Il fondatore di Musicoff e Musicezer è ospite di Raffaele Sena a Storytellers. Un’intervista in cui ventisette anni di progetti vengono ripercorsi dal lato che “di solito si taglia”.
Uno dei primi video didattici di Musicoff è del 2003. Girato su cassettine mini DV, con il problema non trascurabile di capire come si convertivano e come si montavano.
Il girato è rimasto fermo per un pezzo, uscì solo nel 2008.
Quando è uscito, era già vecchio.
È una storia che conosciamo bene, perché è la nostra. E somiglia a molte altre: si parte con l’entusiasmo, ci si schianta contro un problema tecnico banale, si perde tempo, si arriva fuori tempo massimo.
Il punto è sempre e solo cosa si fa con quella roba lì.
Ventisette anni, trentamila articoli e cinquemila video dopo, Thomas “Doc” Colasanti è andato a raccontarlo a Raffaele Sena, ospite di Storytellers, il podcast di Tracce Sonore Studio.
La parte che nei racconti si taglia sempre
Ogni musicista ne tiene una lista, e non la fa vedere a nessuno.
L’audizione andata male. La band sciolta il mese prima del disco. Il progetto su cui sono finiti dentro due anni e che non è mai uscito. L’allievo che ha smesso, e sappiamo benissimo perché.
Quella lista di solito la trattiamo come scarto. Roba da archiviare in fretta, da non raccontare nelle interviste, da tenere fuori dalla bio.
Il Doc per un’ora intera fa il contrario, e a un certo punto dice la frase che tiene insieme tutto il resto: «quel fallimento aprirà una porta verso qualcosa di diverso».
Non è la consolazione che ci si racconta dopo, a danno fatto.
È un modo di guardare le cose mentre stanno ancora andando male.
Una linea che sembra dritta solo da lontano
Ha cominciato a suonare il 4 luglio 1992, a quasi quattordici anni, e nell’intervista si definisce un tardivo. A sedici anni aveva già i suoi allievi.
Il 5 marzo 1999 abbiamo aperto Musicoff.
Da fuori, il seguito si riassume in fretta: un archivio enorme, e decine di docenti che hanno scelto Musicezer come unico posto in cui registrare i loro corsi.
Vista da vicino, quella linea non esiste.
C’è il giorno in cui una prova tecnica va male davanti a tutto il team, e il team, senza girarci intorno, gli dice che quella strada non porta da nessuna parte.
Quello che succede nelle ore successive è il motivo per cui vale la pena arrivare fino a lì.
C’è una cena con Victor Wooten, e una domanda che Thomas stesso definisce inutile, di quelle che si fanno a venticinque anni davanti a uno molto più bravo.
La risposta gli ha cambiato per sempre l’idea di quanto tempo vada passato sulle cose importanti.
C’è un’idea sull’imparare che ribalta l’ordine a cui siamo abituati, diventata negli anni il criterio con cui si costruisce un corso Musicezer.
C’è il prezzo di essersi mossi troppo presto, che nell’intervista ha un’immagine sola, molto fisica.
E c’è una telefonata dalla provincia di Brescia, una sola, che spiega perché Musicezer esista meglio di qualunque dato di vendita.
Prima di premere play
Un’intervista non cambia la vita a nessuno.
Però capita, ascoltando qualcuno che mette in fila i propri errori senza addolcirli, di ritrovarsi a fare la stessa cosa con i propri.
Vale la pena tenerne uno a mente, mentre parte la puntata. Meglio se è di quelli che bruciano ancora un po’.
Il finale
L’ultima domanda dell’intervista, Raffaele Sena la introduce staccando quattro battute.
Thomas comincia a rispondere con: «Il segreto della vita è…».
Quello che succede subito dopo, per una conversazione partita dai fallimenti, è la cosa più coerente che potesse capitare.
Chi preferisce guardarla fuori da qui, la trova su YouTube a questo link, insieme a tutte le altre puntate del podcast.
Buona visione.









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