Alla fine del 1877 Thomas Edison mise a punto il fonografo, una macchina capace di incidere la voce su un foglio di stagnola avvolto attorno a un cilindro e di riprodurla facendo ruotare il meccanismo a manovella. La domanda di brevetto fu depositata il 24 dicembre 1877 e il brevetto venne concesso il 19 febbraio 1878. Quelle prime registrazioni avevano una qualità rudimentale e si deterioravano rapidamente con gli ascolti, perché la fragile stagnola veniva nuovamente percorsa dallo stilo durante la riproduzione.
Da quel cilindro a un giradischi contemporaneo, la catena che porta il solco all’orecchio è stata rifatta anello per anello: il motore, il braccio, lo stilo, il materiale del disco, la velocità di rotazione, perfino la curva con cui il segnale viene equalizzato in incisione e compensato in lettura. Ogni volta che è cambiato un anello, è cambiato anche quello che chi ascoltava si aspettava di sentire.
Il cilindro perde contro il disco, e non per il suono
Il fonografo di Edison lavorava su cilindri: prima con la stagnola, poi, grazie agli sviluppi del Volta Laboratory di Alexander Graham Bell, Chichester Bell e Charles Sumner Tainter, brevettati nel 1886, con superfici cerate molto più adatte all’incisione. Il salto di categoria lo fece però Emile Berliner.
Nel brevetto del grammofono concesso l’8 novembre 1887 definì il principio della registrazione a modulazione laterale, contrapposta all’incisione verticale del fonografo. I primi esperimenti descritti dal brevetto utilizzavano ancora una superficie cilindrica, ma Berliner passò presto al disco piano, sviluppando il principio che sarebbe diventato alla base del disco fonografico moderno.
La differenza non stava necessariamente nella resa sonora, che per anni restò tutt’altro che schiacciante a favore del disco. Stava soprattutto nella riproducibilità industriale. Berliner perfezionò un procedimento nel quale un originale inciso su zinco poteva essere trasformato per via galvanica in una matrice negativa e utilizzato per stampare molte copie. Nei primi anni Novanta dell’Ottocento i piccoli dischi Berliner cominciarono a circolare commercialmente e, dopo diversi esperimenti con i materiali, le mescole a base di gommalacca divennero la soluzione dominante per decenni.
I cilindri, almeno inizialmente, erano molto più difficili da duplicare in massa. In questo caso, a vincere non fu semplicemente il formato che suonava meglio, ma quello che si prestava meglio alla produzione industriale.
I cilindri non scomparvero subito: Edison continuò a perfezionarli e a venderli ancora negli anni Venti. Ma il disco aveva ormai introdotto qualcosa di decisivo per l’industria musicale: la possibilità di produrre in grande quantità la stessa registrazione. Per chi ascoltava significava cominciare ad avere un vero catalogo: lo stesso titolo, nella stessa esecuzione, disponibile in migliaia di copie.
Settantotto giri, un ago d’acciaio da cambiare a ogni facciata
La velocità di rotazione restò a lungo una faccenda tutt’altro che uniforme. La Gramophone Company adottò i 78 giri nominali nel 1912 e nel corso degli anni Venti quella velocità diventò progressivamente lo standard dell’industria.
Anche qui, però, dietro al numero apparentemente preciso c’era qualche complicazione: i riferimenti stroboscopici sincronizzati alla rete potevano corrispondere a 78,26 giri con una frequenza di 60 Hz e a 77,92 giri con una rete a 50 Hz. Non si trattava di due formati diversi, ma del modo in cui veniva verificata e regolata la velocità di rotazione.

Il punto interessante di quegli anni non è però il numero. È che l’intera catena era meccanica. Una molla caricata a mano faceva girare il piatto, il solco muoveva un ago d’acciaio, l’ago metteva in vibrazione una membrana e la tromba accoppiava quella vibrazione all’aria. Nessuna amplificazione elettrica: l’energia acustica disponibile dipendeva direttamente dall’energia meccanica prelevata dal solco. Da qui una forza di appoggio che si contava in decine di grammi.
Gli aghi d’acciaio erano inoltre veri materiali di consumo. Le raccomandazioni dell’epoca prescrivevano normalmente di cambiare l’ago dopo ogni facciata: durante la lettura la punta si consumava adattandosi al solco e riutilizzarla aumentava il rischio di danneggiare il disco. Non esisteva neppure una manopola del volume nel senso moderno: si potevano scegliere aghi di diverso spessore, spesso venduti come soft, medium o loud tone, per modificare entro certi limiti l’energia trasmessa alla membrana.
I tempi seguivano la fisica. Un 78 giri da 25 centimetri conteneva in genere circa tre o tre minuti e mezzo per facciata, mentre uno da 30 centimetri arrivava a quattro o cinque. Se avete presente quei cofanetti d’epoca pesantissimi, con dodici o quattordici facciate per una sola opera, sapete già che ascoltare musica classica significava alzarsi dalla poltrona molto spesso.
Il 1925 elettrifica la registrazione
Nel 1925 Victor e Columbia adottarono il sistema di registrazione elettrica sviluppato da Western Electric. Il 6 ottobre dello stesso anno Victor mostrò pubblicamente al Waldorf-Astoria di New York l’Orthophonic Victrola: un apparecchio ancora acustico in riproduzione, ma dotato di una grande tromba esponenziale ripiegata nel mobile, progettata per sfruttare meglio la maggiore estensione dei nuovi dischi.
Sul piano dell’ascolto la svolta avvenne quindi in due tempi. In incisione entrarono microfono, amplificatore e testina di taglio elettromeccanica, con una banda utile più ampia e un controllo del livello molto superiore rispetto al procedimento puramente acustico. La riproduzione elettrica si diffuse negli anni immediatamente successivi attraverso pickup elettromagnetici, amplificatori a valvole e altoparlanti. A quel punto il solco non doveva più fornire direttamente l’energia acustica necessaria a riempire una stanza.
Da quel momento il volume di ascolto smise quindi di dipendere direttamente dall’energia meccanica prelevata dal disco. È la premessa tecnica di tutto quello che viene dopo: si possono ridurre massa mobile e forza di appoggio, utilizzare stili più fini e ampliare la banda riprodotta senza dover ricavare dal solco la potenza acustica finale. Dagli anni Trenta i modelli a molla lasciarono progressivamente spazio ai giradischi con motore elettrico.
Microsolco: il 1948 cambia l’unità di misura dell’ascolto
Il 21 giugno 1948 Columbia presentò alla stampa, al Waldorf-Astoria di New York, il nuovo disco a 33 giri e un terzo, pronto per essere commercializzato. Il nuovo LP Microgroove arrivava nei diametri da 25 e 30 centimetri. Il progetto tecnico era stato sviluppato nei laboratori CBS sotto la direzione di Peter Goldmark, con un ruolo centrale di William S. Bachman e di altri ingegneri Columbia.
Howard H. Scott contribuì invece soprattutto alla preparazione del catalogo iniziale, coordinando il complesso trasferimento sul nuovo formato di registrazioni nate nell’epoca dei 78 giri.

Il microsolco portò la durata a circa ventitré minuti per facciata su un 30 centimetri, contro i quattro o cinque di un 78 giri dello stesso diametro. Cambiò anche il materiale, dalla fragile gommalacca al vinile. E cambiò perfino il significato di una parola che utilizziamo ancora oggi: album.
Nell’epoca dei 78 giri un album era letteralmente un libro con una serie di tasche nelle quali venivano raccolti più dischi, un po’ come un album fotografico. Con l’LP molti programmi musicali che prima richiedevano diversi 78 giri potevano stare su un solo disco, e il nome passò progressivamente dal contenitore all’opera musicale stessa.
Il 31 marzo 1949 RCA Victor rispose con il 45 giri da sette pollici, pensato anche come successore del 78. Per qualche tempo Columbia e RCA combatterono quella che viene ricordata come la “guerra delle velocità”: non era affatto scontato che 33 e 45 giri potessero convivere. Alla fine accadde proprio questo.
L’LP trovò il suo terreno naturale negli album e nelle opere lunghe, il 45 giri nei singoli, e quella divisione del lavoro avrebbe segnato l’industria discografica per decenni.
C’è però una parte meno raccontata di quel passaggio, ed è quella che riguarda direttamente la catena di riproduzione. Per incidere un solco stretto bisogna ridurre l’escursione alle basse frequenze, altrimenti le spire rischiano di occupare troppo spazio; allo stesso tempo si enfatizzano gli acuti in incisione, così da poterli attenuare in lettura insieme a una parte del rumore di superficie. Prima della standardizzazione convivevano numerose curve di equalizzazione, con differenti frequenze di turnover e rolloff, e molti preamplificatori hi-fi offrivano selettori per adattare la riproduzione al disco.
All’inizio del 1954 venne approvata la curva RIAA, definita dalle tre costanti di tempo di 3180, 318 e 75 microsecondi, che si impose progressivamente come riferimento dell’industria. Il preamplificatore fono era già necessario per amplificare il debole segnale delle testine e applicare la corretta equalizzazione; la RIAA non inventò quello stadio, ma ne uniformò la caratteristica di compensazione.
Il risultato fu una compatibilità molto maggiore fra dischi e apparecchi di marche diverse, anche se per riprodurre correttamente molti dischi precedenti alla standardizzazione restano ancora oggi necessarie curve differenti (e a dire il vero nei circoli degli esperti ci sono alcuni dubbi che tutte le case discografiche si adattarono alla RIAA con gli stessi tempi).
Un altro tassello fondamentale arrivò con la stereofonia, anche se l’idea veniva da molto più lontano. Il 14 dicembre 1931 Alan Blumlein aveva depositato la domanda per il brevetto, poi concesso nel 1933, di un sistema capace di registrare due canali nello stesso solco utilizzando le due pareti inclinate di 45 gradi.
Nel novembre del 1957 Audio Fidelity fece pressare un disco stereofonico dimostrativo basato sul sistema Westrex 45/45 e lo presentò pubblicamente il mese successivo. Nel marzo del 1958 mise poi in commercio i suoi primi LP stereofonici destinati al pubblico. Nel corso di quell’anno il sistema 45/45 si impose rapidamente come standard del disco stereo.
Il piatto diventa un attrezzo di precisione
Con testine più leggere, forze di lettura inferiori e solchi molto più fini, i difetti meccanici diventano sempre più evidenti: il rumore del motore che risale attraverso il telaio, le irregolarità di velocità, le vibrazioni che il mobile rimanda al braccio.
Il giradischi smette progressivamente di essere soltanto un motore che fa ruotare un disco e diventa un sistema meccanico nel quale ogni componente deve lavorare insieme agli altri in perfetta sintonia.
Negli anni Cinquanta una delle soluzioni dominanti, soprattutto nelle macchine professionali e nei giradischi di fascia alta, fu la trazione a puleggia. Modelli come il Garrard 301, lanciato nel 1954, puntavano su coppia elevata, piatti pesanti e grande stabilità di rotazione.
Il Thorens TD 124 del 1957 adottava invece un sistema più articolato, con cinghia e puleggia. Erano spesso vere unità motore da completare con base, braccio e testina: il giradischi hi-fi stava diventando una macchina da configurare.

All’inizio degli anni Sessanta arrivò una risposta diversa con l’AR XA progettato da Edgar Villchur per Acoustic Research. Metteva insieme due soluzioni destinate a lasciare un’impronta profonda: la trazione a cinghia, che separava elasticamente il motore dal piatto, e un sottotelaio sospeso su tre molle che sosteneva piatto e braccio isolandoli dallo zoccolo. Quel principio divenne un riferimento per molti giradischi hi-fi successivi e avrebbe caratterizzato anche progetti celebri come il Thorens TD 150 e, più avanti, il Linn Sondek LP12.
La risposta giapponese prese invece la strada opposta. Con la trazione diretta il motore agisce direttamente sul piatto, senza cinghia o puleggia interposte. Nel 1970 Technics portò sul mercato lo SP-10, riconosciuto come il primo giradischi commerciale a trazione diretta. Nel 1971 arrivò l’SL-1100 e l’anno successivo l’SL-1200.
La versione SL-1200MK2 del 1979 aggiunse il controllo al quarzo e un pitch control a cursore destinato a diventare uno degli elementi più riconoscibili della serie.

A quel punto successe qualcosa che probabilmente nessuno degli ingegneri aveva previsto: il giradischi smise di essere soltanto un apparecchio per riprodurre musica e diventò uno strumento con cui creare musica. Nel 1973 DJ Kool Herc utilizzò due Technics SL-1100 durante i suoi party nel Bronx, sviluppando la tecnica di alternare due copie dello stesso disco per prolungarne le sezioni ritmiche.
È uno degli episodi simbolicamente associati alla nascita dell’hip-hop. Nel mondo disco e hip-hop, cueing e beatmatching, e poi backspin e scratching, trasformarono progressivamente il piatto in una parte attiva della performance. La robustezza e la coppia dei direct drive, e in particolare dell’SL-1200MK2, finirono per trasformare una tecnologia nata per la riproduzione domestica in un vero strumento musicale.
Nel frattempo si era ridisegnato anche tutto quello che sta fra il piatto e il segnale. Il braccio adottò contrappesi sempre più precisi e l’antiskating, a molla, a peso o a magnete, per compensare la forza che tende a trascinarlo verso il centro del disco.
La forza di appoggio scese dalle decine di grammi dell’era acustica a valori spesso compresi fra circa 1,5 e 2,5 grammi per molte testine moderne destinate all’ascolto hi-fi. Il profilo dello stilo passò dal conico all’ellittico fino ai profili a contatto esteso, come lo Shibata sviluppato da JVC all’inizio degli anni Settanta per la riproduzione dei sistemi quadrifonici CD-4.
Per orientarsi fra questi e gli altri termini tecnici dell’analogico, qui su Musicoff trovate anche il nostro glossario del vinile e del giradischi.
Anche le testine si specializzarono. Magneti mobili e bobine mobili affrontano lo stesso problema con architetture differenti e richiedono livelli di guadagno e carichi elettrici diversi al preamplificatore. È uno dei motivi per cui, a differenza di molti apparecchi digitali, un giradischi continua a essere un sistema nel quale regolazione meccanica ed elettronica sono inseparabili.
Non è pignoleria da collezionisti. Una forza di appoggio errata, un antiskating fuori taratura o uno stilo usurato aumentano distorsione e usura del solco. Con il microsolco e con profili di lettura più raffinati, una regolazione corretta diventa ancora più importante.
Il crollo, il ritorno e cosa si compra davvero oggi
Il 1° ottobre 1982 Sony mise in vendita in Giappone il CDP-101, primo lettore Compact Disc commerciale, accompagnato da cinquanta titoli su CD pubblicati da CBS/Sony. Per il vinile cominciò una discesa molto rapida. Nel 1987 il CD aveva già superato l’LP statunitense in valore e nel 1988 lo superò anche nelle unità vendute. La cassetta rimase ancora per qualche anno il supporto dominante, ma nei primi anni Novanta l’LP era ormai diventato una presenza marginale nel mercato di massa.
Molti impianti di stampa ridussero l’attività o chiusero. Il vinile, però, non scomparve. Rimase vivo in mondi che avevano motivi molto diversi per continuare a usarlo: i DJ, gli audiofili, il collezionismo e una parte della scena indipendente. Proprio questa sopravvivenza sotterranea rese possibile la ripartenza che sarebbe arrivata molti anni dopo.
Il ritorno, oggi, è documentato. Secondo i dati RIAA relativi al mercato statunitense, espressi dal report 2025 a valore wholesale, il vinile ha superato il miliardo di dollari di ricavi, arrivando a 1,043 miliardi con una crescita del 9,3 per cento. Le unità vendute sono salite a 46,8 milioni, contro i 29,5 milioni del CD: anche nel 2025 il vinile ha quindi superato il CD nelle unità vendute, mentre il formato ha raggiunto il diciannovesimo anno consecutivo di crescita dei ricavi.
In Italia, secondo FIMI, nel 2025 il mercato discografico ha raggiunto 513,4 milioni di euro, in aumento del 10,7 per cento. Il segmento fisico è arrivato a 74,7 milioni, con un più 21,9 per cento, mentre il vinile è cresciuto del 24,2 per cento. Dei 4,6 milioni di prodotti fisici venduti durante l’anno, il 47 per cento era costituito da vinili e il 51 per cento da CD.
Quello che è cambiato davvero, per chi compra, è il punto di ingresso. Molti giradischi di fascia iniziale arrivano oggi con preamplificatore fono integrato e testina già montata, spesso anche preallineata in fabbrica. La catena può quindi essere acquistata quasi pronta all’uso e il vecchio percorso obbligato che passava da amplificatore con ingresso phono, testina da scegliere e braccio da tarare non è più una condizione necessaria per cominciare.
La fisica di base, però, non è cambiata. La forza di appoggio va verificata secondo le specifiche della testina, l’antiskating va regolato quando previsto e lo stilo va sostituito prima che un’usura eccessiva inizi a danneggiare i solchi. Se avete un giradischi in casa, questi controlli valgono spesso più di un aggiornamento fatto senza una corretta messa a punto.
Per chi ha fretta: 5 risposte sulla storia del giradischi
1. Chi ha inventato il giradischi come lo conosciamo?
Thomas Edison mise a punto il fonografo a cilindro nel 1877 e ottenne il brevetto nel 1878. Emile Berliner brevettò nel 1887 il principio del grammofono a modulazione laterale e sviluppò poco dopo il disco piano che sarebbe diventato l’antenato diretto del disco moderno.
2. Perché il disco ha battuto il cilindro?
Soprattutto per la riproducibilità industriale. Dal disco originale di Berliner era possibile ricavare matrici e stampare molte copie, mentre nei primi anni la duplicazione dei cilindri era molto più complessa. I cilindri resistettero comunque sul mercato fino agli anni Venti.
3. Quando è arrivato l’LP a 33 giri?
Columbia lo presentò alla stampa il 21 giugno 1948 al Waldorf-Astoria di New York. Il microsolco portò la durata a oltre venti minuti per facciata. Il 45 giri RCA Victor arrivò sul mercato il 31 marzo 1949.
4. A cosa serve la curva RIAA e perché vi serve un preamplificatore fono?
In incisione le basse frequenze vengono attenuate e le alte enfatizzate; il preamplificatore fono applica la compensazione inversa durante la lettura. La curva RIAA fu approvata nel 1954 e divenne progressivamente lo standard, sostituendo le numerose curve usate in precedenza.
5. Cosa dovete controllare oggi su un giradischi?
Forza di appoggio secondo le specifiche della testina, antiskating quando regolabile e stato dello stilo. Su molte testine hi-fi moderne la forza di appoggio è intorno ai due grammi, ma il valore corretto è sempre quello indicato dal costruttore.
Un solco, e tutto quello che è servito per leggerlo
Fra il cilindro di stagnola del 1877 e un piatto a trazione diretta ci sono quasi centocinquant’anni di lavoro su un problema che non è mai cambiato: seguire un solco inciso senza danneggiarlo e trasformarne le modulazioni in suono. Sono cambiati i materiali, la velocità, il numero di canali, la trasduzione, la meccanica e la curva di equalizzazione. Il principio di partenza, però, è ancora perfettamente riconoscibile.
È anche uno dei motivi per cui il vinile continua ad avere un ruolo culturale e commerciale nonostante l’esistenza di formati tecnicamente più efficienti. Chi lo compra oggi non compra soltanto il contenuto: compra anche un oggetto, un gesto d’ascolto e una tecnologia che richiede una minima manutenzione. Vale la pena ricordarlo la prossima volta che appoggiate la puntina: sotto tutta l’elettronica, le leghe, i diamanti e le sofisticazioni accumulate in quasi un secolo e mezzo, c’è ancora uno stilo che segue fisicamente un solco.










Recents Comments