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Gibson J-45: perché da oltre 80 anni è la chitarra dei cantautori

La Gibson J-45: dalla guerra a Bozeman, ottant'anni di evoluzione per una delle acustiche più amate dai cantautori.

Nel 1942 Gibson mise in listino una chitarra acustica da quarantacinque dollari e la chiamò J-45. Il nome era il prezzo, senza troppa fantasia: la gemella con finitura naturale al posto del sunburst costava cinque dollari in più e si chiamò J-50. Quest’ultima fu costruita in numeri molto ridotti durante la guerra, prima di tornare stabilmente in catalogo nel dopoguerra.

Da allora quella sagoma con la spalla spiovente ha attraversato un conflitto mondiale, diversi assetti societari, una lunga stagione di scelte costruttive che i riparatori commentano ancora oggi con qualche smorfia e persino una breve sparizione dal listino. Ne è uscita come la chitarra acustica Gibson più venduta di sempre e con un soprannome che spiega meglio di qualsiasi slogan ciò che rappresenta: The Workhorse, il cavallo da lavoro. È anche uno di quegli strumenti che si riconoscono quasi prima di vederli per intero, soprattutto quando sono appesi alla tracolla di qualcuno che scrive canzoni.

Il mestiere di stare sotto la voce

La ricetta della J-45 è, almeno secondo gli standard Gibson, deliberatamente essenziale. Nella configurazione diventata classica nel dopoguerra troviamo fondo e fasce in mogano, tavola armonica in abete, catenatura a X leggera e scalloped, scala corta e corpo round shoulder. Niente legni esotici o decorazioni particolarmente elaborate: per parecchi anni è stata, alla lettera, la grande flat-top economica della casa.

Quando si parla del suono di una chitarra acustica, attribuire tutto a una sola essenza è sempre rischioso: contano tavola, fondo e fasce, spessori, catenatura, scala e naturalmente il singolo esemplare. Detto questo, la combinazione tipica della J-45 tende a privilegiare una risposta compatta e una presenza importante sui medi, con una fondamentale molto leggibile e armoniche che non invadono eccessivamente il resto dello spettro. È proprio questa capacità di occupare uno spazio preciso nel mix a renderla particolarmente efficace sotto una voce.

A questo si aggiunge la scala corta, tradizionalmente intorno ai 24,75 pollici, che a parità di corde richiede una tensione leggermente inferiore rispetto a una dreadnought a scala lunga. Il risultato è uno strumento docile sotto le dita, adatto allo strumming e all’accompagnamento continuo. Non sorprende quindi trovarlo associato a Bob Dylan, Buddy Holly, Lucinda Williams, Steve Earle, Donovan, John Hiatt, Aimee Mann e a moltissimi altri cantautori.

Nel lungo servizio che Premier Guitar ha dedicato al modello nel giugno 2024, Grace Potter racconta un dettaglio che spiega bene il rapporto che molti musicisti hanno con questa chitarra. La sua prima J-45 fu anche la prima chitarra che acquistò personalmente: aveva diciannove anni e comprò nel 2002 un esemplare del 1999. Su quello strumento scrisse tutte le canzoni di Nothing but the Water e parte di quelle di This Is Somewhere. Qui la troviamo in una sessione acustica in studio, che è probabilmente uno dei contesti migliori per capire perché la J-45 abbia costruito tanta parte della propria reputazione accanto alla voce.

Sessanta dollari nel 1934, trentacinque nel 1936

La J-45 non nasce dal nulla, ma è il risultato di una serie di esperimenti cominciati quasi un decennio prima. Il primo passaggio fondamentale si chiama semplicemente Jumbo e arriva nel 1934: quattordici tasti fuori cassa, sunburst esteso anche alle altre superfici dello strumento, un corpo largo poco più di sedici pollici e una spalla superiore molto più arrotondata rispetto alle dreadnought Martin che in quegli anni stavano conquistando il mercato. Costava sessanta dollari, una cifra impegnativa nel pieno della Grande Depressione, e le vendite furono modeste.

Il perché di quella corsa ai corpi più grandi va cercato anche nel repertorio del momento. L’affermazione dei cowboy singers e di figure come Jimmie Rodgers spingeva verso strumenti capaci di fornire più corpo sulle basse frequenze e una maggiore presenza ritmica. Gibson e Martin stavano cercando, con soluzioni diverse, una risposta alla stessa esigenza.

Poco più di due anni dopo il Jumbo lascia spazio alla J-35, venduta per trentacinque dollari. Stessa impostazione generale, stessa scala corta e manico con quattordici tasti fuori cassa, ma con molti ornamenti eliminati: niente sunburst su fondo, fasce e manico, niente intarsio di madreperla sulla paletta, niente binding sul fondo e meccaniche più economiche. Non fu un esperimento fallito, anzi: è il passaggio diretto verso quella filosofia che avrebbe definito la J-45, cioè dare al musicista una cassa grande e togliere tutto ciò che non fosse necessario.

Nello stesso 1936 Gibson presentò anche la Advanced Jumbo, modello più costoso con fondo e fasce in palissandro e scala lunga da 25,5 pollici. Appartiene alla stessa stagione progettuale ma segue una strada diversa: la futura J-45 erediterà soprattutto dalla più spartana J-35.

Sulla J-35, per una manciata di anni, Gibson cambia idea di continuo. Le prime hanno tre catene tonali, i tone bars disposti nella metà inferiore della X, e una risposta particolarmente energica. Attorno al 1940 le catene tonali scendono a due. Nel frattempo cambiano gli angoli della X, arriva la catenatura scalloped, si modifica la piastrina sotto il ponte e si interviene sullo spessore della tavola. Le J-35 sopravvissute mostrano quindi differenze notevoli da un anno all’altro e persino tra esemplari vicini. Nel 1941 la trasformazione è arrivata a un punto tale che una J-35 tarda è già, per molti aspetti, molto vicina alla chitarra che l’anno successivo prenderà il nome di J-45.

Gli anni del banner, quando la penuria diventò una ricetta

Nel 1942, insieme al nuovo modello, arrivano alcuni dettagli che oggi permettono di riconoscere immediatamente le Gibson di quel periodo: il battipenna a goccia, più piccolo rispetto ad alcuni esempi precedenti, una nuova forma della paletta con i fianchi concavi e soprattutto il celebre banner “Only a Gibson Is Good Enough” sotto il logo Gibson in stile script. La cosiddetta banner era viene generalmente collocata fra il 1942 e il 1945, con qualche inevitabile zona grigia negli strumenti assemblati durante la transizione del dopoguerra. Oggi quegli esemplari sono tra i più ricercati dai collezionisti.

Il modello nasce nel mezzo della Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto da pochi mesi, molti giovani lavoratori vengono richiamati alle armi e nello stabilimento Gibson di Kalamazoo aumenta enormemente la presenza femminile. Come ha documentato John Thomas, autore nel 2013 del libro Kalamazoo Gals, il presidente Gibson dell’epoca arrivò a dichiarare davanti al War Production Board che l’azienda era gestita quasi interamente da donne. Secondo la documentazione raccolta da Thomas, quella forza lavoro contribuì alla produzione di almeno venticinquemila chitarre. Nel 1944 Gibson fu poi acquistata dalla Chicago Musical Instrument Company.

Il War Production Board non condizionava soltanto la disponibilità di personale. I metalli erano sottoposti a forti restrizioni e Gibson non riusciva sempre a procurarsi il materiale necessario per il truss rod, l’anima regolabile del manico che utilizzava già dagli anni Venti. Su molti strumenti del periodo si tornò quindi a una soluzione precedente: un rinforzo triangolare in acero inserito nel manico. Anche per questo alcune J-45 dell’epoca hanno profili decisamente importanti e capotasti che possono raggiungere circa 1 3/4 di pollice.

Ancora più evidente fu l’effetto della scarsità di legni importati. Durante la guerra l’approvvigionamento di palissandro brasiliano e mogano diventò difficile e irregolare. Fra il 1943 e il 1944 si incontrano così J-45 con fondo e fasce in acero, manici costruiti con acero o più pezzi di legno e persino tastiere e ponti in gumwood al posto del palissandro brasiliano. Alcuni esemplari risultano quindi costruiti quasi interamente con essenze nordamericane. Quella che allora era una soluzione dettata dalla necessità è diventata, ottant’anni dopo, uno dei motivi per cui le Banner Gibson sono così affascinanti per collezionisti e musicisti. Con la fine della guerra tornano progressivamente disponibili metalli, mogano e palissandro e quella breve stagione di specifiche imprevedibili si chiude.

Quando Gibson pensò di cambiare il ponte

Dal 1947 le specifiche si fanno molto più regolari e prende forma la J-45 che ancora oggi costituisce il riferimento storico del modello: fondo e fasce in mogano, tavola in abete Sitka, catenatura leggera e scalloped, scala corta, capotasto da circa 1 11/16 di pollice e un profilo di manico meno estremo rispetto a molti esemplari bellici. Dal 1947 al 1955 cambia relativamente poco.

Poi comincia la stagione delle modifiche più discusse. Nel 1956 compare come opzione il ponte con selletta regolabile in altezza, normalmente in ceramica, identificato con la sigla J-45ADJ; intorno al 1960 questa soluzione diventa dotazione standard. Il sistema introduce sotto la selletta componenti metallici piuttosto pesanti e riduce il contatto diretto fra selletta, ponte e tavola. Il risultato sonoro viene spesso descritto come più compresso e meno immediato: non necessariamente peggiore in ogni contesto, ma certamente diverso dalla risposta delle J-45 precedenti.

Nei primi anni Sessanta arriva una soluzione ancora più controversa: il ponte cavo stampato in plastica, disegnato per assomigliare al tradizionale ponte regolabile e fissato attraverso la piastrina interna. Questi ponti rimarranno in circolazione fino alla fine del decennio e verranno definitivamente abbandonati intorno al 1970.

Tra il 1968 e il 1969, con una serie di esemplari di transizione che rende difficile fissare un confine assoluto, la J-45 cambia ancora più radicalmente: la classica spalla spiovente lascia posto a un corpo square shoulder e la scala viene allungata a 25,5 pollici. Negli anni immediatamente successivi arrivano anche il rinforzo a volute dietro la paletta e, dal 1970 circa, la pesante catenatura double-X. A fine 1969 il conglomerato ECL acquisisce il controllo di Chicago Musical Instrument Company; dalla successiva riorganizzazione nasce l’assetto Norlin che caratterizzerà Gibson durante gran parte degli anni Settanta.

Il gusto del pubblico e del mercato vintage comincia progressivamente a spostarsi verso le J-45 delle epoche precedenti. Nel 1982 il modello viene temporaneamente tolto dal catalogo. Torna nel 1984 con la tradizionale spalla spiovente, ma inizialmente in quantità molto ridotte.

Bozeman e il ritorno alla J-45 classica

Il passaggio decisivo per la J-45 moderna arriva nella seconda metà degli anni Ottanta. Nel 1986 Gibson viene acquistata da Henry Juszkiewicz, David Berryman e Gary Zebrowski. L’anno successivo iniziano i lavori per il nuovo stabilimento dedicato alle acustiche a Bozeman, nel Montana, e le prime chitarre vengono spedite da lì nel luglio 1989. Bozeman diventerà da quel momento il centro della produzione acustica Gibson e lo è ancora oggi.

Negli anni Novanta la J-45 torna progressivamente alla produzione regolare e recupera molti degli elementi associati agli strumenti degli anni Quaranta: round shoulder, scala corta, costruzione più leggera e un’estetica decisamente più vicina agli esemplari storici. Non si tratta semplicemente di nostalgia. Nel frattempo musicisti, liutai, collezionisti e mercato dell’usato avevano espresso una preferenza sempre più netta per le caratteristiche delle J-45 precedenti alle trasformazioni degli anni Settanta.

Il ritorno all’affetto del pubblico, comunque, non fu immediato. Secondo il liutaio e commerciante vintage Tom Crandall, ancora negli anni Novanta era possibile acquistare buone J-45 usate a cifre relativamente contenute; la crescita più evidente dell’interesse collezionistico sarebbe arrivata nei primi anni Duemila. Oggi il catalogo Gibson affianca versioni moderne ed elettrificate a numerose riedizioni storiche, mentre tutte le J-45 Gibson continuano a essere costruite a Bozeman.

Resta poi una piccola stranezza del mercato vintage. La J-50 nasce sostanzialmente come controparte a finitura naturale della J-45 e, soprattutto nei primi anni, i due modelli condividono quasi tutte le caratteristiche fondamentali. Le specifiche hanno però seguito evoluzioni non sempre perfettamente sovrapponibili nel corso dei decenni. A parità di epoca e condizioni, le J-50 vintage sono generalmente più rare, ma il fascino del sunburst ha spesso permesso alle J-45 di raggiungere quotazioni superiori. Anche nel collezionismo, evidentemente, l’occhio pretende la propria parte.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Gibson J-45

1. Perché si chiama J-45?
Perché al debutto, nel 1942, costava quarantacinque dollari. La J-50, versione a finitura naturale dello stesso progetto, costava cinque dollari in più.

2. Perché viene chiamata “The Workhorse”?
Per la costruzione essenziale, la robustezza e soprattutto per il ruolo che ha assunto per generazioni di cantautori, musicisti da studio e accompagnatori. Gibson la considera la propria chitarra acustica più venduta di sempre.

3. Che cosa sono le J-45 dell’era banner?
Sono soprattutto gli esemplari costruiti fra il 1942 e il 1945, riconoscibili dal banner sulla paletta con la scritta Only a Gibson Is Good Enough. Le variazioni nei materiali imposte dalla guerra rendono molti di questi strumenti molto diversi tra loro e particolarmente ricercati.

4. Da che cosa deriva la J-45?
La sua antenata è la Gibson Jumbo del 1934, ma il predecessore diretto è soprattutto la J-35 del 1936. Nel 1941 le ultime J-35 avevano già molte delle caratteristiche che sarebbero confluite nella J-45.

5. La J-45 è sempre rimasta in produzione?
No. Dopo le profonde trasformazioni degli anni Sessanta e Settanta, Gibson la tolse temporaneamente dal catalogo nel 1982. Tornò nel 1984 in numeri ridotti e recuperò una produzione regolare negli anni Novanta, con Bozeman come nuovo centro delle acustiche Gibson.

Una chitarra che non chiede di essere notata

Guardata da lontano, la parabola della J-45 potrebbe sembrare la solita storia di un classico progressivamente complicato dall’industria e poi recuperato attraverso un ritorno alle origini. Vista più da vicino è qualcosa di più interessante, perché alcuni dei momenti più affascinanti della sua storia coincidono proprio con quelli in cui Gibson aveva meno possibilità di abbellire o standardizzare i propri strumenti: il 1936 della J-35, quando bisognava eliminare ornamenti per raggiungere un prezzo di trentacinque dollari, e gli anni della guerra, quando si costruiva utilizzando ciò che la fabbrica riusciva effettivamente a procurarsi.

È forse qui che il soprannome The Workhorse acquista il suo significato più concreto. La J-45 non è diventata celebre perché fosse la chitarra più raffinata del catalogo, ma perché per decenni ha svolto molto bene un lavoro preciso: accompagnare una canzone senza chiedere continuamente di stare al centro della scena.

Se ne cercate una, quindi, la domanda utile non è soltanto di che anno sia, ma quale lavoro le state chiedendo di fare. Per un fingerstyle molto articolato esistono strumenti con una risposta armonica più aperta e una maggiore separazione tra le note. Per stare sotto una voce, tenere il tempo e lasciare alla canzone lo spazio di respirare, invece, la J-45 continua dopo più di ottant’anni a essere uno dei riferimenti inevitabili.

5 dischi “fuori dal coro” in cui ascoltare una Gibson J-45

Una chitarra può diventare celebre perché compare nelle fotografie giuste. Più interessante è capire quando sia effettivamente entrata in studio. Questi cinque dischi attraversano oltre sessant’anni di musica e mostrano quanto la J-45 sia riuscita ad adattarsi a modi di scrivere e registrare molto diversi fra loro.

Buddy Holly – Buddy Holly (1958)
La J-45 Banner del 1943-44 appartenuta a Buddy Holly è uno degli strumenti più riconoscibili della sua storia, anche per la celebre copertura in cuoio lavorato. Secondo la documentazione del Metropolitan Museum of Art è probabilmente proprio questa la chitarra acustica utilizzata nella registrazione di Everyday, pubblicata prima come singolo e poi inclusa nell’album Buddy Holly del 1958. Un piccolo dettaglio che ridimensiona l’idea di Holly come musicista legato esclusivamente alla Stratocaster.

Donovan – Fairytale (1965)
Donovan acquistò una J-45 a Sunset Boulevard nel 1965 e la trasformò rapidamente nel centro del proprio suono acustico. Il cantautore scozzese ha raccontato di averla utilizzata su Fairytale e, più in generale, praticamente su tutte le registrazioni realizzate dalla fine del 1965 fino al 1969. La montava con corde La Bella Silk & Steel, suggeritegli da Joan Baez: una combinazione che contribuì in modo sostanziale al carattere morbido e immediatamente riconoscibile delle sue registrazioni di quel periodo.

Margo Price – All American Made (2017)
Dopo aver firmato con la Third Man Records, Margo Price acquistò una J-45 del 1965 che diventò immediatamente il suo strumento principale. All American Made fu scritto interamente su quella chitarra e, secondo la stessa Price, buona parte dello strumming e del fingerpicking che si ascoltano sul disco proviene proprio dalla sua Gibson. È uno degli esempi moderni più chiari di quanto il vecchio concetto di Workhorse sia rimasto intatto.

Jason Isbell and the 400 Unit – Reunions (2020)
Poco prima delle session di Reunions, Jason Isbell acquistò una Gibson J-45 del 1946. Non rimase certo appesa al muro: Isbell ha raccontato di averla usata per la maggior parte delle parti di chitarra acustica dell’album. È interessante perché arrivava dopo anni di forte associazione con le Martin e offrì al disco un carattere acustico volutamente differente.

Lucinda Williams – Good Souls Better Angels (2020)
Qui la documentazione arriva direttamente dalla sala di ripresa. L’ingegnere e produttore Ray Kennedy ha raccontato che, quando Lucinda Williams suonava l’acustica durante le session, utilizzava alternativamente la propria J-45 e una Gibson J-45 del 1950 appartenente a Kennedy. Le chitarre venivano riprese cercando un suono asciutto e compatto, esattamente quella qualità che ha reso il modello così efficace accanto alla voce.

Cosa hanno in comune questi cinque dischi?
Quasi niente, ed è proprio questo il punto. Rock and roll anni Cinquanta, folk britannico, Americana contemporanea e songwriting elettrico convivono tutti con la stessa formula di base: abete, mogano, scala corta e una risposta sui medi capace di lasciare spazio alla voce. Per una chitarra nata come modello economico, non è un curriculum particolarmente modesto.



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