Prendi una manciata di brani pop rock che conosci a memoria e prova a isolarne i primi tre secondi. Nella maggior parte dei casi ti basteranno per dire quale brano è, e quasi sempre quei tre secondi sono una chitarra.
Non è un caso, ed è il compito preciso che un riff iniziale deve assolvere: distinguere il brano da tutti gli altri prima ancora che entri la voce. Se ascoltando l’incipit chi ti sta di fronte non capisce di che pezzo si tratta, quel riff non ha fatto il suo lavoro, per quanto possa essere gradevole.
La buona notizia è che questa cosa non si affida all’ispirazione. Un incipit si costruisce in modo quasi scientifico, e le strade praticabili sono tre, più una quarta che le mette insieme.
Prima di scrivere: che spazio hai davvero
Una premessa onesta serve, perché evita di lavorare contro la produzione. Ci sono brani in cui la chitarra ha un ruolo davvero marginale, schiacciato tra synth, loop e programmazioni: lì il tuo compito è adattarti alle indicazioni che arrivano da fuori e fare scelte minimali, senza forzare la mano.
Il discorso che segue vale per il caso opposto, quello in cui l’arrangiamento ti mette in primo piano almeno per alcune sezioni e ti chiede un incipit vero. È una condizione che riconosci subito: quando qualcuno ti dice che il pezzo si apre con la chitarra, ti sta assegnando la firma del brano.

L’incipit ritmico: quando la figura conta più dell’armonia
La prima strada è la più diretta. Ti appoggi a una figura ritmica riconoscibile e curi poco la parte armonica: non ti interessa che l’ascoltatore memorizzi un movimento di accordi, ti interessa che memorizzi un disegno di accenti.
Il ragionamento sottostante è mnemonico prima che musicale. Una cellula ritmica breve, ripetuta, si fissa nella memoria molto più in fretta di una progressione, e sopravvive anche a un ascolto distratto in autoradio o in cuffia mentre cammini. Per questo sotto può bastare pochissimo, anche due soli accordi, senza che il brano ne soffra.
È utile sapere che, nella trascrizione degli esercizi, questo tipo di incipit è notato a 120 bpm e si appoggia a due sole sigle di power chord, quindi a due accordi cifrati senza terza. Tutto il peso resta sul disegno ritmico.
L’incipit armonico: due corde a vuoto che cambiano mestiere
La seconda strada ribalta la prima: qui vuoi che chi ascolta ricordi un movimento armonico, un cambio di tonalità percepibile. E il modo più efficace di ottenerlo sulla chitarra sfrutta una risorsa che hai già sotto le dita, cioè le corde a vuoto.
Immagina di essere in Mi maggiore e di lasciare suonare il si e il mi a vuoto sopra a dei power chord, quindi tonica, quinta e ottava. Parti dal primo e dal quinto grado, Mi maggiore e Si maggiore, poi sposti tutto di un tono verso il basso e suoni Re maggiore e La maggiore. Le due corde a vuoto restano lì, ferme, e continuano a suonare bene su tutti gli accordi.
Il punto interessante è che quelle due note non restano uguali a se stesse: cambiano funzione sotto ogni accordo, e da lì nasce il colore. Su Mi maggiore si limitano a fare parte dell’accordo. Su Si maggiore il si diventa la tonica e il mi diventa la quarta, o meglio l’undicesima. Su Re maggiore la faccenda si fa più ricca ancora, perché il si diventa la tredicesima e il mi la nona. Su La maggiore il conto torna semplice: il mi è la quinta e il si è la nona.
Il risultato è un paradosso solo apparente: stai suonando dei semplicissimi power chord, e quello che esce è un accordo composito, molto più interessante di quanto la tua mano sinistra lasci intuire. Non è un dettaglio marginale, è la ragione per cui certi riff suonano ampi pur essendo elementari da eseguire.
La conferma arriva dalla trascrizione dell’esercizio, dove quelle armonie non sono scritte come triadi secche: compaiono con sigle del tipo Badd11 e Dadd6/9, esattamente le tensioni che le due corde a vuoto generano da sole. Anche questo esercizio è notato a 120 bpm.
Stai suonando dei power chord. Quello che l’ascoltatore sente sono accordi con none, undicesime e tredicesime.
L’incipit melodico: la frase che l’ascoltatore canta
La terza strada è quella che il pubblico riconosce più facilmente, perché non chiede nessuna competenza per essere colta: una melodia semplice, breve, che chi ascolta memorizza e riproduce senza accorgersene.
Vale la pena distinguerla da ciò che le sta accanto. Non è l’assolo, che arriva più avanti e ha altre funzioni. E non è la melodia del cantato, che ha un suo spazio e un suo peso. È una frase strumentale autonoma, collocata prima dell’ingresso della voce.
Va detto che qui l’incipit melodico confina con un altro elemento, l’hook, cioè l’ancora melodica che ritorna più volte dentro la struttura del brano. I due si assomigliano e spesso coincidono, ma non sono la stessa cosa: l’incipit apre, l’hook ricorre. Per ora ti serve sapere che entrambi vivono della stessa qualità, la memorizzabilità.
Il criterio di scrittura è controintuitivo per chi ha studiato tanto: qui la semplicità non è un ripiego, è il requisito. Più note infili, più il disegno diventa difficile da ricordare, e un incipit che non si ricorda non sta facendo il suo lavoro.

Il quarto tipo: fondere ritmica, armonia e melodia
Nulla ti obbliga a scegliere una sola strada. Il caso più elaborato, e più interessante da studiare, è quello in cui i tre aspetti convivono nello stesso incipit. L’esempio scritto per questa situazione sta in Mi maggiore e vale la pena seguirlo passo per passo, perché ogni movimento ha una ragione.
Si parte da una triade di Mi maggiore tenuta come pedale sul mi, che marca l’area di partenza e la fissa nell’orecchio. Da lì il movimento approda su La maggiore, che è il quarto grado della tonalità.
A quel punto entra la parte melodica, e ci entra attraverso un movimento per intervalli di sesta che porta al sesto grado, Do diesis minore. Sempre muovendosi per seste si genera la frase che l’orecchio riconosce come melodia vera e propria.
La chiusura del giro è il passaggio più raffinato: il sol diesis viene usato come voice leading e riporta l’ascolto sul primo grado in modo morbido. L’accordo di arrivo non è un Mi secco ma un Mi maggiore settima, e il colore di quella settima evita il cambio brusco. Da lì si torna una volta ancora sul quarto grado, e solo in fondo compare il quinto, in funzione cadenzale, prima del rientro definitivo sul Mi.
Il risultato è un incipit in cui c’è una figura ritmica, c’è un movimento armonico riconoscibile e c’è una melodia cantabile, tutti e tre nello stesso spazio di poche battute. È più impegnativo da costruire, e per questo conviene arrivarci dopo aver praticato i tre tipi separati.
Semplice non vuol dire povero
C’è un malinteso che rovina molti incipit prima ancora che siano finiti, ed è l’idea che semplice equivalga a banale. Se torni ai riff che hai in testa da anni, quasi tutti si eseguono con pochi accordi e con figure che un chitarrista alle prime armi sa suonare. Quello che li rende memorabili non sta nella difficoltà esecutiva.
Sta nel modo in cui quelle poche note vengono caricate, cioè nell’intenzione che ci metti. Due accordi soli possono bastare, a patto che ci sia dentro un impeto e una grinta tali da farli ricordare, e questo dipende da due parametri che di solito nessuno prova a scrivere sul pentagramma: l’espressività e la dinamica.
Tradotto in pratica, prima di aggiungere una nota in più conviene chiedersi se non ci sia ancora margine su quelle che hai già. Puoi cambiare il punto in cui attacchi la corda, il peso della mano destra, la lunghezza reale con cui lasci suonare ogni figura, il rapporto di volume tra il primo e il secondo accordo. Sono variabili che cambiano la percezione dell’incipit molto più di un accordo aggiuntivo.
C’è anche una ragione strutturale per tenere basso il numero di elementi. Il riff è la prima sezione di un progetto più grande, il blueprint del brano, e tutto quello che arriva dopo, controcanti, tappeti sonori, ritornello, dovrà convivere con lui. Un incipit sovraccarico tende a occupare spazio che servirà più avanti, quando il brano deve arrivare al suo punto di massima intensità.
Come si costruisce un riff iniziale efficace?
Un riff iniziale efficace si costruisce scegliendo consapevolmente su quale dei tre piani vuoi che l’ascoltatore ti ricordi: ritmico, armonico o melodico. Si mantiene breve e ripetibile, si appoggia a poche note ben scelte e deve rendere il brano riconoscibile nei primi secondi, prima che entri la voce.
Da qui in avanti il lavoro è di bottega. Prendi una progressione qualsiasi, anche di due accordi, e scrivi tre incipit diversi sopra la stessa base: uno che punti solo sulla figura ritmica, uno che punti sul movimento delle tensioni, uno che punti su una frase cantabile. Poi registrali e riascoltali a distanza di qualche ora, che è l’unico modo onesto per capire quale dei tre ti resta davvero in testa.
Quando i tre funzionano separatamente puoi provare a combinarne due, e solo alla fine tutti e tre. È lo stesso ordine con cui li abbiamo visti qui, ed è quello che conviene seguire: la versione fusa è più elaborata, e si costruisce meglio quando ogni componente regge già da sola.
Più note infili nel disegno, meno l’ascoltatore lo ricorda: la memorizzazione è la proprietà che conta.
Andrea Quartarone è chitarrista, compositore e didatta. Ha pubblicato undici album da solista, tra cui Presentation, Versatile ed Elektrio, e ha suonato con Steve Lukather, Paul Gilbert e Tommy Emmanuel, oltre che al NAMM Show e alla Musikmesse di Francoforte. Insegna dal 2006 tra masterclass e seminari, ha insegnato al Musicians Institute e alla USC di Los Angeles, e dal 2019 collabora con la piattaforma TrueFire.
Chi vuole vedere questi incipit tradotti in esercizi scritti, con tablatura e backing track, trova il videocorso L’Arrangiamento nella Chitarra Pop-Rock su Musicezer.
Gli incipit tradotti in esercizi scritti, con tablatura e backing track
L’Arrangiamento nella Chitarra Pop-Rock, il videocorso di Andrea Quartarone su Musicezer
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