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Aggiramenti cromatici: far suonare giusta ogni nota

Cos'è un aggiramento cromatico, perché la nota d'arrivo deve cadere sul tempo forte e come incatenare doppio e triplo aggiramento nel fraseggio bebop.

Nel fraseggio musicale non esistono note sbagliate, esistono solo note risolte male. Una nota che cade nel posto giusto suona giusta, anche quando armonicamente sembrerebbe stonata. La stessa nota che cade nel posto sbagliato suona come un errore.

Lo strumento che governa questo passaggio si chiama aggiramento, l’enclosure della terminologia inglese. È un concetto che fa la differenza tra chi improvvisa per tentativi e chi controlla davvero dove va la frase. Prova ad applicarlo sullo strumento e ti accorgi subito che le domande arrivano da sole, le stesse a cui rispondono i prossimi paragrafi: quando qualcosa non torna, quasi sempre il problema sta in uno di questi snodi.

Cos’è un aggiramento e perché serve?

Un aggiramento è un modo per non prendere una nota di petto. Invece di andare direttamente sulla nota che ti interessa, la avvicini: passi prima da una nota vicina, poi dall’altra, e solo alla fine arrivi sul bersaglio. Da qui il nome inglese enclosure, perché letteralmente la nota d’arrivo non si prende di petto, la si avvicina da entrambi i lati con le note d’approccio.

La sua funzione va oltre l’abbellimento. L’aggiramento è anche una formula di risoluzione delle frasi che non vanno come dovrebbero. Se stai finendo su una nota che rischia di cadere in anticipo, in ritardo o fuori dall’accordo, l’aggiramento ti permette di rimettere in carreggiata la frase e farla diventare una scelta voluta. Non è un trucco: è un modo per sistemare di continuo il fraseggio, così che regga in ogni passaggio.

Lo stesso principio di tensione e ritorno lo ritrovi nell’improvvisazione fuori scala spiegata in come improvvisare out senza perderti.

Ogni frase può diventare, ogni nota può diventare una nota giusta se la impariamo a risolvere nella maniera corretta.

Tradotto in pratica: con gli aggiramenti, diatonici ma soprattutto cromatici, nessuna nota è condannata in partenza. È quella la promessa concreta che regge l’intero discorso.

Che differenza c’è tra aggiramento diatonico e cromatico?

La distinzione riguarda quali note usi per avvicinarti al bersaglio. In sintesi: l’aggiramento diatonico approccia la nota con le note vicine che appartengono alla scala del momento; quello cromatico la approccia per semitono sotto e sopra, anche con note esterne alla scala, e si può applicare a qualunque nota, comprese le alterazioni.

L’aggiramento diatonico usa le note della scala che hai in quel momento sull’accordo. Sei in Do maggiore e vuoi arrivare sul Do? Lo aggiri con le note vicine che appartengono alla scala: la nota sotto, la nota sopra, e infine la nota interessata. Niente di esterno, tutto resta dentro l’armonia del momento.

L’aggiramento cromatico apre invece un mondo molto più ampio. Il caso base è l’approccio per semitono sotto e semitono sopra: arrivi alla nota bersaglio passando da due note distanti un semitono, una sopra e una sotto, e queste note possono stare anche fuori dalla scala. È proprio questo a dare quel colore inconfondibile.

L’aggiramento cromatico: la nota bersaglio si raggiunge dopo due note di approccio per semitono, una sopra e una sotto.

La meccanica resta la stessa nei due casi, ed è bene fissarla con precisione perché è il cuore di tutto.

Il cromatico è potente perché puoi applicarlo a qualunque nota, comprese le alterazioni. Se in quel momento stai pensando a un accordo di settima, puoi aggirare la nona, la nona minore, qualsiasi nota di tensione ti interessi mettere in evidenza.

Vale la pena soffermarsi su questa libertà. È proprio quella a cambiare il modo di pensare la frase. Con il diatonico resti ancorato all’armonia di partenza e ottieni un suono ordinato, prevedibile, che funziona benissimo quando vuoi chiarezza. Con il cromatico, invece, introduci di proposito note che non appartengono alla scala, e quella tensione momentanea è ciò che dà sapore al fraseggio. La nota esterna non è un errore da nascondere: è un colore che metti e poi risolvi, sapendo in anticipo dove andrai a cadere.

Prendo la nota sotto, la nota sopra e la nota interessata, oppure la nota sopra, la nota sotto e la nota interessata: questo è l’aggiramento.

Perché la nota d’arrivo deve cadere sul tempo forte?

Quando aggiri una nota, la nota d’arrivo deve cadere sul tempo forte, sul battere, per ragioni ritmiche. È la regola che salva o rovina l’aggiramento, e va memorizzata prima di ogni altra cosa.

Il motivo è ritmico, non armonico. Se chiudi l’aggiramento in levare, l’effetto suona strano: la nota giusta arriva in un punto in cui l’orecchio non se l’aspetta, e la frase perde stabilità. Non è necessariamente un divieto, ma deve essere una scelta consapevole, non un incidente.

Il modo pratico per orientarti è porti una domanda prima ancora di suonare.

Ti poni questa domanda: in questa frase, qual è la nota che vorrei evidenziare, la nota sulla quale vorrei cadere?

Individuata quella nota, costruisci l’aggiramento all’indietro, in modo che il bersaglio finisca proprio sul battere. Se ti accorgi che cadrebbe in levare, hai due strade: anticipare o ritardare la frase di partenza, oppure aggiungere un altro aggiramento o un cromatismo che riallinei il tutto al tempo forte.

Il senso del tempo che decide dove cade ogni accento lo approfondisci in groove e timing sulla chitarra.

Questo è il punto in cui la maggior parte degli studenti si ferma: suona aggiramenti corretti sulla carta che però cadono nel posto sbagliato. La nota è giusta, ma il timing la fa suonare come un errore.

Come si incatenano doppio e triplo aggiramento?

Una volta che il singolo aggiramento è solido, puoi cominciare a sovrapporne più di uno. È qui che il concetto diventa più articolato, e anche estremamente espressivo.

Il doppio aggiramento funziona così: cominci ad aggirare una nota, ma invece di risolverla subito la lasci sospesa. Salti su un’altra nota, di solito la terza, aggiri quella, e solo dopo torni a prendere la nota che avevi lasciato in sospeso.

Posso suonare due aggiramenti: si chiama doppio aggiramento. Questa dovrebbe essere aggirata ma la lascio sospesa, salto la terza.

Il triplo aggiramento spinge la stessa idea un passo oltre: lasci sospese due note, aggiri la terza, poi risolvi una alla volta le note rimaste in attesa. Il gioco è tutto qui, nel decidere quanta tensione mettere e quanto farla durare. Quella scelta la fai tu, nota per nota, e definisce il carattere della frase.

Lo stesso principio spiega perché tante frasi complesse del repertorio sembrano indecifrabili. Quando ascolti un assolo pieno di note che apparentemente non c’entrano con nessuna scala, spesso non stai sentendo una scala strana: stai sentendo una nota bersaglio aggirata e ritardata, con cromatismi che la avvolgono prima della risoluzione.

Perché gli aggiramenti compaiono così spesso nel bebop?

C’è una ragione tecnica per cui questo materiale è ovunque nel linguaggio di Charlie Parker, e non è un vezzo stilistico. Nasce dal modo in cui si suona.

Quando fraseggi con tanti intervalli e procedi in modo verticale con gli arpeggi, per forza di cose salti delle note. Quelle note saltate non spariscono: le ripeschi subito dopo, e il modo più naturale per ripescarle è cromatico. L’aggiramento, in altre parole, viene quasi di conseguenza.

Suonando con tanti intervalli l’aggiramento viene quasi di conseguenza: se suono in modo verticale con gli arpeggi salto delle note, e quelle note che salto le ripesco dopo, cromaticamente oppure no.

Ecco perché non puoi separare gli aggiramenti dal resto del vocabolario. Si combinano con arpeggi, intervalli e frammenti di scala, e tutti questi elementi insieme danno un fraseggio fluido e ricco.

Il salto per arpeggi al posto della scala, la stessa logica verticale di Parker, la trovi in la rivoluzione verticale di Charlie Parker.

Da dove si comincia, in pratica?

L’errore più comune è provare a suonare tutto questo in velocità. Non funziona, e non per un limite di tecnica.

Il percorso è progressivo e ha una sua logica precisa. Si parte dagli aggiramenti diatonici su una triade, maggiore e minore. Poi si aggiungono i cromatici, il semitono sopra e sotto, restando ancora sulle note della triade. Da lì si estende il lavoro alle note dell’accordo, alle estensioni, alla settima, alla nona, fino alle alterazioni di un accordo di dominante.

L’ultimo passo è applicarlo su un giro di accordi: prima un II-V-I, poi un intero standard, dove su ogni singolo accordo sai esattamente quali sonorità puoi ottenere con i tuoi aggiramenti.

Se lo fai molto lentamente impari a pensare lentamente, a sviluppare il fraseggio: è un concetto che non si riesce non solo a suonare, ma anche a pensare velocemente.

La velocità arriva da sola, e arriva dopo. Prima si pensa lento, si acquisisce il movimento, e solo quando il pensiero è diventato automatico si comincia ad accelerare. Saltare questo passaggio significa suonare aggiramenti che non controlli, e tornare al punto di partenza: la nota giusta che arriva nel momento sbagliato.

Il filo che lega tutto resta sempre lo stesso. Non è questione di sapere più note, ma di sapere dove farle cadere e quando. Quando questa abitudine entra nelle dita e nella testa, smetti di temere le note esterne e cominci a usarle come strumenti precisi, esattamente al punto in cui servono.


Alessio Menconi è un chitarrista con cattedra di chitarra jazz al Conservatorio Niccolò Paganini di Genova. Ha registrato oltre cinquanta dischi e suonato in teatri e festival jazz di oltre quaranta paesi, condividendo il palco con Billy Cobham, Jimmy Cobb, Paolo Conte e Jeff Berlin. Nel 2012 è stato inserito come unico italiano nella compilation de La Stampa dedicata ai più grandi chitarristi del mondo.

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Alessio Menconi, chitarrista con cattedra di chitarra jazz al Conservatorio di Genova, nel videocorso Musicezer Il Bebop dalla A alla Z guida nota per nota tutto il vocabolario del bebop, dagli aggiramenti diatonici e cromatici fino ai giri di accordi completi.

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