittura, che è la fondamentale, se partiamo dal presupposto che ci sarà un bassista a suonarla per noi.

Andrea Saffirio

Non hai un bassista in casa? Non importa: una base musicale fa lo stesso lavoro, ti suona la fondamentale, ti dà il sostegno ritmico e libera la tua mano sinistra. Pensare sempre alla fondamentale ti costringe a studiare per suonare in piano solo, che è un livello successivo, già più complicato. Dare per scontato il basso ti toglie un peso enorme, e da lì è tutto in discesa. Per il passo successivo, quando vorrai suonare senza basso, trovi la guida completa in piano solo, come armonizzare una melodia.

Quel do maggiore settima, spremuto fino all’osso, diventa due note: mi e si. La terza e la settima. Prese da sole sembrano poca cosa, ma quando il basso suona il do, l’orecchio non solo riconosce l’accordo, lo sente anche più aperto e risonante. Le due note sono spalmate sulla tastiera con aria intorno, invece di pestarsi i piedi a vicenda come fanno quando le ammucchi tutte e quattro.

Perché al pianoforte jazz bastano terza e settima?

Bastano perché sono le due note che caratterizzano l’accordo. La terza dice se l’accordo è maggiore o minore, la settima dice di che tipo di settima si tratta. La fondamentale la suona il basso, la quinta non porta identità: tutto il resto è contorno.

C’è anche un modo visivo per fissarlo in testa. Pensa alla terza come a un colore: la terza maggiore è gialla, la terza minore vira al rosso. Cambi quella nota e l’intera tinta dell’accordo cambia con lei. È questo che intendono quando dicono che terza e settima caratterizzano un accordo: non riempiono, lo dipingono.

È un’idea che cambia il modo di guardare la tastiera. Hai un do maggiore settima? Suoni mi (la terza) e si (la settima). Devi trasformarlo in un do settima di dominante? Ti basta abbassare la settima di un semitono, da si a sib. La differenza tra un accordo maggiore e un dominante, che sulla carta sembra una sottigliezza, sotto le dita diventa un solo dito che scende di un tasto.

Queste due note hanno una proprietà comoda: essendo solo due, esistono in due posizioni possibili. Terza sotto e settima sopra, oppure il contrario, settima sotto e terza sopra. Sono le stesse note, capovolte. Tienile a mente entrambe, perché ti serviranno per collegare gli accordi senza saltare da una parte all’altra della tastiera.

C’è una regola pratica su dove suonarle. Il registro ottimale è quello a cavallo del do centrale. Tieni la nota più grave dell’accordo mai più in basso del do sotto il do centrale, e mai più in alto del do centrale stesso. Sotto quel limite il suono si impasta e diventa fangoso, sopra perde presenza. Resta in quella finestra e gli accordi suoneranno pieni e definiti. Per approfondire come muovere meno le mani con gli accordi, leggi rivolti e voicing al pianoforte.

Il 2-5-1, la progressione che apre tutto

A questo punto potresti studiare l’accordo a due note in tutte le tonalità, una per una, in modo astratto. Lunga e noiosa: ti stufi prima ancora di vederne il senso.

Molto meglio mettere subito queste due note dentro la progressione più usata in assoluto nel jazz tradizionale, nella forma canzone, negli standard. La conosci di nome anche se non l’hai mai suonata, perché se ne parla in continuazione: il 2-5-1.

Sono tre accordi, costruiti sul secondo, sul quinto e sul primo grado della tonalità. In do maggiore:

  • Secondo grado: re minore settima, che ridotto a terza e settima diventa fa e do.
  • Quinto grado: sol settima, che diventa si e fa.
  • Primo grado: do maggiore settima, che diventa mi e si.

Il 2-5-1 in Do maggiore. Prima l’accordo pieno a quattro voci, poi la riduzione a due note (terza e settima), mentre il basso tiene la fondamentale.

Suonali in fila, con il basso che tiene le fondamentali, e senti subito una storia: parti da un punto di quiete, attraversi una zona di tensione, torni a casa. C’è un’immagine che rende perfettamente l’arco di questa progressione.

Il secondo grado è la calma: sei tranquillo, stai allacciando le scarpe per uscire. Il quinto grado è il movimento: esci di casa. Il primo grado è la risoluzione: tutto a posto, è una bella giornata.

Andrea Saffirio

Quella sensazione di preparazione, tensione e arrivo è il cuore del 2-5-1. E ora la stai suonando con due note per mano sinistra. Se vuoi capire perché questa progressione conta così tanto, leggi cos’è il 2-5-1 e perché partire da qui.

Dai salti al legame: collegare le posizioni

Quando suoni il 2-5-1 tenendo sempre la stessa posizione, per esempio sempre terza sotto e settima sopra, stai facendo dei salti. Non è un errore: all’inizio i salti aiutano a visualizzare bene le posizioni, e per ora va benissimo così. Prima impari dove stanno le mani, poi pensi a renderle eleganti.

Il passo successivo, una volta che le posizioni sono memorizzate, è collegarle con quello che si chiama legame armonico. La meccanica è elegante e funziona da sola:

  1. Suona il re minore settima in posizione terza-settima, cioè fa e do.
  2. Passa al sol settima invertendo l’ordine, settima-terza, cioè fa e si. Nota: il fa resta fermo, l’altra nota si muove di un semitono.
  3. Arriva al do maggiore settima tornando a terza-settima, mi e si. Di nuovo, una nota vicina all’altra.

Le posizioni si incastrano: terza-settima del secondo grado si collega a settima-terza del quinto, che si collega a terza-settima del primo. Niente salti, le mani quasi non si spostano, e il giro scorre liquido. Funziona anche partendo dall’altra posizione: se cominci con settima-terza, basta alternare e il legame si chiude lo stesso. Provalo nei due sensi, è la prova del nove che hai capito il meccanismo.

Il colpo di scena: il minore costa quasi niente

Quando passi al 2-5-1 in tonalità minore, ti aspetti di dover reimparare tutto. E invece no, e il motivo è il vantaggio nascosto di tutto questo metodo.

In tonalità minore il secondo grado di solito è quel semidiminuito che avevi incontrato nel vocabolario di partenza, cioè con la quinta abbassata di un semitono. Sembra un accordo nuovo da studiare. Ma tu la quinta non la suoni mai. E se non suoni la quinta, l’abbassamento della quinta non ti riguarda. Il tuo re semidiminuito, con sole terza e settima, è identico al re minore che già conosci. Non cambia un dito.

Il quinto grado, sol settima, resta uguale. L’unico accordo che cambia davvero è il primo grado. In do minore puoi atterrare su un do minore settima, che però rimane un po’ sospeso, oppure su un do minore sesta, che suona come una risoluzione netta, meno equivoca. La quinta diminuita che hai lasciato fuori non sparisce nel nulla: la fai sentire con la destra, nella melodia o nell’improvvisazione, oppure resta nell’aria grazie alla linea di basso.

Morale: imparato il 2-5-1 maggiore, il minore è quasi gratis. Cambi solo l’accordo di arrivo.

Cosa suonare stasera, e perché funziona davvero

Hai due note per mano sinistra e un giro armonico completo. Adesso serve un contesto in cui usarle. Il consiglio è semplice: prendi una base musicale, scegli una velocità comoda, e suona i tuoi 2-5-1 maggiori e minori a tempo, in qualche tonalità. Non pensare solo a centrare la nota giusta. Ascolta il suono di questi accordi, così semplici eppure così pieni.

Poi porta tutto dentro un brano vero. Scegline uno costruito prevalentemente su 2-5-1, così metti subito in pratica quello che hai studiato. Autumn Leaves è perfetto: è strutturato sul 2-5-1 maggiore di sib maggiore e sul 2-5-1 minore della sua relativa, sol minore. In alternativa, un classico in tonalità minore come Summertime. Sono brani che restano belli proprio in virtù della loro semplicità, e che ti fanno suonare jazz da subito, non tra sei mesi.

Tieni a mente una cosa, perché è quella che dà senso a tutto. Questo non è un trucco da principianti da abbandonare appena diventi bravo. Ci sono dischi bellissimi in cui il pianista, per la maggior parte del tempo, con la mano sinistra suona esattamente queste due note. È materiale reale, che funziona sul serio, e che può dare un gusto incredibile. Non sottovalutarlo solo perché è facile.


Andrea Saffirio è un pianista jazz italiano. Inizia a suonare il pianoforte a sette anni tra studi di musica classica e ragtime, per poi dedicarsi al jazz e suonare nei principali club e festival in Italia e in Europa, accanto a musicisti come Fabrizio Bosso, Stefano Di Battista, Gegè Telesforo e Rosario Giuliani. Insegna pianoforte jazz, improvvisazione e composizione al Saint Louis College of Music di Roma e in diversi conservatori italiani. Il voicing a due note di cui parla qui è il primo mattone di un percorso pensato apposta per chi parte da zero con il jazz.

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