Bob Daisley suona il basso su Blizzard of Ozz ed è il principale autore dei testi del disco. L’album esce nel 1980, apre la carriera solista di Ozzy Osbourne e diventa uno dei riferimenti dell’hard rock del decennio. Se avete imparato “Crazy Train” a orecchio, quella linea che corre sotto il riff invece di limitarsi a raddoppiarlo è la sua.
Intorno a quel disco c’è una carriera lunga e sorprendentemente varia: i Rainbow di Ritchie Blackmore, gli Uriah Heep, un album dei Black Sabbath, Yngwie Malmsteen e una collaborazione con Gary Moore arrivata fino agli anni Duemila. Un bassista che ha passato mezzo secolo dalla parte giusta del groove restando quasi sempre fuori dall’inquadratura.
Da Sydney a Londra, con il basso arrivato per secondo
Robert John Daisley nasce a Sydney e comincia dalla chitarra, a tredici anni. Al basso ci arriva l’anno dopo, quasi di rimbalzo, ed è la deviazione che gli definisce una vita intera. La scena australiana di fine anni Sessanta gli offre soul, rhythm and blues e tutto quello che arrivava dall’Inghilterra: la prima band con cui incide è Kahvas Jute, che pubblica Wide Open nel 1971.
A Sydney, in quel momento, non c’era abbastanza spazio per ambizioni del genere. All’inizio degli anni Settanta si trasferisce a Londra e nel giro di poco entra nei Chicken Shack, band di blues inglese molto accreditata nel giro. Segue un passaggio nei Mungo Jerry, poi la fondazione dei Widowmaker, con cui firma due album fra il 1976 e il 1977.
È il 1977 quando arriva la chiamata che cambia la scala del discorso. Ritchie Blackmore lo vuole nei Rainbow, accanto a Ronnie James Dio alla voce e Cozy Powell alla batteria. Daisley compare in tre brani di Long Live Rock’n’Roll, pubblicato nel 1978: “Kill the King”, “Sensitive to Light” e “Gates of Babylon”. Segue un intenso ciclo di tour fra Europa, Giappone e Stati Uniti. Nel 1979 lascia la band.
Quel passaggio racconta già qualcosa del suo modo di suonare. Daisley ha ricordato che nelle audizioni per i Rainbow Blackmore cercava un bassista capace di usare il plettro con grande precisione ritmica, anche su lunghe sequenze di sedicesimi. Una qualità che tornerà continuamente nel resto della sua carriera.
Blizzard of Ozz, il basso e le parole
L’incontro con Ozzy Osbourne avviene a Londra nell’ottobre del 1979, al Music Machine di Camden. Poco dopo Daisley è al lavoro sul progetto che avrebbe rilanciato un cantante appena uscito dai Black Sabbath. Su Blizzard of Ozz non porta soltanto il basso: contribuisce alla scrittura dei brani, è il principale autore dei testi e partecipa alla produzione. Sul secondo album, Diary of a Madman del 1981, suona tutte le parti di basso ed è accreditato come coautore di tutti gli otto brani.
C’è però un dettaglio importante per capire la storia. Nella ricostruzione di Daisley, quello che oggi viene considerato l’inizio della carriera solista di Osbourne era stato concepito inizialmente come un gruppo vero e proprio. Dopo l’arrivo di Randy Rhoads e, nel marzo 1980, di Lee Kerslake, i tre musicisti non volevano essere semplicemente la backing band di Ozzy e spinsero per adottare un nome collettivo. La scelta cadde su The Blizzard of Ozz. Quando il primo album uscì, però, il nome di Ozzy Osbourne compariva in copertina con un’evidenza grafica molto maggiore e il progetto cominciò rapidamente a essere percepito come la sua carriera solista. È una versione dei fatti sostenuta da Daisley e va letta come tale, ma aiuta a capire quanto il ruolo creativo degli altri tre musicisti fosse centrale.
Poi succede la cosa che rende questa storia meno lineare di quanto sembri: lui e il batterista Lee Kerslake escono dal gruppo prima ancora che Diary of a Madman arrivi nei negozi. Il rapporto con Osbourne, però, prosegue a intermittenza: Daisley torna a scrivere e incidere per Bark at the Moon nel 1983 e No Rest for the Wicked nel 1988; su No More Tears del 1991 incide tutte le parti di basso, ma non firma i testi pubblicati sul disco. Per The Ultimate Sin del 1986 è coautore dei primi otto brani e, secondo il suo racconto, scrive i testi di tutto l’album tranne “Shot in the Dark”; non suona però sul disco: al basso c’è Phil Soussan.
Il caso di Diary of a Madman è particolarmente significativo. Le parti che si ascoltano sul disco sono quelle registrate da Daisley e Kerslake, ma dopo la loro uscita il materiale dell’album presentò Rudy Sarzo e Tommy Aldridge, entrati nella formazione per i concerti, rispettivamente come bassista e batterista. Per anni questo contribuì a creare confusione su chi avesse realmente suonato nell’album. Anche il tastierista Johnny Cook, che aveva partecipato alle sessioni, rimase privo di credito. Un cortocircuito fra studio, formazione dal vivo e immagine pubblica che nel caso di Daisley diventerà quasi un tema ricorrente.
Nel frattempo il suo nome gira parecchio. Fra il 1981 e il 1983 è negli Uriah Heep per Abominog e Head First, due dischi che rimettono in circolo una band in fase calante. Più avanti incide con i Black Sabbath su The Eternal Idol, registrato nel 1986 e pubblicato l’anno successivo, senza entrare stabilmente nella band. Nel 1988 compare anche su quattro brani di Odyssey di Yngwie Malmsteen: “Rising Force”, “Hold On”, “Crystal Ball” e “Now Is the Time”. Il ritratto è quello di un professionista capace di entrare in una sessione, capire che cosa serve al disco e consegnarlo.
Anche il dettaglio strumentale racconta qualcosa. Per gran parte di Blizzard of Ozz Daisley usa un Gibson EB-3 dei primi anni Sessanta, collegato a una testata Marshall da 100 watt di Randy Rhoads con cassa 4×12, ricorrendo anche al Fender Precision. Per Diary of a Madman il riferimento diventa il suo Fender Precision del 1961, questa volta attraverso un Ampeg SVT con cassa 8×10; fa eccezione “Flying High Again”, registrata con un Höfner Violin Bass. Il cambio di strumento e amplificazione contribuisce a un suono più definito e incisivo.
I quarti, le terzine e il gusto per il cromatismo
Se dovessimo indicare una delle firme tecniche di Daisley, non sarebbe una tecnica esotica: sarebbe il modo in cui suona i quarti. Attacco deciso, durata delle note controllata con precisione quasi ostinata, nessuna nota lasciata suonare più del necessario. È lì che si decide una parte importante del carattere di un brano rock, molto prima di qualunque fill, ed è una lezione che vale ancora oggi per chiunque studi la sezione ritmica.
Le influenze che Daisley ha indicato nel corso degli anni aiutano a capire da dove arrivi questo linguaggio. Ci sono Paul McCartney per il senso melodico, Jack Bruce per aggressività e presenza, Ronnie Wood del Jeff Beck Group, James Jamerson e Willie Weeks. Mondi diversi, ma uniti dall’idea che il basso non debba limitarsi a seguire la fondamentale: deve tenere insieme ritmo e armonia, collegando la parte percussiva della band con quella melodica.
Da lì in poi il vocabolario si allarga. Daisley alterna plettro e dita a seconda di quello che chiede il pezzo, passando da una tecnica all’altra con naturalezza. Sedicesimi rapidi, terzine, figure a galoppo, salti di corda e di ottava: elementi che negli anni Ottanta diventeranno parte del linguaggio corrente del basso hard rock e metal.
La parte più interessante, però, è armonica. I suoi riempimenti raramente salgono e basta: cambiano direzione a metà strada, tre note verso l’alto, poi due indietro, poi ancora su. È un modo per rendere imprevedibile un movimento che, scritto sulla carta, sarebbe una banale scala. Il cromatismo non lo evita, lo cerca, perché quel grado di tensione e quel filo di dissonanza sono esattamente ciò che serve per non far suonare piatta una progressione di tre accordi.
Sotto tutto questo c’è una conoscenza dell’armonia che si intuisce senza bisogno di dichiararla. Daisley disegna la progressione con chiarezza e sceglie quando avvicinarsi al grado successivo per gradi congiunti e quando invece piantarsi sulla fondamentale come nota pedale, lasciando muovere la chitarra.
Un buon esempio è “Tonight”, da Diary of a Madman. Daisley ha raccontato che il brano nacque spontaneamente insieme a Randy Rhoads dopo che lui aveva trovato la linea di basso. Non quindi un basso aggiunto a una composizione già pronta, ma una parte che contribuisce alla nascita stessa della canzone. Per quella registrazione utilizza il Precision del 1961 attraverso l’Ampeg SVT: il risultato è una delle linee più melodiche e riconoscibili dell’album.
Gary Moore e il fretless che canta
La collaborazione più lunga della sua carriera, però, non porta il nome di Osbourne. È quella con Gary Moore, cominciata nei primi anni Ottanta e proseguita a intermittenza fino a Power of the Blues del 2004, fra album in studio e tour. Ed è nei dischi di Moore che emerge la faccia meno prevedibile di Daisley: quella melodica.
Su Victims of the Future del 1984 Daisley compare in “Teenage Idol” e “Murder in the Skies”, mentre la versione in studio di “Empty Rooms” è affidata a Mo Foster. Ma il rapporto con Moore andrà molto oltre le singole sessioni. Alla fine degli anni Ottanta Daisley fu anche tra le persone che lo incoraggiarono a tornare alle radici blues, suggerendogli più volte l’idea di realizzare un intero album in quella direzione. Moore avrebbe poi ricordato quel consiglio parlando della svolta che portò a Still Got the Blues nel 1990. Daisley partecipa anche a quel disco, suonando in “Texas Strut”, “That Kind of Woman” e “As the Years Go Passing By”.
Il caso da manuale per il suo modo di intendere il basso melodico rimane però “Empty Rooms”. Dal vivo il pezzo passa nelle mani di Daisley e, durante la tournée di Wild Frontier del 1987, diventa quasi un suo biglietto da visita. Dopo una lunga introduzione di chitarra la band entra su un groove da ballata anni Ottanta ridotto all’osso e Daisley resta sotto la voce con grande misura. Poi arriva il suo assolo di basso fretless, e il ruolo cambia senza spezzare il brano.
In quelle versioni si sentono bene alcuni tratti del suo approccio al fretless: glissati lunghi, vibrato dosato, armonici usati come punteggiatura e, soprattutto, una gestione attenta degli spazi. L’assolo si prende il centro della scena senza trasformarsi in un corpo estraneo rispetto alla canzone.
La ripresa di Stoccolma del 25 aprile 1987 è una delle testimonianze più efficaci di quella fase della collaborazione fra Moore e Daisley.
Crediti e riedizioni, quello che risulta agli atti
Sui primi due album con Ozzy Osbourne, la questione dei crediti e delle royalty è finita davanti ai giudici. I fatti documentati sono questi, e ci fermiamo a questi. Daisley e Lee Kerslake avviarono nel 1998 una causa federale relativa a crediti e compensi per Blizzard of Ozz e Diary of a Madman. Nel 2002 le riedizioni in CD dei due album uscirono con le parti originali di basso e batteria sostituite da nuove registrazioni di Robert Trujillo e Mike Bordin. Nello stesso anno la corte distrettuale federale di Los Angeles respinse la causa; il 17 ottobre 2003 la Corte d’appello del Nono Circuito confermò la decisione. Nel maggio 2004 la Corte Suprema degli Stati Uniti rifiutò di riesaminare il caso.
Sul merito non entriamo: riguarda le parti coinvolte e le sedi che lo hanno esaminato. Per chi ascolta, il dato importante è un altro: le incisioni originali di quei due dischi restano quelle su cui si è formata una generazione di bassisti rock. Le parti di Daisley e Kerslake sono tornate nelle edizioni ufficiali del trentennale pubblicate nel 2011.
Il resto della carriera ha continuato per la sua strada: Mother’s Army con Joe Lynn Turner, Jeff Watson e Carmine Appice, poi il progetto Living Loud, nato nei primi anni Duemila con Kerslake, Steve Morse, Don Airey e Jimmy Barnes alla voce. Daisley era già rientrato a Sydney nel 1997, dopo aver trascorso gran parte della vita adulta in Inghilterra. Nel 2013 ha pubblicato la propria autobiografia, For Facts Sake, e nello stesso periodo ha sviluppato con Utopia Custom Shop il basso signature “Black Beauty”.
Per chi ha fretta: 5 risposte su Bob Daisley
1. Chi è Bob Daisley?
Bassista australiano, nato a Sydney e attivo dagli anni Sessanta. È il bassista e principale autore dei testi di Blizzard of Ozz, il disco del 1980 che inaugurò la carriera di Ozzy Osbourne dopo i Black Sabbath.
2. Con quali band ha suonato?
Kahvas Jute, Chicken Shack, Mungo Jerry, Widowmaker, Rainbow, Ozzy Osbourne, Uriah Heep, Black Sabbath e una lunga collaborazione con Gary Moore. Ha inoltre inciso con Yngwie Malmsteen e partecipato ai progetti Mother’s Army e Living Loud.
3. Che cosa caratterizza il suo stile?
Un controllo molto preciso di attacco e durata delle note, l’uso alternato di plettro e dita, figure a galoppo e terzine, linee melodiche e riempimenti che sfruttano spesso il cromatismo senza perdere il rapporto con il groove.
4. Quali strumenti ha usato?
Un Gibson EB-3 dei primi anni Sessanta su gran parte di Blizzard of Ozz, quindi soprattutto Fender Precision Bass da Diary of a Madman in avanti, oltre ad altri strumenti impiegati in singole registrazioni. Ha inoltre sviluppato il modello signature “Black Beauty” con Utopia Custom Shop.
5. Da dove conviene iniziare ad ascoltarlo?
Da “Crazy Train” per il rapporto fra riff e linea di basso, da “Tonight” per il lato melodico e dalla versione dal vivo di “Empty Rooms” di Gary Moore nel tour del 1987 per ascoltarlo alle prese con il fretless.
Bob Daisley appartiene a quella categoria di musicisti che si riconoscono al secondo ascolto, non al primo. Al primo passaggio sentite il riff, la voce, il ritornello. Al secondo vi accorgete che sotto c’è qualcuno che ha deciso dove va la canzone, e che lo ha fatto con un’economia di gesti che oggi si vede raramente.
Se volete un compito per il fine settimana, prendetevi Blizzard of Ozz nella versione originale e ascoltatelo una volta seguendo solo il basso, ignorando tutto il resto. Vi sembrerà un altro disco. Buon ascolto.










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