Con questo articolo diamo il via a una serie di approfondimenti dedicati a Yamaha e al suo Disklavier, uno strumento che mi ha letteralmente cambiato la prospettiva su cosa possa significare oggi il termine “pianoforte”.
Nei prossimi articoli esploreremo insieme le funzioni, le applicazioni pratiche, le possibilità didattiche, creative e professionali che questo strumento offre. Oggi, però, partiamo dall’inizio: cos’è il Disklavier, da dove viene e dove è arrivato.
Un pianoforte acustico… ma non solo
Il Disklavier è, a tutti gli effetti, un pianoforte acustico Yamaha. Meccanica, corde, martelli, pedali, suono vero. La differenza rispetto a un pianoforte tradizionale sta in quello che c’è dentro: un sistema di sensori ottici e attuatori elettromeccanici che permettono allo strumento di registrare e riprodurre un’esecuzione con una precisione che va ben oltre ciò che siamo abituati a pensare quando parliamo semplicemente di protocollo MIDI e di file MIDI.
Ogni tasto, ogni martello, ogni pedale — ogni minimo gesto del pianista — viene catturato e, in fase di riproduzione, ricreato fisicamente dallo strumento. Non campioni, non sintesi, non una “base” che parte dagli altoparlanti. Il pianoforte si muove da solo: i tasti scendono, i pedali si abbassano, le corde vibrano. Esattamente come se ci fosse un pianista seduto davanti allo strumento.
Cenni storici parte
La storia del Disklavier si inserisce in una storia molto più lunga: quella del pianoforte come strumento in continua trasformazione. Il pianoforte, infatti, non è mai stato uno strumento “fermo”. Dalla meccanica di Bartolomeo Cristofori in poi, la sua evoluzione è sempre stata fatta di modifiche, invenzioni, tentativi, nuove soluzioni tecniche, nuovi modi di rispondere al gesto del musicista.
In questo senso il Disklavier non è una stranezza tecnologica applicata a un pianoforte, ma è una tappa molto importante di questa evoluzione.
Negli anni Settanta iniziano a comparire i primi sistemi automatici basati su solenoidi, cioè componenti elettromeccanici capaci di mettere fisicamente in movimento i tasti di un pianoforte. L’idea non era completamente nuova: il pianoforte automatico esisteva già da molto tempo.
Ma qui il discorso cominciava a diventare diverso, perché non si trattava più soltanto di far “suonare da solo” uno strumento, ma di registrare e riprodurre un’esecuzione con un livello di controllo sempre più preciso.
Nel 1987 Yamaha porta questa idea a un livello superiore e presenta in Nord America il primo Disklavier: il modello MX100A, basato sul verticale U1.
Il nome stesso racconta molto della sua epoca: “Disklavier” nasce dall’unione tra “disk”, cioè il floppy disk utilizzato per archiviare le registrazioni, e “Klavier”, parola tedesca che significa tastiera o pianoforte. Oggi può far sorridere pensare a un pianoforte così avanzato che salva le proprie esecuzioni su floppy disk da 3,5 pollici, ma in quel momento era una soluzione assolutamente moderna.
Il primo MX100A aveva già un sistema di registrazione molto sofisticato per l’epoca, perché includeva sensori sui martelli, una caratteristica che molti altri sistemi automatici non avevano. I pedali, invece, venivano registrati in modo ancora molto semplice: acceso o spento, giù o su. Nessuna sfumatura intermedia. Molte funzioni che oggi diamo quasi per scontate erano già presenti: il controllo del tempo, la trasposizione e la possibilità di collegarsi con dispositivi MIDI esterni.
Poco dopo arriva l’MX100B, molto simile al primo modello, ma con alcune piccole differenze pratiche. Una delle più evidenti era il colore del display LED dell’unità di controllo, passato dal rosso al verde.
Questi primi modelli precedono la diffusione dello Standard MIDI File, il formato che oggi conosciamo e usiamo normalmente. Per questo motivo registravano in un formato proprietario Yamaha chiamato E-SEQ, archiviato su floppy disk a doppia densità. I Disklavier moderni non registrano più in questo formato, ma sono comunque in grado di leggerlo e, in alcuni casi, convertirlo.
Nel 1989 Yamaha comincia poi a portare il sistema Disklavier anche sui pianoforti a coda. Nascono così i cosiddetti “Wagon Grand Disklavier”, chiamati in questo modo perché l’unità di controllo era inserita in un mobile piuttosto grande, montato su ruote.
Non era certo discreto come i sistemi attuali, ma rappresentava un passaggio importantissimo: il Disklavier non era più soltanto un verticale tecnologico, ma entrava anche nel mondo dei pianoforti a coda.
Questi modelli mantenevano i sensori sui martelli, ma introducevano anche un miglioramento molto importante sui pedali: non più soltanto acceso o spento, ma 16 livelli di registrazione. Per l’espressività pianistica era un passo avanti notevole.
All’inizio degli anni Novanta arrivano poi i sistemi Mark II e Mark IIXG. Il Mark II debutta nel 1990 e porta con sé un’unità di controllo più evoluta, più opzioni per la gestione dei file, una migliore configurazione MIDI e la possibilità di leggere file MIDI standard di tipo 0. Nel 1992 arriva il Mark IIXG, ancora più interessante per chi guarda il Disklavier non solo come pianoforte, ma anche come strumento di produzione musicale.
Al suo interno troviamo un generatore sonoro con 128 suoni General MIDI, drum kit, il set esteso Yamaha XG, registrazione multitraccia, supporto ai file SMF Type 0 e Type 1, memoria interna, funzioni più avanzate di gestione dei brani, supporto migliorato all’interazione MIDI con il computer e possibilità di aggiornamenti firmware.
Sempre in questo periodo compaiono anche alcuni modelli verticali U1 dotati di sistema Silent. In pratica il pianista poteva suonare con la normale corsa del tasto, ma senza che il martello colpisse la corda, ascoltando in cuffia un suono digitale di pianoforte.
Anche questo è un dettaglio importante, perché ci fa capire come Yamaha non stesse lavorando solo sull’idea del pianoforte che suona da solo, ma su un concetto più ampio: un pianoforte acustico capace di dialogare con il mondo digitale, con il MIDI, con la registrazione, con lo studio, con la didattica e con nuove modalità di ascolto.
Il Disklavier oggi si chiama ENSPIRE
Nel gennaio 2016 Yamaha ha introdotto il Disklavier ENSPIRE, una generazione completamente rinnovata del suo pianoforte capace di suonare, registrare e riprodurre un’esecuzione pianistica con un livello di precisione davvero impressionante. Oggi, quando parliamo di Disklavier, parliamo di uno strumento che non va pensato solo come “pianoforte automatico”. Sarebbe riduttivo.
L’ENSPIRE è un pianoforte acustico, ma è anche un sistema di registrazione, un sistema di riproduzione, uno strumento per la didattica, per la composizione, per la produzione musicale, per il concerto, per la ricerca e per tante applicazioni che vedremo nei prossimi articoli.
È disponibile in diversi modelli, dai verticali fino ai Gran coda da concerto, ed è proposto in versioni differenti, tra cui ST e PRO:
- La versione ST offre già funzionalità complete di registrazione e riproduzione, il sistema Yamaha SILENT Piano™ e il sistema Servo Drive DSP, con accesso a brani incorporati e a numerose performance scaricabili tramite i servizi Yamaha.
- La versione PRO, destinata agli strumenti più grandi, spinge ancora più in alto la risoluzione della registrazione e della riproduzione. Qui entra in gioco anche la tecnologia AccuPlay di Yamaha, un sistema avanzato che monitora in tempo reale ciò che avviene durante la riproduzione: tasti, martelli, pedali, solenoidi. In pratica lo strumento non si limita a “ricevere dei dati” e a muoversi. Controlla continuamente il proprio comportamento per riprodurre l’esecuzione nel modo più accurato possibile.
La gestione del rilascio del tasto
Una delle cose che mi ha colpito di più riguarda la gestione del rilascio del tasto. Quando un pianista suona, noi pensiamo spesso all’attacco della nota: quanto forte preme il tasto, con quale velocità, con quale intenzione. Ma il rilascio è altrettanto importante.
Il modo in cui un tasto viene rilasciato influisce sul comportamento dello smorzatore, cioè su quanto velocemente la corda viene fermata. E questo fa parte dell’espressione musicale. In molti sistemi automatici il rilascio del tasto viene gestito in modo standardizzato: ogni tasto viene rilasciato più o meno nello stesso modo. Il risultato può essere corretto, ma perde una parte fondamentale del gesto umano.
Nel Disklavier ENSPIRE, invece, anche questo aspetto viene considerato. Il rilascio non è un dettaglio secondario, ma fa parte dell’esecuzione. Ed è proprio qui che lo strumento comincia a diventare davvero interessante: non riproduce soltanto le note, ma cerca di ricostruire il comportamento fisico del pianoforte e il gesto del pianista.
Connessioni
Lo strumento offre connettività wireless, compatibilità con smartphone e tablet, servizi di streaming, accesso a performance registrate, connessione di rete, wireless MIDI, USB to Host, ingressi e uscite audio e molto molto altro.
Tutte queste connessioni non sono semplicemente “accessori”. Sono porte aperte verso tanti utilizzi diversi: registrare una performance, studiarla, analizzarla, far dialogare il pianoforte con una DAW, usarlo in un contesto didattico, collegarlo a sistemi audio e video, oppure inserirlo in progetti più complessi dove musica, tecnologia e performance dal vivo si incontrano.
Nei prossimi articoli vedremo proprio come sfruttare al meglio queste possibilità, partendo dalle connessioni più semplici fino ad arrivare agli utilizzi più avanzati.
…e in ambito didattico?
In ambito didattico le possibilità sono notevoli, e ne parleremo approfonditamente nei prossimi articoli. Ecco solo qualche accenno: la registrazione ad alta risoluzione permette di analizzare l’esecuzione propria e altrui con un livello di dettaglio fino ad ora impossibile da raggiungere con un normale sistema MIDI. Si può riascoltare una performance non come semplice audio, ma come movimento reale dello strumento. Si possono osservare le dinamiche, i pedali, l’articolazione, il rapporto tra gesto e suono.
Con questi presupposti si possono immaginare masterclass a distanza, lezioni da remoto, concerti condivisi tra luoghi diversi, attività di composizione, arrangiamento, produzione musicale.
La didattica attraverso un Disklavier può subire una trasformazione interessante a qualunque livello e in qualunque istituzione scolastica: Conservatori, Accademie, scuole di musica, corsi di tecnologia musicale, percorsi di composizione, seminari di musica applicata e di music production. Non sostituisce il docente, non sostituisce il pianista e non sostituisce lo studio. Apre però nuove possibilità. E questo, per chi si occupa di musica, didattica e tecnologia, è un punto di partenza molto importante.
Il 14 maggio, a Castrezzato: non mancate!
Se avete curiosità di vedere e sentire il Disklavier dal vivo — e vi assicuro che è tutta un’altra cosa rispetto a guardarne un video — segnate in agenda il 14 maggio: Cavalli Musica a Castrezzato, in provincia di Brescia, ospita un evento dedicato proprio al Disklavier Experience. Sarà un’occasione per toccare con mano lo strumento, capire cosa può fare nella pratica quotidiana e fare tutte le domande che volete.
Passeremo insieme la giornata: la mattina vi mostrerò le potenzialità didattiche e di produzione musicale dello strumento, mentre nel pomeriggio lavorerò con 5 compositori di Musica Applicata del Politecnico delle Arti di Bergamo, che presenteranno le loro composizioni pensate e scritte ad hoc per questo evento.
Il Disklavier dialogherà con loro in un live dove musica, immagini e luci sono certo che vi cattureranno. L’ingresso è gratuito, ma è necessaria l’iscrizione. Trovate tutte le informazioni e il form di registrazione direttamente sul sito di Cavalli Musica, alla pagina dedicata all’evento. Vi consiglio di non aspettare, i posti sono limitati: clicca qui per prenotare.
Nei prossimi articoli di questa serie entreremo nel dettaglio delle funzioni, delle applicazioni in contesti didattici e professionali, e di tutto ciò che rende il Disklavier uno strumento davvero unico nel suo genere.
Buona musica e alla prossima.













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