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Ginger Baker, da Lewisham a Lagos passando per i Cream

Formazione jazz, doppia cassa, due anni di Cream e uno studio di registrazione in Nigeria: la traiettoria di Ginger Baker per intero.

Peter Edward Baker, quello che tutti voi conoscete come Ginger Baker per via dei capelli rossi, arrivò alla batteria passando dal jazz e per tutta la vita continuò a considerarsi prima di tutto un batterista jazz. Il grande pubblico lo conobbe in un altro modo: come uno dei tre uomini dei Cream, il trio rimasto in attività per poco più di due anni e capace di lasciare quattro album, l’ultimo dei quali pubblicato dopo lo scioglimento.

Fra queste due descrizioni corre tutta la sua storia, e non è una storia di sola tecnica. C’è un ragazzo del sud di Londra che entra nei club della città dalla porta del jazz, un batterista che finisce in cima alle classifiche americane, un musicista che all’inizio degli anni Settanta investe nella costruzione di uno studio di registrazione in Nigeria e attraversa il Sahara via terra. Seguitela per intero anche se non avete mai toccato un rullante: la parte strettamente batteristica occupa meno spazio di quanto immaginiate.

Phil Seamen e una formazione che guardava altrove

Baker nacque il 19 agosto 1939 a Lewisham, nel sud di Londra, e arrivò alla batteria intorno ai quindici anni. Fu in gran parte autodidatta, ma alla fine degli anni Cinquanta incontrò Phil Seamen, una delle figure centrali del jazz britannico del dopoguerra. Più che un insegnante nel senso accademico del termine, Seamen diventò per Baker un mentore: gli mostrò esercizi, lo incoraggiò e soprattutto gli fece ascoltare registrazioni di musica e percussioni africane che avrebbero lasciato un’impronta profonda sul suo modo di concepire il ritmo.

Il suo modello di riferimento non era quindi il rock, che come linguaggio autonomo stava ancora nascendo, ma il jazz. Baker ricordava in particolare l’impatto avuto su di lui da Max Roach e Baby Dodds, mentre Phil Seamen fu il mentore che contribuì direttamente alla sua formazione e gli aprì la porta verso lo studio delle ritmiche africane. Baker avrebbe portato tutto questo dentro amplificatori sempre più potenti senza rinunciare alla propria origine.

La scena delle blues band londinesi gli aprì poi un’altra strada. Quando Charlie Watts lasciò i Blues Incorporated di Alexis Korner per entrare nei Rolling Stones, raccomandò Baker come proprio sostituto dietro i tamburi. In quel gruppo Baker incontrò il bassista Jack Bruce: tenete a mente il nome, perché da quell’incontro nacque uno dei rapporti musicalmente più fertili e personalmente più turbolenti della sua carriera.

Nel 1963 Graham Bond, Jack Bruce e Ginger Baker lasciarono l’orbita di Alexis Korner per dare vita a una nuova formazione. Per un breve periodo ne fece parte anche il giovane John McLaughlin; successivamente arrivò il sassofonista Dick Heckstall-Smith e prese forma la formazione classica della Graham Bond Organisation. Era rhythm and blues suonato con una grammatica profondamente jazzistica.

Musicalmente Baker e Bruce erano formidabili; personalmente, molto meno. Il rapporto diventò talmente conflittuale che il gruppo decise di allontanare Bruce e fu Baker a comunicargli il licenziamento. Il bassista continuò per qualche tempo a presentarsi alle serate e uno degli scontri fra i due culminò con Baker che gli mostrò un coltello. Tenete presente questo dettaglio quando arriveremo ai Cream: quei due decisero di tornare insieme pur sapendo perfettamente con chi avevano a che fare.

Nella Graham Bond Organisation il rhythm and blues inglese si suonava con la grammatica del jazz. È la scuola dalla quale Baker e Bruce arrivarono ai Cream già completamente formati.

I Cream, due anni di attività e quattro album

A metà del 1966 Baker lasciò la Graham Bond Organisation e fu lui a proporre a Eric Clapton, allora nei Bluesbreakers di John Mayall e già fra i nomi più importanti della scena blues britannica, di mettere in piedi una nuova band. Clapton accettò, ma pose una condizione: al basso e alla voce voleva Jack Bruce. Considerati i rapporti fra Bruce e Baker, non era esattamente la richiesta più diplomatica possibile. Baker accettò comunque e nacquero i Cream.

Chitarra, basso e batteria non erano organizzati secondo una rigida gerarchia di accompagnamento. I tre strumenti potevano occupare contemporaneamente il primo piano e lasciare ampio spazio all’improvvisazione. È uno degli esempi che hanno contribuito a definire il concetto moderno di power trio: non una chitarra sostenuta da una sezione ritmica, ma tre musicisti che potevano provocarsi e rispondersi quasi come in un piccolo gruppo jazz.

In poco più di due anni i Cream condensarono una quantità impressionante di musica. Durante l’attività del gruppo uscirono Fresh Cream nel 1966, Disraeli Gears nel 1967 e Wheels of Fire nel 1968; il quarto e ultimo album, Goodbye, arrivò nel febbraio del 1969, quando il trio aveva già tenuto i concerti d’addio. Dentro quei dischi convivevano blues, psichedelia, improvvisazione jazzistica e un suono che avrebbe contribuito allo sviluppo dell’hard rock.

Baker non era neppure soltanto l’uomo dietro i tamburi. Firmò o cofirmò diversi brani del repertorio dei Cream: Sweet Wine con Janet Godfrey, Passing the Time, Pressed Rat and Warthog e Those Were the Days con Mike Taylor, fino a What a Bringdown su Goodbye. In “Pressed Rat and Warthog” si prese anche il microfono per quella specie di recitazione surreale che rende il brano immediatamente riconoscibile.

Il successo fu enorme. Negli Stati Uniti Wheels of Fire arrivò al numero uno e viene generalmente ricordato come il primo doppio album da oltre un milione di copie vendute. I tour americani trasformarono i Cream in una delle maggiori attrazioni dal vivo del periodo, ma il prezzo fu altissimo: concerti continui, amplificatori sempre più potenti e improvvisazioni che diventavano progressivamente più lunghe e rumorose.

Durò poco. L’intensità dei tour, il volume sempre più esasperato sul palco, le divergenze musicali e soprattutto l’antagonismo fra Baker e Bruce finirono per rendere la situazione difficilmente sostenibile. L’annuncio della separazione arrivò nel luglio del 1968; il concerto d’addio si tenne il 26 novembre alla Royal Albert Hall di Londra. Uno dei trii più influenti del rock inglese si chiuse dunque con il proprio reparto ritmico ancora ai ferri corti.

Perché Ginger Baker suonava diverso

Per capire davvero Baker non basta contare le grancasse o misurare quanto durasse un assolo. La differenza era soprattutto nel modo in cui distribuiva il tempo. Il suo playing conservava molto del jazz: il piatto ride aveva una funzione narrativa, i tom non erano soltanto strumenti da usare nei fill e gli accenti potevano spostarsi rispetto al classico backbeat rock sul secondo e quarto movimento.

Prendete “Sunshine of Your Love”. Baker rivendicò per tutta la vita di aver rallentato il brano e inventato quello che definiva un beat “al contrario”, costruito enfatizzando soprattutto primo e terzo movimento e facendo lavorare pesantemente i tom. Sulla paternità dell’idea esistono versioni differenti: il tecnico del suono Tom Dowd ricordava di aver suggerito una soluzione basata sul forte accento sul downbeat. Chiunque abbia avuto per primo l’intuizione, il risultato rimane uno dei groove di batteria più riconoscibili degli anni Sessanta proprio perché evita il prevedibile accompagnamento rock dell’epoca.

Poi c’è “White Room”. L’introduzione in 5/4 usa un disegno sui tom spesso descritto come un bolero irregolare, e ancora una volta la batteria non si limita a sostenere il riff: diventa parte dell’identità compositiva del brano. Baker poteva essere devastante nei Cream, ma ascoltando attentamente si scopre che la sua forza non consisteva semplicemente nel suonare forte. Dinamica, orchestrazione del kit e capacità di lasciare spazio erano almeno altrettanto importanti.

Anche l’assetto dello strumento raccontava questa impostazione. Baker usava spesso l’impugnatura matched, tom montati quasi orizzontalmente e piatti relativamente sottili rispetto a ciò che l’immagine del batterista hard rock potrebbe far immaginare. Sul suo storico kit Ludwig a doppia cassa le due grancasse avevano inoltre dimensioni differenti, 20 e 22 pollici, per ottenere due registri gravi distinti. Baker poteva spostare il piede sinistro fra seconda grancassa e hi-hat, costruendo combinazioni in cui piedi e mani diventavano quattro elementi realmente indipendenti.

«Ogni batterista rock venuto dopo è stato influenzato in qualche modo da Ginger, anche senza saperlo.» (Neil Peart)

Toad, quando l’assolo di batteria diventa un numero da concerto

“Toad” comparve già su Fresh Cream nel 1966 come un brano di poco più di cinque minuti costruito intorno a un lungo assolo di batteria: uno dei primi esempi di questa forma all’interno di un album rock. La versione che ne fissò definitivamente la fama è però un’altra. Sul doppio Wheels of Fire del 1968 finì la registrazione effettuata il 7 marzo 1968 al Fillmore Auditorium di San Francisco, nella quale “Toad” supera i sedici minuti.

Sedici minuti di assolo dentro un album di enorme successo non erano soltanto un esercizio di virtuosismo. Nel fraseggio sui tom, negli spostamenti di accento, nella costruzione per sezioni e nell’uso di cellule ritmiche che si trasformano progressivamente si sente la formazione jazzistica di Baker e l’interesse per le strutture ritmiche africane. Riascoltato da questa prospettiva, “Toad” racconta molto più della nascita del classico assolo di batteria da concerto.

Una delle scelte che resero immediatamente riconoscibile Baker fu naturalmente la doppia cassa. Il batterista raccontò di aver deciso di adottarla dopo aver assistito nel 1966, insieme a Keith Moon, a un concerto di Duke Ellington nel quale Sam Woodyard utilizzava due grancasse e costruiva figure particolarmente elaborate sui tom. Moon si procurò rapidamente due kit Premier da combinare; Baker dovette invece attendere che Ludwig realizzasse un set secondo le proprie specifiche.

È importante però non trasformare la doppia cassa in una specie di trucco tecnico. Due grancasse non permettevano magicamente di suonare cose impossibili con una sola: offrivano piuttosto a Baker un’altra voce, due timbri gravi e la possibilità di alternare i piedi mantenendo una continuità diversa fra grancasse, tom e mani. È questa concezione orchestrale del set, molto più della semplice velocità, ad aver lasciato il segno.

Lagos, il Sahara e uno studio in Africa occidentale

Il rapporto di Baker con l’Africa era cominciato prima dell’avventura nigeriana. Nel 1970 andò in Ghana a trovare il percussionista Guy Warren, ascoltò alla radio la nuova musica che arrivava dalla Nigeria e raggiunse Lagos, dove riallacciò i rapporti con Fela Kuti, conosciuto anni prima a Londra. In quel periodo prese forma anche il progetto di costruire uno studio di registrazione.

Nel novembre del 1971 arrivò poi una delle imprese più assurde della sua biografia: raggiungere la Nigeria via terra attraversando il Sahara con una Range Rover. Il regista Tony Palmer documentò il viaggio e ne ricavò Ginger Baker in Africa, trasmesso dalla BBC nel 1973. Non è un semplice documentario musicale: è quasi un road movie in cui una delle rockstar più note del momento attraversa l’Africa per incontrare musicisti, ascoltare quello che succede sul posto e provare a costruirvi uno studio.

Lo studio, chiamato Batakota e conosciuto anche come ARC Studios, aprì alla fine di gennaio del 1973 nei pressi di Lagos dopo una lunga serie di problemi tecnici e logistici. Era una struttura a 16 tracce, generalmente indicata come il primo studio di questo livello nell’Africa occidentale, e poteva offrire ai musicisti locali possibilità di produzione fino a quel momento molto difficili da trovare nell’area.

Nel frattempo Baker aveva sviluppato un rapporto sempre più stretto con Fela Kuti. Il 25 luglio 1971 partecipò alla celebre registrazione di Live! agli EMI Studios di Abbey Road, davanti a un piccolo pubblico invitato. È bene precisare un dettaglio che spesso si perde nei racconti più sbrigativi: il motore ritmico degli Africa ’70 rimaneva Tony Allen. In “Let’s Start” e “Black Man’s Cry” è Allen a occupare il drum set; in “Ye Ye De Smell” ed “Egbe Mi O” Baker si aggiunge alla batteria e i due suonano insieme, creando un dialogo fra due concezioni ritmiche molto differenti.

«Capisce il beat africano più di qualsiasi altro occidentale.» (Tony Allen)

È forse questo il complimento che spiega meglio il rapporto di Baker con quella musica. Non arrivò a Lagos per prendere qualche ritmo, infilarlo dentro un pezzo rock e tornarsene a casa. Cercò di suonare con quei musicisti, di capire la logica delle loro parti e, quando era necessario, di stare semplicemente dentro il groove invece di mettersi davanti.

Nel 1972 arrivò Stratavarious, con Fela e il chitarrista Bobby Tench, accreditato all’epoca anche come Bobby Gass. Alla ARC passò poi Paul McCartney: durante le sessioni nigeriane di Band on the Run, i Wings trascorsero una giornata nello studio di Baker e vi registrarono “Picasso’s Last Words (Drink to Me)”. Baker partecipò alla registrazione usando anche una latta riempita di ghiaia come shaker. Il resto del materiale inciso in Nigeria per l’album venne realizzato principalmente negli studi EMI di Lagos, prima degli overdub completati a Londra.

Uno studio a 16 tracce a Lagos nel 1973 non era un capriccio da rockstar: era un investimento concreto in una scena musicale nella quale Baker aveva deciso di immergersi davvero.

Dopo i Cream, una formazione dopo l’altra

Se scorrete l’elenco delle formazioni attraversate da Baker dopo il 1968, ci leggete la sua indisponibilità a stare fermo, ma anche una certa difficoltà a durare. Nel 1969 arrivarono i Blind Faith, con Clapton, il bassista Ric Grech dei Family e Steve Winwood dei Traffic a tastiere e voce: un album soltanto, seguito dallo scioglimento.

Nel 1970 Baker mise quindi in piedi la Ginger Baker’s Air Force, una formazione molto più ampia nella quale rock, jazz, soul e musica africana convivevano apertamente. Nella prima incarnazione passarono musicisti come Winwood, Grech, Graham Bond, Denny Laine, Chris Wood, Phil Seamen e il percussionista Remi Kabaka. Più che un’altra rock band, era quasi un laboratorio nel quale Baker cercava di far convivere tutto ciò che aveva ascoltato fino a quel momento.

Dal 1974 al 1976 tenne in piedi la Baker Gurvitz Army con i fratelli Paul e Adrian Gurvitz, pubblicando tre album. Nel 1980 entrò negli Hawkwind per le sessioni di Levitation e partecipò al tour successivo, lasciando il gruppo nel 1981. Fra settembre e novembre del 1985 registrò con Bill Laswell Horses & Trees, pubblicato nel 1986; nello stesso periodo suonò anche come ospite su Album dei Public Image Ltd di John Lydon.

Gli anni Novanta portarono due incontri particolarmente significativi nel suo percorso maturo. Nel 1992 incise Sunrise on the Sufferbus con i Masters of Reality; poco dopo rimise insieme un trio elettrico con Jack Bruce e il chitarrista Gary Moore sotto la sigla BBM, che nel 1994 pubblicò Around the Next Dream.

Sempre nel 1994 arrivò il Ginger Baker Trio con il contrabbassista Charlie Haden e il chitarrista Bill Frisell. Nessun tentativo di rifare i Cream: era jazz suonato con due dei musicisti più autorevoli della scena americana. Baker tornava, ancora una volta, al punto da cui era partito.

E non sarebbe stato l’ultimo ritorno. Nel 2014, a settantaquattro anni e con condizioni fisiche già complicate, pubblicò Why? con i Ginger Baker’s Jazz Confusion: Pee Wee Ellis al sax tenore, Alec Dankworth al basso e il percussionista ghanese Abass Dodoo. Nell’album convivevano brani legati al jazz, blues, composizioni di Baker e ritmi africani. A quasi mezzo secolo da Fresh Cream, chi si aspettava un’operazione nostalgia ricevette invece un disco di jazz. Non esattamente una sorpresa, se si era ascoltato quello che Baker aveva continuato a dire per tutta la vita.

Un batterista, e basta

Baker preferiva essere considerato un batterista jazz, o semplicemente un batterista, e non nascose mai il fastidio per l’idea che i Cream fossero fra i progenitori dell’heavy metal. Un paradosso, perché proprio il metal avrebbe assorbito molto dalla potenza, dalla concezione ritmica e dall’uso della doppia cassa sviluppati da musicisti come lui. Baker, però, non aveva alcuna intenzione di riconoscersi in quella discendenza.

Il conto personale fu molto più pesante. Baker lottò per decenni con la dipendenza dall’eroina e raccontò di essere riuscito a smettere e ricaduto qualcosa come ventinove volte. Nel 1981 si trasferì in Toscana e tentò per un periodo di vivere coltivando olivi. L’esperimento agricolo non fu esattamente uno dei suoi progetti meglio riusciti, ma segna uno dei tanti momenti in cui la sua vita sembrò ripartire da zero.

I riconoscimenti arrivarono soprattutto per il capitolo più famoso della sua carriera. Nel 1993 i Cream entrarono nella Rock and Roll Hall of Fame e Baker, Bruce e Clapton tornarono a esibirsi insieme per la prima volta dopo molti anni. Nel 2005 arrivò la vera reunion, con quattro concerti alla Royal Albert Hall di Londra in maggio e tre serate al Madison Square Garden di New York in ottobre.

Nel 2008 Baker entrò nella Modern Drummer Hall of Fame; nel 2009 uscì l’autobiografia Hellraiser. Nel 2012 il documentario di Jay Bulger Beware of Mr. Baker contribuì a presentarlo a una nuova generazione e vinse il Grand Jury Prize nella categoria documentari al South by Southwest di Austin. Il titolo era appropriato: il film si apre e si chiude attorno a una scena nella quale Baker colpisce lo stesso Bulger con il bastone. A quanto pare il regista aveva scelto bene il soggetto, un po’ meno bene la distanza di sicurezza.

Nel 2016 Rolling Stone lo collocò al terzo posto nella propria classifica dei cento migliori batteristi di sempre. Negli stessi anni, però, i problemi di salute diventarono sempre più seri. Baker soffriva di broncopneumopatia cronica ostruttiva e di una dolorosa osteoartrosi degenerativa; nel 2016 subì inoltre un intervento a cuore aperto. Morì il 6 ottobre 2019 in ospedale a Canterbury, nel Kent, a ottant’anni.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Ginger Baker

1. Chi era Ginger Baker?
Peter Edward Baker, batterista britannico nato a Lewisham il 19 agosto 1939 e morto a Canterbury il 6 ottobre 2019. Formatosi nel jazz e profondamente influenzato da Phil Seamen, deve la propria fama mondiale soprattutto ai Cream con Jack Bruce ed Eric Clapton.

2. Perché Ginger Baker è considerato così importante?
Perché portò nel rock un modo di suonare derivato dal jazz e dai ritmi africani, trattando la batteria come uno strumento capace di dialogare alla pari con basso e chitarra. Groove come quelli di Sunshine of Your Love e White Room, insieme all’uso della doppia cassa, influenzarono generazioni di batteristi.

3. Che cos’è Toad?
Un brano dei Cream costruito intorno a un lungo assolo di batteria. Nella versione in studio su Fresh Cream del 1966 dura poco più di cinque minuti; la celebre registrazione dal vivo del 7 marzo 1968 al Fillmore Auditorium, pubblicata su Wheels of Fire, supera i sedici minuti.

4. Che cosa fece in Nigeria?
All’inizio degli anni Settanta si legò alla scena di Lagos e a Fela Kuti, attraversò il Sahara via terra e investì nella costruzione dei Batakota/ARC Studios, uno studio a 16 tracce aperto alla fine di gennaio del 1973 e generalmente indicato come il primo di questo livello nell’Africa occidentale. Con Fela registrò anche il celebre Live! del 1971.

5. Era davvero un batterista rock?
Baker non si considerava tale. Veniva dal jazz, aveva assorbito soprattutto il linguaggio di Max Roach e Baby Dodds e trovò in Phil Seamen il proprio grande mentore. Continuò a tornare al jazz fino agli ultimi anni: nel 2014 pubblicò Why? con i Ginger Baker’s Jazz Confusion.

Baker resta uno di quei musicisti la cui reputazione pubblica poggia soltanto su una parte del proprio lavoro. Lo ricordiamo soprattutto per poco più di due anni nei Cream e per un assolo di sedici minuti; il suo percorso reale parte dai club jazz di Londra, passa per Fela Kuti e uno studio a 16 tracce a Lagos e arriva fino a Charlie Haden, Bill Frisell e ai Ginger Baker’s Jazz Confusion.

Se volete andare oltre il personaggio, il punto di ingresso non deve necessariamente essere “Toad”. Provate con il groove apparentemente elementare di “Sunshine of Your Love”, con il 5/4 di “White Room”, con le registrazioni africane dei primi anni Settanta e con il jazz degli anni Novanta e Duemila. Lì si sente con maggiore chiarezza ciò che Baker continuò a sostenere per tutta la vita: prima delle etichette, delle classifiche e della fama dei Cream, per lui veniva una cosa sola. Essere un batterista.



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