In sintesi: Mauro Di Capua torna su Musicoff per presentare Filigrana Season 1, il suo nuovo album strumentale nato per caso testando una nuova accordatura in DoMaj9. In questa intervista racconta le sue influenze (Prince, Vernon Reid, Scott Henderson, Allen Hinds), la concezione del disco come una serie tv, le chitarre James Tyler usate in studio, gli effetti scelti, i musicisti del progetto e il suo approccio personale alla didattica.
Amici di Musicoff oggi ritroviamo un vecchio amico, Mauro Di Capua, che ci presenta il suo nuovo disco “Filigrana Season 1”, un disco che consigliamo davvero a tutti. Vista l’occasione, non abbiamo perso tempo a scambiare quattro chiacchiere con il diretto interessato.
Comporre musica come esigenza primaria
Ciao Mauro, bentrovato. Ormai sei un amico di Musicoff: ti va di raccontarci come nasce questa tua nuova avventura musicale?
Comporre musica per me rappresenta un’esigenza primaria. Quando non insegno o quando non registro per qualche cliente passo parte della giornata nel mio studio a immaginare. L’immaginazione qualche volta si traduce in immagini che restano della mia mente, spesso si traduce in suoni estrapolati da suggestioni che la mia quotidianità mi suggerisce; un film, una fotografia, lo sguardo di qualcuno che incrocio per strada.
Ritengo che una parte essenziale del lavoro dell’artista sia quella di comunicare il proprio vissuto attraverso il linguaggio che gli è più consono, il mio è quello musicale. Ritengo inoltre che ciò che produciamo abbia vita brevissima se non facciamo in modo che ci sia un pubblico a fruirne. Fare musica è il mio modo per entrare in connessione col prossimo sperimentando per alimentare la mia eterna curiosità e sfruttando anche i piccoli imprevisti per trarre nuovi spunti.
Questo mio nuovo album, ad esempio, è nato per caso grazie a un piccolo esperimento. Mi ritrovai a collaudare una nuova accordatura e i suoni sono arrivati da soli così come le idee.
Influenze musicali: da Prince a Scott Henderson
Quali sono le tue influenze musicali? Non parlo solo di chitarristi, ma di musicisti a tutto tondo.
Escludendo ovviamente le grandi icone del rock l’illuminazione è arrivata con l’ascolto di Prince e Vernon Reid, con il loro stile completamente imprevedibile e pregno di commistioni musicali derivate da diversi generi musicali.
Gli studi accademici che ho intrapreso durante i primi anni della mia formazione hanno fatto sì che per almeno un decennio io abbia vissuto da “integralista” del jazz: Bill Frisell, John Scofield e Pat Metheny sono stati il mio faro per gran parte della mia carriera. Sicuramente è stata la mia esperienza da studente presso il GIT di LA a determinare il mio gusto musicale in maniera definitiva, quando ho avuto modo di incontrare personalmente e di confrontarmi con quelli che sono stati per me i 2 più importanti punti di riferimento per la mia formazione, Scott Henderson e Allen Hinds, con il quale ho mantenuto rapporti di collaborazione e che ha prodotto il mio primo album Suburbia. Per me è stato un vero mentore.
Dal punto di vista compositivo sono molto legato ai grandi autori dell’impressionismo francese e ad alcuni compositori di musica da film, altra grande mia passione. Angelo Badalamenti e Thomas Newman fra tutti, entrambi profondamente legati alle suggestioni dell’entroterra americano con il loro stile malinconico, imponente e inquietante allo stesso tempo.
Filigrana, un album come una serie tv
Che differenza trovi tra i tuoi dischi precedenti e quest’ultimo lavoro, e perché il sottotitolo “Season 1”?
L’accordatura in DoMaj9 rappresenta una sostanziale differenza rispetto ai lavori precedenti, ho fatto anche un largo uso della chitarra acustica accordata in high string tuning. In fase di arrangiamento ho sperimentato molto l’utilizzo di svariati layers con sovraincisioni con l’intento di cercare di raggiungere differenti piani sonori.
La differenza sostanziale però non è tecnica ma concettuale: ho concepito l’album come un racconto suddiviso in stagioni, come una serie tv.
Quando si fanno dischi si è soliti dire che le canzoni sono tutte dei “figli” e sono tutte belle, ma ci sono dei brani cui sei più affezionato?
Il brano al quale sono maggiormente legato è Indaco, una melodia molto evocativa e semplice su una base armonica estremamente modulante con accordi molto distanti tra di loro. The invisible self invece rappresenta una sorta di ponte tra le sonorità europee di fine 800 e le atmosfere del Midwest.
Le chitarre James Tyler e gli effetti
Mauro, parlaci della strumentazione che hai usato nel disco. Sappiamo che sei un assiduo utilizzatore delle chitarre James Tyler.
Per tutto l’album ho utilizzato esclusivamente chitarre Tyler, sia strato che tele. Ritengo siano le migliori, manico e tastiera sono terribilmente comodi, sembrano essere stati realizzati per la mia mano. Sono inoltre chitarre intonatissime con un super sustain e negli accordi il decay delle voci è molto equilibrato tra le corde alte quelle basse.
Entrando nello specifico, che effetti ti piace utilizzare?
Dal punto di vista lead per il pickup al ponte utilizzo uno Xotic BB preamp, invece per quello al manico l’Hermida Zendrive entrambi sul Clean di una Bogner Shiva.
Per i clean utilizzo tre overdrive diversi con bassissimo gain per ottenere diverse variazioni di EQ e dinamica: RC booster, un Fulldrive per clean Nashville style e un Soul Food per replicare suoni alla The Edge, brillanti con molto ambiente.
La band: Manzi, Fareri, Trincia
Credo sia doveroso nominare chi ha suonato con te nel disco. Parlaci anche un po’ di loro.
Iniziamo con colui che considero il mio co-leader: Gabriele Manzi, pianista colto e raffinatissimo con una interessantissima preparazione trasversale. La sua personalità poi è unica, potrebbe riuscire con ironia a citare Schopenhauer nel contesto di una discussione sulla commedia all’italiana. Lui è presente in tutti i miei album da solista.
Alla batteria Luca Fareri, una grande amicizia ventennale nata quando vincemmo Sanremo Rock nei primi anni 2000. Luca è un batterista con una musicalità estremamente sviluppata, un vero talento. Negli ultimi anni si è dedicato con successo al mix e mastering, aspetto che ha curato anche nei miei ultimi due album.
Al basso Lorenzo Trincia, un musicista virtuoso e con un groove molto solido. In entrambe le nostre collaborazioni è riuscito con estrema facilità ad entrare all’interno dei miei mondi musicali.
Inoltre vorrei menzionare anche la bellissima copertina realizzata dall’amico fotografo e reporter Bruno Tamiozzo.
Alla fine dei conti ritengo che i musicisti e i professionisti con cui collaboro quotidianamente nella sala prove rappresentino veramente le mie influenze musicali principali.
Didattica come continuità della formazione
Mauro, mi piacerebbe che parlassi ai nostri amici di Musicoff del tuo approccio all’insegnamento, un’attività che porti avanti da quasi 20 anni.
Nell’approccio alla didattica la mia formazione accademica, prima in Italia e poi negli USA, rappresenta un peso determinante, il mio primo interesse è quello di trasmettere le metodologie e i contenuti appresi specialmente negli Stati Uniti. Di solito il mio orientamento allo studente è incentrato sull’attenzione allo sviluppo della musicalità e della creatività.
Cerco anche di costruire un percorso didattico personalizzato tenendo conto delle attitudini, del background culturale e della sensibilità, non tralasciando anche l’aspetto umano.
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Per chi ha fretta: 5 cose da sapere su Filigrana Season 1
1. Chi è Mauro Di Capua?
Chitarrista italiano, formatosi in Italia e poi al GIT di Los Angeles, ha studiato con Scott Henderson e Allen Hinds. Compositore strumentale, insegnante da quasi 20 anni e autore di più album da solista.
2. Come è nato Filigrana Season 1?
Per caso: Mauro Di Capua stava collaudando una nuova accordatura (DoMaj9) e i suoni sono arrivati da soli. Il disco è stato concepito come un racconto a stagioni, come una serie tv.
3. Quali sono le sue influenze principali?
Prince e Vernon Reid per lo stile imprevedibile e meticcio, Bill Frisell, John Scofield e Pat Metheny per il jazz, Scott Henderson e Allen Hinds come mentori, Angelo Badalamenti e Thomas Newman per la musica da film.
4. Che chitarre ed effetti ha usato?
Esclusivamente chitarre James Tyler, sia in versione Strato che Tele. Lato effetti: Xotic BB preamp, Hermida Zendrive, RC booster, Fulldrive e Soul Food sul clean di una Bogner Shiva.
5. Chi sono i musicisti coinvolti nel disco?
Gabriele Manzi al pianoforte (co-leader presente su tutti gli album da solista), Luca Fareri alla batteria (mix e mastering inclusi), Lorenzo Trincia al basso. Copertina di Bruno Tamiozzo.
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