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Wayne Shorter al sassofono soprano con John Patitucci al contrabbasso, North Sea Jazz Festival di Rotterdam, 8 luglio 2012

Wayne Shorter, l’arte del jazz da Art Blakey ai Weather Report passando per Miles

Da Art Blakey a Miles Davis fino ai Weather Report: la parabola di Wayne Shorter e la sua lezione di scrittura per sassofonisti e compositori.

Il 2 marzo 2023 moriva a Los Angeles, all’età di 89 anni, Wayne Shorter. Sassofonista tenore e soprano, compositore e figura centrale del jazz moderno, aveva attraversato alcune delle formazioni più importanti della storia di questa musica: i Jazz Messengers di Art Blakey, il secondo grande quintetto di Miles Davis e i Weather Report. Eppure, ridurre la sua carriera a questi tre capitoli significherebbe lasciare fuori una parte consistente della sua ricerca musicale.

Chi studia jazz incontra presto composizioni come Footprints, Speak No Evil, Infant Eyes e Nefertiti. Alcune sono diventate standard, altre continuano a rappresentare piccoli laboratori di scrittura e improvvisazione. Shorter, infatti, non è stato soltanto un sassofonista riconoscibile dalla prima frase: ha contribuito a modificare il modo di pensare la melodia, l’armonia e il rapporto fra composizione e improvvisazione.

La sua storia attraversa hard bop, jazz modale, sperimentazione elettrica, musica brasiliana e scrittura orchestrale. Il filo conduttore rimane però riconoscibile: cercare soluzioni musicali che non si limitassero a ripetere quanto era già stato fatto.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Wayne Shorter

1. Chi era Wayne Shorter?
Sassofonista e compositore statunitense, nato a Newark nel 1933 e morto nel 2023. Ha fatto parte dei Jazz Messengers, del quintetto di Miles Davis e dei Weather Report.

2. Perché è stato così importante per il jazz?
Per il linguaggio compositivo, le melodie riconoscibili, le armonie imprevedibili e una concezione dell’improvvisazione fondata sul dialogo tra i musicisti.

3. Quali sono i suoi brani più conosciuti?
Footprints, Speak No Evil, Infant Eyes, Nefertiti, Fall, E.S.P., Witch Hunt e JuJu sono alcuni dei titoli fondamentali del suo repertorio.

4. Che cosa ha fatto con i Weather Report?
Ha fondato il gruppo insieme a Joe Zawinul e Miroslav Vitouš, contribuendo allo sviluppo del jazz elettrico e della fusion tra il 1971 e il 1986.

5. Da quale album conviene iniziare?
Speak No Evil è un ottimo punto di partenza per conoscere il compositore. Footprints Live! e Beyond the Sound Barrier permettono invece di scoprire la libertà improvvisativa del suo quartetto.

Da Newark ai Jazz Messengers: gli anni della formazione

Wayne Shorter nasce il 25 agosto 1933 a Newark, nel New Jersey. Frequenta la Arts High School, si interessa alla pittura e al disegno e coltiva una passione per i fumetti e la fantascienza che non abbandonerà mai. Prima della musica professionale prende così forma un immaginario fatto di personaggi, mondi e storie da inventare, destinato a riemergere in molte delle sue composizioni.

Comincia a studiare clarinetto intorno ai sedici anni e passa successivamente al sassofono tenore. Dopo il diploma del 1952 frequenta la New York University, dove consegue nel 1956 una laurea in educazione musicale. Seguono il servizio militare e alcune esperienze professionali, tra cui una breve collaborazione con Horace Silver e un periodo nell’orchestra di Maynard Ferguson.

Il primo album a suo nome, Introducing Wayne Shorter, viene registrato nel 1959 per la Vee-Jay. È ancora il linguaggio dell’hard bop a fornire il principale quadro di riferimento, ma il giovane sassofonista mostra già interesse per composizioni dalla struttura personale, senza limitarsi a riprodurre le formule dei suoi modelli.

Con Art Blakey impara a scrivere per una sezione di fiati

Nel 1959 Shorter entra nei Jazz Messengers di Art Blakey, una delle formazioni fondamentali dell’hard bop. Rimane nel gruppo fino al 1964, diventandone il principale compositore e assumendo anche il ruolo di direttore musicale.

Nella prima linea dei fiati suona inizialmente accanto a Lee Morgan. Con l’arrivo di Freddie Hubbard e del trombonista Curtis Fuller, i Jazz Messengers si trasformano poi in un sestetto, offrendo a Shorter maggiori possibilità nella scrittura degli arrangiamenti.

Brani come Lester Left Town, Ping Pong e Free for All mostrano già una personalità compositiva precisa. Le melodie mantengono l’energia dell’hard bop, ma seguono percorsi meno prevedibili; gli interventi dei fiati non si limitano alla semplice armonizzazione del tema e la sezione ritmica viene coinvolta in strutture sempre più articolate.

È un’esperienza decisiva per un compositore. Scrivere per tre fiati significa ragionare sulle voci interne, sui registri, sulle combinazioni timbriche e sulla distribuzione delle parti. Significa soprattutto ascoltare come un’idea nata sulla carta cambi quando viene affidata a musicisti con personalità tanto forti. Con Blakey, Shorter può verificare ogni sera le proprie composizioni davanti a un pubblico.

In questo filmato del 15 novembre 1959, registrato al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi, Shorter suona No Problem con Art Blakey, Lee Morgan, Walter Davis Jr. e Jymie Merritt. È una delle testimonianze dei suoi primi mesi nei Jazz Messengers, particolarmente interessante per osservare il giovane sassofonista all’interno di una formazione ancora a cinque elementi.

Miles Davis e il quintetto che ridefinì l’improvvisazione

Nel settembre 1964 Shorter entra nel quintetto di Miles Davis, affiancando Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. È la formazione passata alla storia come secondo grande quintetto, uno degli esempi più importanti di interazione collettiva nel jazz moderno.

Con questo gruppo Shorter trova uno spazio particolarmente favorevole alla propria scrittura. Su album come E.S.P. (1965), Miles Smiles (1967) e Nefertiti (1968) compaiono sue composizioni quali E.S.P., Orbits, Footprints, Dolores, Nefertiti, Fall e Pinocchio.

Questa musica non abbandona improvvisamente le strutture del jazz precedente, ma le rende più elastiche. Le sequenze armoniche non vengono sempre trattate come una griglia da seguire rigidamente e il tempo musicale diventa un terreno di confronto tra interpretazioni ritmiche differenti. Il gruppo riesce a modificare continuamente la percezione della forma, mantenendo però un riferimento comune.

È anche il periodo in cui il sassofonista consolida definitivamente una voce solistica personale. Il suo fraseggio non cerca di riempire ogni spazio: le pause, le note tenute, gli intervalli e le risposte degli altri musicisti partecipano alla costruzione del discorso. Il dialogo con Hancock, Carter e Williams diventa parte integrante delle sue improvvisazioni, ben oltre il tradizionale rapporto fra solista e accompagnamento.

Footprints: un blues che sembra cambiare continuamente forma

Footprints è probabilmente il brano più conosciuto di Wayne Shorter e uno degli esempi più efficaci del suo modo di trasformare materiali familiari. Il sassofonista lo registra il 24 febbraio 1966 per Adam’s Apple, album che verrà pubblicato nel 1967. Nell’ottobre dello stesso anno Miles Davis ne incide una versione destinata a Miles Smiles.

La struttura di base è quella di un blues minore di dodici battute, generalmente trascritto in 6/4. Il tema è costruito su una figura melodica immediatamente riconoscibile e l’ostinato del contrabbasso contribuisce in maniera determinante all’identità ritmica del brano.

La scrittura armonica merita attenzione soprattutto nel passaggio conclusivo. Alcune versioni didattiche ricorrono a un movimento semplificato da D7 a Db7 prima del ritorno a Do minore. Altre trascrizioni, più vicine alle soluzioni utilizzate nell’incisione originale, riportano successioni di accordi semidiminuiti, dominanti alterate e sonorità di diversa qualità armonica. Le trascrizioni non coincidono sempre, ed è importante distinguere ciò che viene suonato nella registrazione dalle armonizzazioni adottate successivamente nei repertori didattici.

Nell’incisione di Miles Davis si aggiunge un ulteriore elemento: la sovrapposizione di differenti interpretazioni della pulsazione. Mentre Ron Carter mantiene il riferimento dell’ostinato, Tony Williams introduce accenti e figurazioni che suggeriscono suddivisioni ritmiche alternative. Il risultato è un tempo che sembra spostarsi continuamente, pur senza perdere il legame con la struttura del brano.

Per chi studia jazz, confrontare le due registrazioni di Footprints è particolarmente utile. La composizione è la stessa, ma le scelte esecutive producono due esperienze ritmiche e improvvisative differenti. È una dimostrazione concreta di quanto possa cambiare un brano senza modificarne radicalmente la melodia.

Nefertiti: quando a improvvisare è soprattutto la sezione ritmica

Se Footprints rielabora il blues, Nefertiti interviene direttamente sulla tradizionale organizzazione di una performance jazz. Il brano viene registrato nel giugno 1967 e pubblicato sull’album omonimo nel 1968.

Qui tromba e sassofono ripetono il tema invece di alternarlo ai consueti assoli. Sono Hancock, Carter e Williams a sviluppare progressivamente il discorso attraverso l’accompagnamento, modificando dinamiche, accenti, figurazioni e densità ritmica.

Il principio è semplice da descrivere ma tutt’altro che banale da realizzare: la melodia resta relativamente stabile mentre il resto della musica continua a trasformarsi. Il ruolo del solista e quello dell’accompagnatore non sono più distribuiti secondo una gerarchia prevedibile.

Per osservare dal vivo il livello di interazione raggiunto dal quintetto, vale la pena recuperare il concerto alla Stadthalle di Karlsruhe del 7 novembre 1967. La formazione esegue anche Footprints, che in questa registrazione inizia intorno al minuto 6:31. Il filmato permette di osservare come i cinque musicisti reagiscano continuamente alle iniziative degli altri.

Negli ultimi anni della collaborazione con Davis, Shorter affianca al tenore il sassofono soprano, che assumerà un’importanza crescente nel suo linguaggio. Partecipa anche alla stagione elettrica del trombettista, prendendo parte alle registrazioni di In a Silent Way e Bitches Brew, entrambe realizzate nel 1969. La sua collaborazione discografica con Miles prosegue fino al 1970.

Gli undici album Blue Note e il caso di Speak No Evil

Parallelamente al lavoro con Davis, Shorter sviluppa una straordinaria attività come leader per la Blue Note. Tra il 1964 e il 1970 registra undici album, anche se non tutti vengono pubblicati immediatamente. The Soothsayer, per esempio, viene inciso nel 1965 ma uscirà soltanto nel 1979; Et Cetera, registrato nello stesso anno, arriverà nei negozi nel 1980.

Night Dreamer, JuJu, Speak No Evil e Adam’s Apple rappresentano alcuni dei vertici di questa produzione. Le formazioni cambiano, passando dal quartetto a organici più ampi, ma la musica mantiene un’identità riconoscibile: melodie costruite con precisione, armonie mobili e una notevole attenzione alla funzione dei diversi strumenti.

Speak No Evil, registrato il 24 dicembre 1964 e pubblicato nel 1966, è probabilmente uno dei dischi più accessibili per entrare nel suo universo compositivo. Accanto a Shorter suonano Freddie Hubbard alla tromba, Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria.

Il repertorio comprende sei composizioni originali: Witch Hunt, Fee-Fi-Fo-Fum, Dance Cadaverous, Speak No Evil, Infant Eyes e Wild Flower. I titoli richiamano spesso immagini fantastiche, personaggi e atmosfere misteriose. Questa componente immaginativa trova un corrispettivo musicale nel carattere delle melodie e nella scelta dei colori armonici.

Vale la pena ascoltare il brano che dà il titolo all’album, nella registrazione originale Blue Note. Il tema, costruito su note relativamente lunghe e intervalli ben definiti, lascia spazio a un’armonia meno prevedibile di quanto suggerisca il suo andamento melodico. È un esempio particolarmente efficace del rapporto fra scrittura e improvvisazione che caratterizza le composizioni di Shorter.

Infant Eyes offre un esempio particolarmente interessante. Shorter dedica il brano alla figlia Miyako, ancora molto piccola. La composizione, registrata senza la tromba di Hubbard, presenta una struttura di ventisette battute, articolata in tre sezioni di nove misure. Una forma inconsueta rispetto agli schemi di otto, sedici o trentadue battute che ricorrono frequentemente nel repertorio jazzistico.

Le sezioni sviluppano materiali melodici collegati, anche attraverso ripetizioni e trasposizioni, mentre la nona battuta di ciascuna frase assume una funzione importante nel collegamento armonico con quella successiva. Il risultato è una ballad di grande cantabilità, dietro la cui apparente naturalezza si nasconde una scrittura attentamente organizzata. Per un compositore è una lezione preziosa: una forma insolita non deve necessariamente produrre una musica difficile da seguire.

Un altro capitolo significativo della produzione Blue Note è The All Seeing Eye, registrato nel 1965 e pubblicato nel 1966. Qui Shorter utilizza una formazione allargata e sperimenta una scrittura più densa. Nell’ultimo brano, Mephistopheles, compare anche suo fratello maggiore Alan Shorter, trombettista e compositore, che firma il pezzo e suona il flicorno. È un episodio meno conosciuto, ma utile per comprendere quanto Shorter fosse interessato anche a una dimensione più astratta e orchestrale del jazz.

Weather Report: il sassofono trova posto tra sintetizzatori e basso elettrico

All’inizio degli anni Settanta Wayne Shorter dà vita ai Weather Report insieme al tastierista austriaco Joe Zawinul e al contrabbassista ceco Miroslav Vitouš. Il primo album esce nel 1971 e inaugura un percorso che porterà il gruppo a diventare uno dei principali riferimenti del jazz elettrico.

La musica dei Weather Report attraversa jazz, funk, rock, ritmiche afro-latine e altre tradizioni musicali, facendo largo uso di tastiere elettroniche, sintetizzatori e nuove soluzioni timbriche. La formazione cambia più volte e dal 1976 al 1982 vede la presenza di Jaco Pastorius al basso elettrico, con un ruolo decisivo nella definizione del suono del gruppo.

Heavy Weather, pubblicato nel 1977, è il disco che porta i Weather Report a un pubblico particolarmente ampio. Il successo è legato soprattutto a Birdland, composto da Zawinul, ma nell’album trovano posto anche due brani firmati da Shorter: Harlequin e Palladium.

Il doppio album 8:30, uscito nel 1979 e costituito in prevalenza da registrazioni dal vivo, vince nel 1980 il Grammy per la migliore performance jazz fusion. L’esperienza dei Weather Report prosegue fino alla metà degli anni Ottanta e si conclude discograficamente con This Is This!, pubblicato nel 1986.

Il ruolo di Shorter in questa formazione è particolarmente interessante per chi suona uno strumento acustico all’interno di un gruppo elettrico. Il sax non deve necessariamente occupare il primo piano: può diventare una voce del tessuto sonoro, intervenire con un breve controcanto, introdurre una melodia o limitarsi a suggerire una direzione.

È un approccio diverso da quello del solista che espone il proprio tema e poi prende un lungo assolo. Con i Weather Report, Shorter dimostra che anche poche note possono avere una funzione determinante nell’equilibrio di una composizione collettiva.

La versione dal vivo di Birdland registrata a Offenbach, in Germania, il 29 settembre 1978, mostra bene questa particolare distribuzione dei ruoli. Accanto a Shorter suonano Joe Zawinul, Jaco Pastorius e Peter Erskine. L’esecuzione permette di osservare il modo in cui tastiere, basso elettrico e sassofono si alternano e si sovrappongono nella costruzione del brano.

Milton Nascimento, Joni Mitchell e gli Steely Dan: il jazz incontra la canzone

La collaborazione con i Weather Report non esaurisce l’attività di Shorter negli anni Settanta. Nel 1974 registra con Milton Nascimento l’album Native Dancer, pubblicato nel 1975, un incontro tra il linguaggio jazzistico del sassofonista e la sensibilità melodica e ritmica della musica brasiliana.

È uno dei dischi che mostrano meglio la sua capacità di adattarsi a un contesto musicale differente senza snaturare il proprio fraseggio. Accanto alla voce di Nascimento, il sassofono partecipa al racconto melodico, ne riprende i motivi e ne modifica le sfumature.

Altrettanto importante è il rapporto con Joni Mitchell. A partire da Don Juan’s Reckless Daughter del 1977, Shorter partecipa a dieci suoi album fino a Travelogue del 2002. Le sue parti di sassofono contribuiscono a una musica in cui le strutture della canzone, l’armonia jazz e la scrittura orchestrale si incontrano senza seguire modelli rigidi.

Nel 1977 compare inoltre in Aja degli Steely Dan. Il suo assolo di sax tenore nel brano omonimo, intrecciato alla batteria di Steve Gadd, è uno degli episodi più celebri della sua attività fuori dal jazz strettamente inteso. È anche un buon esempio di come un musicista con un linguaggio complesso possa lasciare un segno riconoscibile all’interno di una produzione rock estremamente curata.

Nello stesso periodo prende parte al progetto V.S.O.P., che lo riunisce a Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams, con Freddie Hubbard alla tromba. Il gruppo recupera buona parte dell’organico del secondo quintetto di Miles Davis, offrendo un ulteriore punto di osservazione sul linguaggio sviluppato negli anni Sessanta.

Dopo i Weather Report: gli album solisti e il duo con Herbie Hancock

La fine dei Weather Report non coincide con un ritorno immediato al quartetto acustico. Shorter attraversa invece una fase caratterizzata da organici differenti, strumenti elettronici e un crescente interesse per l’orchestrazione.

Tra i lavori di questo periodo si trovano Atlantis (1985), Phantom Navigator (1987), Joy Ryder (1988) e High Life (1995). Quest’ultimo utilizza un impianto sonoro articolato, con elettronica e una scrittura fortemente orientata alla sovrapposizione di parti strumentali e colori orchestrali. È una testimonianza della volontà di Shorter di continuare a esplorare le possibilità timbriche della composizione.

Nel 1997 arriva però un progetto quasi opposto: 1+1, registrato in duo con Herbie Hancock. Soltanto pianoforte e sassofono soprano, senza contrabbasso, batteria o altri strumenti.

Il disco permette di ascoltare da vicino il rapporto fra due musicisti che avevano condiviso alcune delle esperienze più importanti del jazz moderno. Le melodie vengono sviluppate attraverso un dialogo continuo, con grande libertà nella gestione delle pause e del tempo. Nessuno dei due deve attendere necessariamente il proprio turno per intervenire: l’improvvisazione può nascere contemporaneamente da entrambi.

Per comprendere Shorter, 1+1 è un ascolto particolarmente utile. Dopo anni di grandi formazioni e arrangiamenti complessi, il suo linguaggio viene esposto in una dimensione essenziale. Restano la costruzione melodica, l’interazione e la capacità di suggerire un’armonia anche attraverso poche note.

Il quartetto degli anni Duemila: quattro musicisti senza ruoli fissi

Intorno al 2000 Wayne Shorter forma il quartetto che diventerà il centro della sua ultima grande stagione musicale. Con lui suonano Danilo Pérez al pianoforte, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria.

La formazione non è costruita semplicemente per accompagnare un grande solista. Il gruppo lavora sull’improvvisazione collettiva, modifica continuamente l’andamento dei brani e tratta le composizioni come strutture aperte. Le melodie possono emergere, scomparire e tornare in forme differenti nel corso della stessa esecuzione.

In Footprints Live! (2002), registrato durante concerti europei del 2001, il quartetto riprende anche composizioni storiche del leader. La versione di JuJu che chiude l’album proviene da un’esibizione del 14 luglio 2001 all’Umbria Jazz di Perugia: un collegamento italiano con una formazione destinata a lasciare un segno profondo nella musica improvvisata del nuovo secolo.

Seguono Alegría (2003) e Beyond the Sound Barrier (2005), entrambi premiati con un Grammy. Nel 2013, con Without a Net, Shorter torna alla Blue Note dopo oltre quarant’anni. Il disco documenta una formazione ormai capace di spingersi molto lontano dalle tradizionali distinzioni fra tema, accompagnamento e assolo.

In questa fase diventa ancora più evidente un principio che Shorter aveva cominciato a sviluppare con Miles Davis: l’improvvisazione non deve necessariamente essere una successione di interventi individuali. Può diventare una composizione collettiva che si costruisce mentre viene suonata.

Una testimonianza di questo approccio è il concerto del quartetto registrato al Telekom Forum di Bonn il 1° giugno 2014. Le riprese permettono di seguire da vicino il lavoro di Pérez, Patitucci e Blade, mentre Shorter interviene nel dialogo collettivo senza imporre continuamente il proprio ruolo di solista.

Emanon, i fumetti e l’opera: la musica oltre il jazz

L’interesse di Wayne Shorter per le storie fantastiche e la fantascienza, coltivato fin da ragazzo, riemerge con particolare evidenza in Emanon, pubblicato nel 2018. Il titolo riprende No Name scritto al contrario, una denominazione già utilizzata da Dizzy Gillespie per una propria composizione.

Il progetto comprende tre dischi: due con registrazioni dal vivo del quartetto e uno realizzato con la partecipazione della Orpheus Chamber Orchestra. A questi si affianca una graphic novel scritta da Shorter insieme a Monica Sly e illustrata da Randy DuBurke.

La storia utilizza un immaginario fantascientifico, con universi paralleli e un protagonista alle prese con differenti realtà. Musica e narrazione visiva partecipano allo stesso progetto creativo, proseguendo un interesse che Shorter coltivava da decenni.

Il video di presentazione pubblicato dalla Blue Note nel 2018 permette di osservare anche la componente grafica del progetto e il rapporto tra l’immaginario narrativo di Emanon e la musica composta per il quartetto e l’orchestra.

Nel 2018 il sassofonista interrompe l’attività concertistica per problemi di salute, ma continua a lavorare alla composizione. Il 12 novembre 2021 debutta a Boston, al Cutler Majestic Theatre, l’opera …(Iphigenia), scritta con esperanza spalding, autrice del libretto. Il lavoro rilegge il mito greco di Ifigenia e rappresenta uno degli ultimi grandi progetti creativi di Shorter.

Nel corso della carriera riceve dodici Grammy, il riconoscimento di NEA Jazz Master nel 1998, il Grammy alla carriera nel 2015, il Polar Music Prize nel 2017 e i Kennedy Center Honors nel 2018.

La sua attività continua a essere documentata anche dopo la morte. Nel 2024 la Blue Note pubblica Celebration, Volume 1, registrazione dal vivo del quartetto allo Stockholm Jazz Festival del 18 ottobre 2014. È il primo capitolo di una serie di materiali d’archivio che Shorter aveva contribuito a selezionare prima della scomparsa.

Che cosa può imparare un musicista dalle composizioni di Wayne Shorter?

La musica di Shorter non si lascia ridurre facilmente a una serie di regole. Alcuni aspetti del suo linguaggio, però, meritano di essere studiati con particolare attenzione, soprattutto da chi si occupa di improvvisazione e composizione.

Il primo riguarda la costruzione della melodia. In molti brani Shorter utilizza piccoli nuclei motivici, ripetizioni, intervalli caratteristici e spostamenti della stessa idea su gradi differenti. In Infant Eyes, per esempio, la forma deriva anche dal modo in cui il materiale melodico viene riproposto e trasposto.

Un esercizio utile consiste nell’imparare a memoria il tema di Infant Eyes o Fall senza partire dagli accordi, cercando di riconoscere le relazioni fra le diverse frasi. Solo successivamente si può analizzare come l’armonia sostenga, accompagni o contraddica le aspettative suggerite dalla melodia.

Il secondo aspetto è il rapporto tra armonia funzionale e movimento per colori. Shorter conosce perfettamente il linguaggio del bebop e le sue cadenze, ma non sente l’obbligo di utilizzare sempre le stesse soluzioni. Gli accordi possono essere accostati per il loro colore, per il movimento delle voci interne o per la tensione che producono rispetto alla melodia.

Studiare Footprints, confrontando le registrazioni con le diverse trascrizioni disponibili, aiuta a capire quanto una pagina scritta possa rappresentare soltanto una parte dell’identità di un brano. Per chi compone, significa imparare a usare le progressioni armoniche come strumenti espressivi e non soltanto come sequenze da completare.

Il terzo elemento è il rapporto tra composizione e improvvisazione. In Nefertiti il tema rimane costante mentre cambia l’accompagnamento; nel quartetto degli anni Duemila può essere l’intera forma a diventare materia improvvisativa. Sono due modi diversi di affrontare la stessa domanda: quanto di una composizione deve rimanere fisso perché quella musica continui a conservare la propria identità?

Un’ultima lezione riguarda l’ascolto. Shorter non ha sempre bisogno di occupare il centro della scena e, soprattutto negli ultimi anni, rinuncia frequentemente alla distinzione tradizionale fra chi guida e chi accompagna. L’identità di un musicista può emergere anche da come ascolta e risponde agli altri, non soltanto dalla quantità di note che riesce a suonare.

Cinque dischi per iniziare ad ascoltare Wayne Shorter

1. Speak No Evil – Wayne Shorter (Blue Note, 1966)
Il riferimento per conoscere il compositore. Sei brani originali, con Freddie Hubbard, Herbie Hancock, Ron Carter ed Elvin Jones. Da ascoltare soprattutto per il rapporto tra melodia, armonia e arrangiamento.

2. Miles Smiles – Miles Davis (Columbia, 1967)
Una delle testimonianze fondamentali del secondo quintetto. Orbits, Footprints e Dolores permettono di ascoltare le composizioni di Shorter nelle mani di una formazione capace di trasformarle dall’interno.

3. Nefertiti – Miles Davis (Columbia, 1968)
Il brano che dà il titolo all’album è un esempio di ribaltamento dei ruoli tradizionali tra solisti e accompagnatori. Da seguire anche Fall e Pinocchio, entrambi firmati da Shorter.

4. Heavy Weather – Weather Report (Columbia, 1977)
Il capitolo elettrico, con Joe Zawinul e Jaco Pastorius. Accanto alla celebre Birdland, le composizioni Harlequin e Palladium mostrano il contributo di Shorter alla scrittura del gruppo.

5. Beyond the Sound Barrier – Wayne Shorter Quartet (Verve, 2005)
Il quartetto con Danilo Pérez, John Patitucci e Brian Blade. Un disco dal vivo per scoprire la dimensione collettiva dell’improvvisazione nell’ultima grande stagione del sassofonista.

Chi desidera proseguire può aggiungere Native Dancer, per il rapporto con la musica brasiliana, 1+1, per ascoltare il dialogo con Herbie Hancock, e Without a Net, per scoprire fino a dove sia arrivata la ricerca del quartetto.

Riascoltare Speak No Evil e poi passare a Beyond the Sound Barrier significa attraversare quasi quarant’anni di musica. Cambiano gli strumenti intorno a Shorter, la forma dei brani e il modo di improvvisare. Eppure rimane riconoscibile una certa maniera di costruire le melodie e di lasciare che la musica prenda direzioni impreviste. È probabilmente qui che si trova la sua eredità più importante: non aver indicato ai musicisti un linguaggio da ripetere, ma aver mostrato loro come continuare a cercarne uno proprio.



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