;
HomeStrumentiChitarra - DidatticaNon uccidere il tuo assolo prima del tempo

Non uccidere il tuo assolo prima del tempo

Se c’è un dettaglio che tradisce immediatamente la maturità di un chitarrista non è la velocità, né il numero di scale memorizzate, ma quanto a lungo lascia vivere le note. No, non parliamo del sustain dello strumento, che pur ci vuole, ma di quello che dipende da noi, sotto le dita.

La durata del suono è un banco di prova crudele, soprattutto quando il contesto richiede un fraseggio lirico, lento, in cui non ci si può nascondere dietro raffiche di sedicesimi.
Molti, quando devono esporre un tema o reggere una nota lunga, finiscono per troncarla in anticipo: la mano sinistra lascia il tasto, la destra è già pronta sulla nota dopo, e il fraseggio collassa prima ancora di compiersi. Non è solo un problema tecnico, è una questione di testa: l’ansia della frase successiva porta a sacrificare il presente della nota per un futuro che non è ancora arrivato.

In buona sostanza, soffrono (o hanno sofferto, non bisogna vergognarsi!) di “sonus interruptus”.
Al di là del gioco di parole scherzoso, è proprio l’arte (involontaria) di troncare le note prima del tempo

Un problema sottovalutato

Al titolo di questo paragrafo andrebbe anche aggiunto “sempre se ci se ne rende conto”. Perché spesso se chiedi a un chitarrista “come si fa a suonare meglio”, ti parlerà di scale, diteggiature, pattern, velocità. Raramente, invece, di quanto una nota debba durare, come se fosse sottinteso, come fosse una cosa talmente facile, banale e scontata… come saper parlare, insomma

Ecco, non a caso a stessa cosa avviene proprio nel parlato quotidiano. Moltissimi non si rendono conto di mangiarsi le parole, di parlare velocemente in una sorta di carambola senza pause, e messi in una condizione più impegnativa delle chiacchiere, come una conferenza o parlare davanti a una telecamera, vanno in crisi. Le frasi si interrompono, il volume della voce è incostante, tutto diventa pieno di versi come “ummm”, “eehmmm”.

Tornando alla chitarra (ma il meccanismo di ansia mentale è esattamente lo stesso), il nodo sta tutto in un conflitto molto concreto: da un lato la mano sinistra dovrebbe mantenere la pressione sul tasto fino all’ultimo istante utile, dall’altro la testa è già avanti di due battute, preoccupata dall’entrata successiva, dal passaggio difficile, dal salto di posizione che incombe.
Il risultato è che la nota corrente viene sacrificata, ridotta a un accenno, mentre dovrebbe essere il cuore emotivo del fraseggio.

Osvaldo Lo Iacono, chitarrista professionista e autore del videocorso “Il tocco del chitarrista” su Musizicezer.com insiste su un punto: il problema va affrontato alle fondamenta, nel fraseggio lento, dove non puoi barare, perché ogni vuoto tra una nota e l’altra diventa evidente.

Esercizi “semplici ma non facili”: la trappola del controllo

Uno dei passaggi più interessanti delle sue lezioni è quando prende un esercizio da manualetto per principianti e lo trasforma in una sorta di macchina della verità per chitarristi già formati (o convinti di esserlo…).
Il classico esercizio in cui ogni dito ha il suo tasto e si muove ordinatamente corda per corda diventa all’improvviso un laboratorio di pronuncia, sustain e indipendenza delle dita.

La richiesta è spietata: suonare lentamente, spostando un solo dito alla volta, lasciando gli altri a “presidiare” la corda precedente, e facendo in modo che la nota non smetta di vibrare finché non entra quella successiva. Non c’è spazio per l’automatismo: ogni passaggio racconta se stai staccando troppo presto, se stai sovrapponendo le note, se il dito che non dovrebbe muoversi in realtà si solleva per riflesso.

L’aspetto interessante è che Osvaldo invita a personalizzare questo esercizio: togliere un dito, lavorare solo con due dita (ad esempio secondo e quarto), salire e scendere lungo la tastiera, cambiare combinazioni, sempre con la stessa ossessione per la continuità del suono.

Dal cromatismo alla scala di Do

Una volta interiorizzata la logica dell’esercizio meccanico, Osvaldo lo porta dove fa davvero male: sulla scala maggiore di Do, eseguita in posizione, con un tempo lento e una richiesta molto chiara.

Ogni nota deve durare quattro quarti, con il metronomo impostato su un tempo comodo come 80 bpm, e poi lentamente abbassato fino a 60, aggravando il peso del silenzio tra un colpo di click e l’altro. L’ordine è preciso: la nota precedente deve cessare esattamente nel momento in cui inizia la successiva, né prima né dopo.

Qui emerge una verità scomoda: molti chitarristi non hanno problemi a suonare la stessa scala a velocità elevate, ma crollano quando devono sostenere la nota lunga, rispettando un timing rigoroso. E il vero nemico, ancora una volta, è la fretta: la mano sinistra tende a mollare il tasto in anticipo, la destra anticipa il colpo, la nota si accorcia e il fraseggio perde peso e credibilità.

Lo stesso tipo di esercizio viene poi applicato alla fase discendente e sull’intero range disponibile, perché non basta controllare una singola ottava: il corpo impara davvero solo quando è costretto a ripetere la stessa logica in contesti diversi.

Intervalli, legato e smorzamento

Una volta stabilito il rispetto della durata sulla scala lineare, Osvaldo porta il discorso sugli intervalli: terze, quarte, quinte e via dicendo, sempre alla stessa velocità chirurgica. L’obiettivo è duplice: da un lato far sì che le due note dell’intervallo risultino incollate, senza buchi né sovrapposizioni, dall’altro allenare le dita a smorzare le note indesiderate senza interrompere quelle che devono continuare a vibrare.

Qui torna un concetto ricorrente nel corso: il dito che non sta più “premendo a fondo” la nota può comunque restare in contatto con la corda per smorzare la vibrazione al momento giusto, anziché sollevarsi completamente. È una microcompetenza a metà tra tecnica e consapevolezza uditiva: bisogna imparare a sentire se due note si sovrappongono, se si crea un “grumo” sonoro, se il passaggio risulta sporco.

Per rendere il tutto ancora più interessante, Osvaldo suggerisce di alternare una nota pedale, ad esempio un Do, con le altre note della scala, lavorando contemporaneamente su durata, finger rolling, salti di corda e muting controllato. È un modo per portare questi concetti dentro un contesto più vicino al fraseggio reale, dove difficilmente suoniamo solo linee ascendenti e discendenti.

Non uccidere le note: strategie pratiche di studio

La domanda pratica è inevitabile: come si fa a smettere di tagliare le note troppo presto? Osvaldo propone un percorso molto concreto che si gioca su tre piani: tempo, consapevolezza fisica e ascolto.

Sul piano del tempo, l’indicazione è controintuitiva: invece di alzare il metronomo, abbassalo, e usa il bpm come mezzo per rendere sempre più evidente ogni micro-imprecisione. Quando scendi verso i 60 bpm, la durata di ogni nota lunga diventa un piccolo esercizio di resistenza mentale, più che digitale. Sulle dita si lavora, ma è la testa a doversi abituare a non anticipare la nota dopo.

Sul piano fisico, la chiave è l’indipendenza delle dita: un dito si muove, gli altri restano, pronti a mantenere la pressione o a smorzare dove serve. Gli esercizi “semplici ma non facili” servono proprio a questo: rompere l’abitudine di muovere la mano come un blocco unico, in favore di un controllo fine, quasi chirurgico.

Infine, l’ascolto: registrarsi, riascoltare, concentrarsi non solo sulla correttezza delle note ma sulla continuità del suono, sull’assenza di buchi e della fastidiosa sensazione di “nota mozzata”. È una forma di autovalutazione che richiede sincerità, ma che restituisce un enorme guadagno in termini di credibilità musicale.

Metronomo, registratore e un po’ di brutalità

Ora tocca a te. Prendi la chitarra, imposta il metronomo a un bpm imbarazzantemente lento e concediti dieci minuti di studio sulle note lunghe, senza distrarti con lick veloci o effetti scenici. Registrati, riascolta, e chiediti con onestà: le tue note durano quanto dovrebbero? O le stai sacrificando per paura di sbagliare quella dopo?

Se ti va, racconta nei commenti come è andata: quali difficoltà hai incontrato, su quali esercizi ti sei accorto di accorciare le note, che differenza hai percepito quando hai cominciato a rispettare davvero la durata del suono. Condividere queste esperienze non è solo sfogo, è un modo per ricordarci che un buon assolo non è fatto solo di cosa suoniamo, ma di quanto lasciamo vivere ogni singola nota.



MUSICOFF NETWORK

Musicoff Discord Community Musicoff Channel on YouTube Musicoff Channel on Facebook Musicoff Channel on Instagram Musicoff Channel on Twitter