Scale e accordi assorbono quasi tutta l’attenzione di chi studia la chitarra. Poi ti ritrovi davanti a una registrazione di te stesso e senti che qualcosa non torna: le note ci sono, la teoria è giusta, ma il fraseggio suona acerbo, meccanico, poco credibile.
Il problema non è quasi mai quante note conosci. È come le suoni: quanto controlli la loro durata, la loro intonazione, il modo in cui nascono e finiscono. Controllo e pronuncia sono le due variabili che restano fuori dai manuali di scale, eppure decidono se una frase suona vera o suona studiata a memoria.
Il metodo che segue parte da un’idea semplice quanto scomoda: non puoi migliorare dieci cose insieme. Le isoli una alla volta, le porti a un controllo quasi ossessivo, e solo dopo le lasci fondere in un fraseggio che suoni naturale, non un elenco di esercizi ben eseguiti in fila. Dimenticarle, poi, non vuol dire perderle: vuol dire smettere di doverci pensare mentre suoni.
Perché due note con lo stesso dito suonano staccate?
Perché il dito lascia la prima nota troppo presto per posizionarsi sulla seconda, e quel passaggio toglie sustain proprio dove servirebbe continuità. Il risultato è un suono staccato, con un piccolo vuoto che il tuo orecchio percepisce come un’interruzione, anche se le due note sono corrette.
Succede quasi sempre su due note disposte su corde adiacenti, suonate con lo stesso dito della mano sinistra. Non è un problema di velocità e non è un problema di scale conosciute: è pronuncia, cioè il modo in cui una nota finisce e la successiva comincia.
La soluzione tecnica ha un nome preciso: il finger rolling, il rolling della falange. Invece di sollevare il dito e riposizionarlo, lo pieghi sullo stesso tasto, passando dall’una all’altra corda adiacente per controllare in sequenza entrambe le note, evitando due errori opposti: la sovrapposizione, quando le due note suonano insieme per un istante di troppo, e lo stacco secco, quando restano scollegate.
Qui emerge una cosa che vale per tutto il resto del lavoro. Dentro il tasto che gli è stato assegnato, ogni dito ha due compiti insieme: mantenere la durata della nota che sta suonando e smorzare quelle che non devono suonare.
Il modo per allenarlo è isolare la variabile fino in fondo: un esercizio propedeutico su un solo gruppo di due corde, in quinta posizione, con un click immaginario che serve a verificare una cosa sola, cioè che sul battito la nota suonata risuoni davvero mentre l’altra resta in muting.
Quel click è solo un primo passo. Quando la tecnica entra nel fraseggio di tutti i giorni non deve più sentirsi in modo così evidente, perché a quel punto il lavoro lo fa la memoria muscolare della falange, non la razionalizzazione.
Solo dopo aver reso automatico questo controllo su un gruppo di corde ha senso spostarlo su un altro, poi variarlo con dita diverse, con salti di corda, con incroci. E non resta un esercizio da laboratorio: tutto il materiale pentatonico che già suoni è organizzato proprio a gruppi di due corde adiacenti, quindi il rolling si riversa subito nel repertorio di ogni giorno. Il punto non è la velocità dell’esercizio, è la durata reale di ogni nota rispetto a quella scritta. Se la accorci senza accorgertene, il tuo fraseggio suonerà sempre un po’ incerto, anche quando suoni le note giuste.

Il pitch prima di tutto: perché il bending si isola dal vibrato
Il bending è una delle tecniche più diffuse tra i chitarristi, e allo stesso tempo tra le meno controllate. Quasi sempre si impara imitando un assolo, a orecchio, senza fermarsi mai sui due dettagli che lo rendono davvero espressivo: l’intonazione precisa della nota tirata e il controllo del rilascio, quando torna alla nota originale.
Un esercizio utile lavora su corda singola, sulla scala maggiore di Do, avvicinandoti a ogni nota dal grado precedente, tirato di un tono o di un semitono. Conviene partire dalla terza corda, la più morbida da tirare e quindi la più facile da controllare, e solo dopo spostare tutto sulle altre.
Qui arriva la regola che fa la differenza: durante questo esercizio il vibrato è vietato. Non è un capriccio stilistico: l’esercizio serve a isolare una sola variabile, e ogni ornamento sposta l’attenzione altrove proprio mentre stai imparando a centrare il pitch. Tutta la concentrazione va sull’intonazione finale, senza decorazioni che la mascherino.
Una volta isolato il pitch, puoi esplorare le altre facce della tecnica: usarla come acciaccatura per arrivare veloce da una nota all’altra, oppure come legatura per collegarle in modo più graduale, fino al pre-bending, dove tiri la corda prima ancora di suonarla. Ma tutte queste varianti valgono solo se il controllo di base, quello dell’intonazione precisa, è già acquisito. Un accordatore sempre acceso, o un’app sullo smartphone, ti aiuta a valutare in tempo reale se ci sei arrivato davvero.
Anche il rilascio richiede un esercizio dedicato, perché è il movimento contrario al bending: bending consecutivi in andata e ritorno sulle prime note della scala, così controlli nello stesso gesto l’intonazione della nota tirata e la pulizia del ritorno.
Perché il vibrato deve tornare sempre sulla nota a riposo?
Perché se l’oscillazione parte o finisce sulla nota tirata, la frase suona leggermente scordata anche quando non lo è. Quando il pitch è affidabile, il vibrato entra come tecnica a sé: l’alternanza parte e torna sempre sulla nota a riposo, mai su quella tirata.
Da lì partono i due parametri da isolare a loro volta, l’ampiezza dell’oscillazione e la sua velocità, dagli ottavi ai sedicesimi fino alle terzine e al loro raddoppio in sestine.
Unica eccezione: quando il vibrato si applica a una nota già tirata dal bending, lì la nota di riposo diventa proprio quella tirata.
Non è solo una regola tecnica, è una scelta espressiva. Una nota digitata e poi vibrata si alterna con una nota più acuta, e prende un carattere forte, deciso. Una nota tirata dal bending e poi vibrata si alterna con una più bassa, e diventa molto più lirica, evocativa: è il colore lirico di certe frasi di David Gilmour.
E c’è un dettaglio minimo che separa un vibrato meccanico da uno credibile: lasciare un piccolo spazio prima di far partire l’oscillazione, perché raramente una voce emette una nota già vibrante, la lascia respirare un istante.
Da lì in avanti il vibrato diventa una firma riconoscibile. C’è chi lo tiene ampio, come Ritchie Blackmore, e chi lo fa stretto ma velocissimo sganciando il pollice dal manico e facendo fluttuare lo strumento su quel perno, come B.B. King.
Il pitch viene prima del vibrato. Se decori una nota ancora storta, non la rendi più espressiva: nascondi solo meglio l’errore.
Osvaldo Lo Iacono
Il metronomo va rallentato o accelerato?
Va rallentato: la fretta nasconde i difetti di durata delle note, mentre la lentezza li mette a fuoco uno per uno. Scendere di velocità toglie ogni margine per bluffare: ogni imprecisione nella durata diventa impossibile da ignorare, e proprio lì si costruisce il controllo.
In pratica l’esercizio parte da un tempo comodo al metronomo, per esempio 80 bpm, e invece di salire per aumentare la velocità scende gradualmente: 76, 74, 72, 70, fino a 60. L’obiettivo non è suonare piano per il gusto di farlo, è dare a ogni nota la sua durata esatta: quella precedente smette di risuonare nello stesso istante in cui inizia la successiva, mai prima, mai dopo. Due note trattate così risultano incollate, mai sovrapposte, ed è esattamente il suono che stai cercando. Su una scala suonata a 60 bpm, con ogni nota che dura quattro tempi, non puoi nascondere niente: si sente subito se stai accorciando una nota per paura di arrivare in ritardo alla prossima.
Lo stesso principio si applica agli intervalli, non solo alle scale in fila. Suonare terze, quarte, quinte con la stessa attenzione alla durata allena un controllo che poi torna utile ovunque, dai temi lirici ai passaggi più tecnici, dove la tentazione di sacrificare la nota precedente per essere pronto alla successiva è sempre in agguato. La mano sinistra, nel frattempo, ha un secondo compito silenzioso: smorzare le corde che non devono suonare, così che la nota lunga risuoni pulita fino all’ultimo istante.
Il glissato pensato, mai improvvisato
Anche il glissato entra in questo metodo con la stessa logica: prima isoli il movimento, poi lo integri. Tecnicamente è uno scivolamento del dito che collega due note sfruttando la vibrazione già avviata, oppure che si avvicina a una nota da sopra o da sotto come una piccola acciaccatura. I due sensi, ascendente e discendente, non sono intercambiabili: hanno due sapori espressivi diversi, e usarli a caso si sente.
La direzione va scelta prima di suonarla, non decisa dalle dita mentre la frase è già partita, perché il verso da cui arrivi a una nota ne cambia il colore espressivo. Un esercizio semplice consiste nel collegare i gradi congiunti della scala maggiore con lo slide, senza cambiare dito, prima in un verso poi nell’altro, per abituare l’orecchio a riconoscere la differenza.
Aggiungere qualche ghost note, cioè una nota appena accennata, rende subito il passaggio più musicale e meno meccanico. È quello che distingue un esercizio da una frase che sembra già presa da un assolo vero.
Registrati, riascoltati, correggi
C’è un’abitudine che torna in più punti di questo lavoro, ed è forse la più sottovalutata di tutte: registrarsi. Se puoi, fallo: riascoltarti serve ad autovalutarti sul serio, a capire dove hai fatto centro e dove invece la nota è arrivata sporca, corta, o fuori pitch.
Vale lo stesso principio per ogni passaggio che proprio non vuole uscire. Quando un punto specifico resiste, isolalo e mettilo in loop: ripetilo finché non hai un controllo assoluto su quel singolo movimento, prima di rimetterlo nel contesto della frase intera. È un lavoro che sembra lento e ripetitivo, ma è così che una tecnica passa dal controllo cosciente alla memoria muscolare, quella che ti serve quando suoni dal vivo e non hai più tempo per pensare.
Un passaggio che non riesce non si risolve ripetendo la frase intera più volte. Si isola, si mette in loop, si scioglie da solo.
Osvaldo Lo Iacono
Lo stesso ascolto critico va rivolto alla mano destra, che è dove si decidono ritmo, volume e dinamica di ogni frase. Suonare la stessa scala a volumi diversi, oppure cambiare volume dentro la stessa frase per creare tensione, trasforma un passaggio corretto in un passaggio che cattura l’ascolto: è la dinamica a far somigliare lo strumento a una voce che parla. Su questo terreno pesa anche quanto affidi alle dita e quanto al plettro: un tocco che sta intorno all’ottanta per cento sulle dita e al venti sul plettro, cioè una forma di hybrid picking, cambia attacco e colore di ogni nota.
Accanto alla mano destra lavora una tecnica che non si vede, ma c’è e come: lo smorzamento delle corde che in quel momento non devono suonare. Quando la frase sta sui cantini, il lavoro vero lo fa la pancetta alla base del pollice, appoggiata e non premuta sulle corde basse. Appena scendi sulle corde gravi il compito passa alla mano sinistra, alle dita che in quel momento non stanno diteggiando. Il palmo della mano destra, quello che quasi tutti immaginano al lavoro qui, serve invece al palm muting.
Non lo senti quando funziona. Lo senti moltissimo quando manca.
La fusione finale: quando le tecniche isolate diventano un fraseggio
Isolare ogni tecnica non è il traguardo, è la preparazione. Quando le tecniche isolate iniziano a reggersi da sole, il passo che chiude davvero il cerchio è uno solo: condensare tutto in un’unica improvvisazione, lasciando che rolling, bending, vibrato, durata delle note, glissato e dinamica confluiscano insieme in un fraseggio, invece di restare compartimenti stagni. È il momento in cui il controllo diventato automatico incontra la libertà di suonare senza pensare più ai singoli pezzi.
Un esempio concreto di questa fusione è costruire una piccola melodia sopra una progressione di triadi a parti larghe, cioè con le voci distanziate invece che strette, quelle che gli inglesi chiamano open voicing, restando in una tonalità semplice come Do maggiore, e colorarla con le tecniche isolate una a una: un glissato per collegare due note, un intervallo suonato con attenzione alla durata, un bending discreto per portare tensione a un passaggio. Il risultato non deve stupire per complessità. Deve suonare incollato, cioè credibile, anche quando il materiale di partenza è volutamente semplice.
Solo la consapevolezza e il controllo danno libertà sullo strumento: tutto il resto viene dopo, mai prima.
Osvaldo Lo Iacono
Un modo per accelerare tutto questo lavoro è allenare gli stessi esercizi sulla chitarra acustica, tecnicamente più impegnativa: quando torni sull’elettrica, il controllo che prima ti costava fatica è già lì.
Qui sta il vero obiettivo di tutto questo lavoro. Non è accumulare tecniche come trofei, è costruire consapevolezza: sapere esattamente cosa stai facendo con ogni dito, perché lo stai facendo, e cosa succede se lo cambi. Un esercizio giustificato melodicamente, armonicamente e tecnicamente non è un vezzo accademico. È quello che, alla fine, ti dà davvero libertà sullo strumento: puoi improvvisare senza paura solo quando hai smesso di dover pensare a come si fa.
Se vuoi iniziare stasera, parti da un solo esercizio, magari due note su corde adiacenti: isola l’unica variabile che vuoi controllare e registrati, tenendo l’attenzione sulla pulizia del passaggio invece che sulla velocità. Il metronomo entra in scena dopo, quando passi a lavorare sulla durata delle note. Il resto, la fusione, arriva da solo quando quella singola cosa smette di richiederti attenzione.
Osvaldo Lo Iacono è chitarrista e direttore di band, cresciuto da autodidatta sui dischi di Jimi Hendrix, Jeff Beck, Eric Clapton e Albert Collins prima di scoprire il jazz attraverso Miles Davis. Ha collaborato con Mario Biondi, Fabrizio Bosso, Billy Cobham e Antonella Ruggiero, ed è direttore di band per Daria Biancardi e Lidia Schillaci. Tutto questo modo di isolare e poi fondere le tecniche è la spina dorsale del suo videocorso Il Tocco del Chitarrista: chi vuole vedere ogni tecnica isolata e poi fusa in un unico metodo trova il percorso completo su Musicezer.
Il metodo per isolare una tecnica alla volta e poi fonderle
Rolling, bending, vibrato, durata, glissato e dinamica: Il Tocco del Chitarrista di Osvaldo Lo Iacono e il percorso completo dietro questo metodo.
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