Nella chitarra standard tutto ruota attorno alla sequenza EADGBE. Un sistema razionale e collaudato, costruito per coprire la tastiera con efficienza. Eppure, molti dei riff e delle composizioni più riconoscibili della storia del rock, del blues e della musica folk non sarebbero mai nati rispettando quella geometria. Sarebbero rimasti idee incompiute, troppo scomode da eseguire, o semplicemente impossibili da concepire su uno strumento accordato in modo convenzionale.
Le accordature alternative non sono una scorciatoia. Sono un cambio di prospettiva, un modo radicalmente diverso di ascoltare e pensare alla tastiera.
Accordature aperte e accordature modali
Si definisce accordatura alternativa qualsiasi configurazione delle sei corde diversa dallo standard EADGBE. All’interno di questa macro-categoria esistono due famiglie principali:
- le accordature aperte, che restituiscono un accordo maggiore o minore completo suonando le corde a vuoto (una configurazione usata anche dai chitarristi slide);
- le accordature modali, che non creano come sopra un accordo maggiore o minore ma una configurazione armonica sospesa (quarta sospesa o altro). La distinzione non è solo teorica: determina il carattere dello strumento, le possibilità armoniche disponibili e il tipo di musica che ne emerge, che chiaramente poggia moltissimo sulla creatività del musicista che ne viene “consapevolmente ispirato”.
Keith Richards, Ry Cooder e la sesta corda che non c’è
L’Open G è probabilmente l’accordatura aperta più influente nella storia del rock. Le sei corde vengono accordate D G D G B D, così che suonandole a vuoto si ottiene direttamente un accordo di Sol maggiore.
Ma nel caso di Keith Richards c’è un dettaglio che cambia tutto: il chitarrista dei Rolling Stones rimuove fisicamente la sesta corda, quella più grave, che in Open G sarebbe accordata in D, trasformando lo strumento in una chitarra a cinque corde. Il risultato è un accordo di G con la fondamentale come nota più bassa: più pulito, più diretto.
Richards ha sempre raccontato apertamente di aver imparato l’Open G da Ry Cooder nel 1968. Cooder stava accordando la chitarra come un banjo, attingendo alla tradizione del blues del Mississippi, e Richards rimase colpito da quel suono. «Gli ho fregato tutto quello che potevo»* (Keith Richards).
Da quel momento l’Open G è diventata la base di una serie di riff che hanno segnato la storia del rock, con gli accordi costruiti con minimi spostamenti della mano sinistra, corde a vuoto usate come droni, groove che sembrano elementari ma poggiano su una coerenza armonica tutt’altro che banale.
Il DADGAD: dall’oud marocchino alla musica celtica
Se l’Open G affonda le radici nel blues americano, il DADGAD compie un percorso geografico opposto. L’accordatura fu sviluppata dal chitarrista folk britannico Davey Graham nei primi anni Sessanta, durante un viaggio in Marocco in cui rimase affascinato dal suono dell’oud e dalla musica tradizionale araba. Graham era convinto che esistesse un filo diretto tra la musica orientale e quella folk celtica e irlandese, e cercò uno strumento teorico e pratico per dimostrarlo.
Il risultato è tecnicamente un accordo di Re sospeso di quarta (Dsus4) suonato a vuoto: né maggiore né minore, una zona di ambiguità tonale aperta e fertile. Proprio per questa caratteristica il DADGAD si è rivelato perfetto per la musica celtica e irlandese, dove i droni delle cornamuse trovano nella chitarra un alleato naturale.
Mícheál Ó Domhnaill e Dáithí Sproule sono stati tra i primissimi chitarristi a portarlo nella tradizione irlandese, costruendo un linguaggio di accompagnamento che ancora oggi è il riferimento principale per quel repertorio.
Il DADGAD ha poi trovato spazio anche nel rock: Jimmy Page lo ha usato per Black Mountain Side, ispirato direttamente dall’arrangiamento di Davey Graham del brano tradizionale irlandese Blackwater Side, e poi per Kashmir, la ballata che apre il lato B di Physical Graffiti (1975).
Nel fingerstyle contemporaneo il principale ambasciatore di questa accordatura è Pierre Bensusan, chitarrista e compositore francese nato in Algeria, che l’ha adottata come unico linguaggio compositivo ed esecutivo per tutta la carriera.
Drop D e Joni Mitchell: le altre strade
Non tutte le accordature alternative richiedono una rimappatura totale della tastiera. Il Drop D, dove basta abbassare di un tono la sola sesta corda da E a D, è la più diffusa nel rock moderno e nel metal: permette potenti power chord su tre corde con un dito solo, senza stravolgere il resto dello strumento.
L’Open D (D A D F# A D) ha invece radici nel blues acustico e nel folk. Joni Mitchell ha fatto delle accordature non standard una caratteristica distintiva della propria scrittura per chitarra: sul suo sito ufficiale è documentato l’uso di oltre cinquanta configurazioni diverse nel corso della carriera, con Both Sides Now in Open D tra gli esempi più noti. Un approccio che pochi chitarristi hanno mai spinto con la stessa intraprendenza.
Il disorientamento come punto di partenza
Chiunque abbia provato a cambiare accordatura conosce la sensazione: la mappa della tastiera che si conosce a memoria smette di funzionare. Scale, accordi, posizioni familiari vanno rimappati da zero. È una frustrazione concreta, che spiega perché molti chitarristi evitano questo territorio.
Ma è esattamente lì che si nasconde il valore più profondo delle accordature alternative. Senza la rete di sicurezza dello standard, l’orecchio torna a guidare le mani, non il contrario. Il consiglio pratico rimane quello di iniziare dall’Open G o dal Drop D, le più accessibili, prima di affrontare il DADGAD.
E, quando possibile, di tenere una chitarra dedicata a ciascuna accordatura, che poi è il modo più efficace per smettere di rimandare.










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