Nel 1833 Christian Frederick Martin arriva a New York con un mestiere imparato a Vienna, nella bottega del liutaio Johann Stauffer, e apre un’attività dedicata alla costruzione e alla vendita di strumenti musicali. Quasi due secoli dopo, la sigla 18 che accompagna il nome di alcune sue chitarre identifica una delle famiglie di acustiche più suonate e registrate della musica americana: la 00-18 dei bluesmen, la 000-18 del folk, la D-18 che attraversa la storia del country, del bluegrass e arriva fino al palco di MTV Unplugged.
In mezzo c’è una sequenza di scelte tecniche (catene a X, casse progressivamente più grandi, corde d’acciaio, manico con giunzione al quattordicesimo tasto) che ha contribuito a definire ciò che oggi intendiamo per chitarra acustica moderna. E c’è anche una curiosità: quello che oggi consideriamo uno dei suoni più rappresentativi della liuteria americana nasce, almeno in parte, dal tentativo di costruire strumenti meno costosi.
Se avete in mano un’acustica con tavola in abete e fondo e fasce in mogano, buona parte della sua identità sonora passa anche attraverso questa storia. L’evoluzione della serie 18 aiuta a capire come sia nata una combinazione di legni e soluzioni costruttive diventata un riferimento per generazioni di chitarristi, e perché le quattro principali misure di cassa della stessa famiglia restituiscano sensazioni così differenti sotto le dita.
Un prezzo all’ingrosso diventato una sigla
Figlio dell’ebanista tedesco Johann Georg Martin, Christian Frederick Martin fonda la C. F. Martin & Co. a New York nello stesso anno in cui arriva in America. Alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento si trasferisce nell’area di Nazareth, in Pennsylvania, dove l’azienda ha sede ancora oggi. Le prime chitarre risentono direttamente della scuola viennese: paletta con le meccaniche tutte su un lato, cassa relativamente piccola e costruzione leggera, caratteristiche riconducibili a quello che i collezionisti chiamano oggi Stauffer style.

La Style 18 compare negli anni Cinquanta dell’Ottocento, prima della guerra civile americana, e all’origine presenta tavola in abete e fondo e fasce in palissandro, non in mogano. Anche il nome ha una spiegazione molto meno romantica di quanto ci si potrebbe aspettare.
In un approfondimento pubblicato da Guitar Player nel maggio 2023, Jason Ahner, all’epoca specialista del museo e degli archivi Martin, ricostruiva l’origine di una numerazione che inizialmente indicava il prezzo all’ingrosso in dollari: una Style 18 costava infatti 18 dollari ai rivenditori. Nei registri dell’epoca comparivano anche strumenti identificati con numeri inferiori, spesso caratterizzati da dimensioni contenute, finiture essenziali e, in alcuni casi, fondo e fasce in mogano.
Soltanto in seguito le cifre associate ai modelli Martin hanno assunto il significato di una classificazione legata ai materiali e al livello delle finiture. Una distinzione ancora oggi importante per leggere correttamente le sigle dell’azienda: il numero che precede il trattino identifica la misura della cassa, mentre quello successivo indica lo Style. Una 00-18 e una D-18 appartengono quindi alla medesima famiglia costruttiva, pur essendo strumenti molto differenti per dimensioni e risposta sonora.
Il mogano diventa il materiale caratteristico di fondo e fasce della Style 18 nel 1917 e, anche in questo caso, la ragione è principalmente economica. Nei primi decenni del Novecento i grandi produttori di Chicago, fra cui Lyon & Healy con il marchio Washburn, realizzavano migliaia di chitarre ogni anno. Secondo la ricostruzione di Ahner, il mogano, meno costoso del palissandro, permetteva a Martin di proporre strumenti a un prezzo più competitivo.
Una scelta commerciale che avrebbe finito per definire l’identità timbrica della famiglia: il carattere relativamente asciutto e diretto che oggi viene associato alla D-18, con una gamma media ben leggibile, deve parte della propria storia a una decisione di listino. Il palissandro, invece, rimane uno degli elementi caratteristici della più costosa Style 28.
Le catene a X e la corsa al volume
Le chitarre di scuola Stauffer utilizzavano generalmente catene trasversali parallele, una disposizione conosciuta come ladder bracing, mentre nella tradizione spagnola si era diffusa l’incatenatura a ventaglio. Christian Frederick Martin sperimenta diverse configurazioni fra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta dell’Ottocento.
Negli archivi dell’azienda, il 1843 segna la comparsa di una delle prime Martin documentate con catene disposte a X: uno strumento costruito per Dolores de Goñi, chitarrista spagnola conosciuta negli Stati Uniti come Madame de Goñi, arrivata in America nel 1841.
Quella prima soluzione non era ancora identica all’incatenatura a X che conosciamo oggi, ma rappresentava un passaggio importante nello sviluppo del progetto. Il vantaggio, nella spiegazione di Ahner, era duplice. La particolare disposizione delle catene permetteva di adottare un ponte con i pioli senza rischiare interferenze tra i fori destinati alle corde e i rinforzi sottostanti. Inoltre, rispetto ad alcune configurazioni a ventaglio dell’epoca, offriva una maggiore proiezione sonora e un attacco più pronunciato, anche utilizzando le corde di budello allora diffuse.
Nessuno poteva prevederlo, ma quella stessa impostazione strutturale si sarebbe rivelata particolarmente adatta, molti decenni più tardi, alle esigenze delle chitarre con corde d’acciaio, caratterizzate da una tensione complessiva superiore. Opportunamente dimensionato, l’X-bracing sarebbe diventato uno degli elementi fondamentali della moderna chitarra acustica a corde metalliche.
Alla ricerca di una maggiore proiezione sonora si affianca presto quella di casse più grandi. Fino alla metà dell’Ottocento, la taglia più ampia del catalogo Martin era la 1. La prima taglia 0 arriva nel 1854, la 00 compare nei registri di vendita nel 1858, mentre bisogna attendere il 1902 per la prima 000.
Per comprendere questa evoluzione occorre considerare anche il contesto sociale. Nella prima metà dell’Ottocento la chitarra era ancora largamente associata all’intrattenimento domestico e alla musica da salotto, praticata anche da un’importante componente femminile della società americana. Con la progressiva diffusione dello strumento in ambienti pubblici e formazioni musicali più numerose, cresce l’esigenza di farsi sentire.
Aumentare il volume della cassa, a parità delle altre condizioni costruttive, consente generalmente di ottenere una maggiore estensione e presenza sulle frequenze basse, oltre a una diversa capacità di proiezione. Una necessità destinata a diventare ancora più evidente quando la chitarra comincerà a confrontarsi con banjo, mandolini e altri strumenti dal suono particolarmente incisivo.
Per osservare concretamente come Martin realizzi oggi alcuni di questi elementi, il primo episodio della visita ufficiale allo stabilimento di Nazareth mostra la selezione dei materiali, la lavorazione delle tavole e la preparazione delle catene interne. Naturalmente i processi produttivi contemporanei sono ben diversi da quelli dell’Ottocento, ma il principio strutturale alla base dello strumento è ancora riconoscibile.
Dal budello all’acciaio, e il manico si allunga
Il passaggio alle corde metalliche è graduale e trova un impulso significativo nella popolarità della musica hawaiana, che nei primi decenni del Novecento attraversa gli Stati Uniti. Martin aveva già realizzato alcuni strumenti con corde d’acciaio su ordinazione all’inizio del secolo: fra gli esempi documentati figura una 00-21 del 1902. La produzione regolare di chitarre destinate a questa tipologia di corde prende però piede soprattutto negli anni Dieci.
In questa fase l’azienda propone strumenti destinati a differenti modalità esecutive: chitarre con corde di budello per l’impiego tradizionale, modelli con corde d’acciaio da suonare nella consueta posizione spagnola e strumenti predisposti per lo stile hawaiano, nei quali le corde vengono suonate utilizzando una barra metallica.
Nel 1922 la 2-17, interamente in mogano, diventa il primo modello Martin proposto esclusivamente con corde d’acciaio. L’anno successivo, nel 1923, l’acciaio entra ufficialmente nella dotazione standard della Style 18, mentre le versioni con corde di budello rimangono disponibili su richiesta. Entro la fine degli anni Venti la transizione coinvolge progressivamente anche le altre famiglie del catalogo.
Resta poi una questione legata all’ergonomia. Le Martin dell’epoca presentavano generalmente la giunzione fra manico e cassa al dodicesimo tasto, come avviene ancora oggi su molte chitarre classiche e acustiche di impostazione tradizionale. Una configurazione che limita l’accessibilità alle posizioni più alte della tastiera, soprattutto per i musicisti provenienti da strumenti differenti.
La svolta arriva nel 1929 con la OM-28, la Orchestra Model sviluppata su richiesta del banjoista Perry Bechtel, interessato a una chitarra che offrisse una maggiore libertà di movimento sulla tastiera. Il progetto introduce una giunzione fra manico e cassa al quattordicesimo tasto, accompagnata da proporzioni riviste e da un manico più vicino alle esigenze dei musicisti abituati al banjo.
La soluzione viene progressivamente adottata anche sugli altri modelli: già nel 1932 compaiono le prime 0-18 a 14 tasti, alcune con finitura sunburst, e nel giro di pochi anni questa configurazione diventa lo standard per gran parte della produzione Martin.
La Dreadnought, una chitarra nata anche grazie alla musica hawaiana
La cassa più famosa della famiglia ha una storia che merita di essere raccontata partendo da un nome poco conosciuto: Mekia Kealakai, chitarrista e direttore d’orchestra hawaiano che nel 1916 commissiona a Martin uno strumento di dimensioni superiori a quelle allora abituali.
Kealakai aveva già sperimentato una 000, ma cercava una chitarra più grande e capace di rispondere meglio alle proprie esigenze esecutive. Martin realizza così un modello extra-large, basato sulle proporzioni della 000 ma opportunamente ampliato, con corde d’acciaio, action elevata per l’esecuzione slide e un’incatenatura ancora a ventaglio. Lo strumento viene spedito al musicista nel marzo del 1916.
Quel progetto anticipa lo sviluppo delle prime Dreadnought realizzate da Martin per la Oliver Ditson Company, editore e distributore di strumenti musicali con sede a Boston. È interessante osservare come la nascita della grande cassa non coincida immediatamente con l’adozione di tutte le caratteristiche costruttive della moderna Dreadnought: le prime versioni conservano infatti alcune soluzioni legate alla tradizione delle chitarre hawaiane.
Fra i modelli destinati a Ditson compare la 111, caratterizzata da tavola in abete e fondo e fasce in mogano, una combinazione destinata a ritornare nella futura D-18. Il nome Dreadnought richiama la celebre corazzata britannica HMS Dreadnought e rende piuttosto bene l’idea delle proporzioni dello strumento rispetto alle piccole chitarre da salotto.
Per circa quindici anni la Dreadnought rimane legata alla produzione per Ditson. Soltanto nel 1931, dopo la cessazione dell’attività dell’azienda committente, Martin comincia a proporla con il proprio marchio. I primi modelli vengono inizialmente identificati come D-1 e D-2, rispettivamente con fondo e fasce in mogano e palissandro, per poi assumere le denominazioni D-18 e D-28.
Gli esemplari iniziali, tuttavia, incontrano una domanda ancora limitata. Conservano la giunzione del manico al dodicesimo tasto e presentano una tastiera sensibilmente più larga rispetto a quella delle successive Dreadnought, con una larghezza al capotasto di circa 1 7/8 di pollice (47,6 mm).
Nel 1934 Martin modifica il progetto adottando il manico a 14 tasti e ridisegnando le proporzioni della cassa. È in questa fase che si consolida la silhouette della Dreadnought a spalle squadrate, destinata a diventare uno degli standard più riconoscibili della liuteria americana.
Fra gli anni Trenta e Quaranta la serie 18 raggiunge così la configurazione che ne avrebbe definito l’identità moderna: tavola in abete, fondo e fasce in mogano, catene a X, corde d’acciaio e, nei modelli standard, manico con giunzione al quattordicesimo tasto. Una combinazione di caratteristiche che contribuirà a fissare l’archetipo dell’acustica americana e alla quale ancora oggi fanno riferimento numerosi costruttori.

Chi ha portato la 18 dal salotto al palco
L’elenco dei musicisti che hanno utilizzato una Martin della serie 18 attraversa quasi un secolo di musica popolare americana, con qualche significativa incursione nella tradizione folk britannica. Bob Dylan ha suonato sia una 0-18 sia una 000-18; Elizabeth Cotten e Muddy Waters hanno utilizzato la 00-18, mentre Woody Guthrie e il chitarrista inglese Martin Carthy figurano fra i nomi associati alla 000-18.
La D-18, dal canto suo, compare nella storia musicale di Gordon Lightfoot, Clarence White, figura decisiva nello sviluppo del flatpicking, e David Crosby. Anche Elvis Presley, durante gli anni della Sun Records, utilizzava una D-18 costruita nel 1942 e acquistata usata, presumibilmente nel gennaio del 1955, presso la O.K. Houck Piano Company di Memphis, dando in permuta la precedente Martin 000-18. Lo strumento è stato successivamente esposto nel 2019 al Metropolitan Museum of Art di New York, nell’ambito della mostra Play It Loud: Instruments of Rock & Roll.
Un dettaglio curioso riguarda la personalizzazione della chitarra di Elvis: sulla tavola erano state applicate lettere metalliche destinate a comporre il suo nome. Nel corso del tempo, la lettera finale si staccò, lasciando la scritta ELVI. Nel 2002 Martin realizzò anche una replica commemorativa dello strumento, denominata D-18 ELVI.
La parabola commerciale di Martin segue, almeno in parte, quella della musica acustica americana. Dopo una fase di notevole crescita, sostenuta anche dalla popolarità del folk e della musica cantautorale, l’azienda attraversa una stagione più difficile fra la seconda metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta. La rinnovata attenzione verso le sonorità acustiche nel decennio successivo, accompagnata anche dal successo televisivo di MTV Unplugged, contribuisce a riportare questi strumenti all’attenzione del grande pubblico.
L’immagine simbolo di quella stagione è Kurt Cobain che, il 18 novembre 1993, durante il concerto dei Nirvana registrato a New York per MTV Unplugged, imbraccia una Martin D-18E del 1959. Si tratta di una particolare versione elettrificata della D-18, prodotta per un periodo molto breve alla fine degli anni Cinquanta, con due pickup DeArmond montati direttamente sulla tavola armonica.

La chitarra di Cobain, però, presenta un’ulteriore particolarità tecnica. Per ottenere un risultato più soddisfacente durante la registrazione, lo strumento viene modificato con l’aggiunta di un pickup Bartolini 3AV. Il problema riguardava soprattutto il comportamento dei pickup originali DeArmond, concepiti per lavorare con corde dotate di caratteristiche magnetiche differenti da quelle comunemente utilizzate sulle chitarre acustiche con avvolgimento in bronzo.
Cobain insiste inoltre per collegare la Martin al proprio amplificatore Fender Twin Reverb, utilizzando anche parte della consueta catena di effetti. Una scelta piuttosto singolare per un concerto acustico, tanto che l’amplificatore viene nascosto alla vista del pubblico dietro una struttura che simula un monitor da palco.
La sua interpretazione di Where Did You Sleep Last Night, brano tradizionale reso celebre anche da Lead Belly (Huddie Ledbetter), rappresenta uno degli esempi più riconoscibili dell’impiego della D-18 nella musica degli anni Novanta. L’attacco deciso di Cobain mette in evidenza il carattere percussivo dello strumento, con una gamma media pronunciata e una risposta sulle basse frequenze che conserva una buona intelligibilità anche durante le pennate più energiche. Naturalmente il risultato ascoltato nella registrazione dipende anche dalla particolare elettronica della D-18E, dall’amplificazione, dalla microfonazione e dal trattamento audio del concerto.
La storia di quella chitarra ha avuto anche un epilogo piuttosto singolare. Il 20 giugno 2020, durante un’asta organizzata da Julien’s Auctions, la D-18E di Cobain è stata aggiudicata per 6.010.000 dollari a Peter Freedman, fondatore di RØDE Microphones. Un risultato che le ha assegnato il primato mondiale per il prezzo raggiunto da una chitarra venduta all’asta. Non male per uno strumento appartenente a una famiglia nata, nell’Ottocento, anche con l’obiettivo di contenere i costi di produzione.
Quale 18 per quale musica
Chi deve scegliere fra le principali misure della famiglia trova nelle parole di Ahner una sintesi particolarmente utile. La 0-18 viene descritta come uno strumento dal carattere equilibrato, la 00-18 offre generalmente una maggiore presenza sulle basse frequenze e una proiezione più ampia, mentre la 000-18 aggiunge ulteriore corpo alla risposta sonora. La D-18, grazie soprattutto alle dimensioni della cassa e alla scala più lunga rispetto alle attuali 0, 00 e 000 standard, mette a disposizione una risposta differente, particolarmente apprezzata nell’accompagnamento ritmico e nel flatpicking.
In termini pratici, chi suona prevalentemente fingerstyle, blues acustico o accompagnamenti a dinamica contenuta può trovare nelle casse più piccole una risposta immediata e una buona separazione delle note. Quando invece occorre sostenere una ritmica in plettrata, magari all’interno di una formazione con altri strumenti acustici, la Dreadnought offre una maggiore estensione sulle basse frequenze e una diversa capacità di proiezione.
Un aspetto spesso trascurato riguarda anche la lunghezza della scala. Le moderne 0-18, 00-18 e 000-18 standard adottano una scala corta di circa 24,9 pollici (632,5 mm), mentre la D-18 utilizza una scala da 25,4 pollici (645,2 mm). A parità di accordatura e scalatura delle corde, questa differenza comporta una maggiore tensione sulla Dreadnought, con conseguenze percepibili sulla resistenza delle corde sotto le dita, sulla risposta all’attacco e sul comportamento durante la plettrata.
Vale la pena ricordare anche un dettaglio che può generare confusione: 000 e OM non sono necessariamente la stessa cosa. Pur condividendo generalmente dimensioni e forma della cassa nelle versioni moderne a 14 tasti, le due famiglie hanno storicamente adottato scale differenti. Le OM standard utilizzano normalmente quella lunga da 25,4 pollici, mentre le 000 standard impiegano quella corta, con alcune eccezioni legate alla produzione storica e ai modelli speciali.
Non bisogna però interpretare queste indicazioni come regole assolute: dimensioni della cassa, scala, incatenatura, scelta delle corde, tecnica del musicista e caratteristiche del singolo esemplare concorrono tutte al risultato finale. Una 000-18, per esempio, non è necessariamente limitata al fingerstyle, così come una D-18 può restituire ottimi risultati anche con un tocco leggero.
D-18 e D-28: quanto cambia davvero il suono del mogano?
Il confronto con la D-28 è quasi inevitabile, perché le due chitarre rappresentano altrettante interpretazioni di uno stesso progetto di base. Nelle configurazioni tradizionali condividono dimensioni della cassa, lunghezza della scala e impostazione generale, ma differiscono soprattutto per il materiale utilizzato per fondo e fasce: mogano per la D-18, palissandro per la D-28.

Nel linguaggio comunemente utilizzato dai chitarristi, il mogano viene associato a una risposta più focalizzata, con una gamma media presente e un decadimento percepito come relativamente rapido. Il palissandro è invece spesso descritto attraverso una maggiore sensazione di estensione sulle basse frequenze, armoniche più ricche e una diversa articolazione delle alte.
Si tratta di descrizioni utili a orientare l’ascolto, ma che non devono diventare semplificazioni eccessive. La tavola armonica, il tipo di incatenatura, la distribuzione delle masse e il progetto complessivo influiscono in maniera determinante sul risultato. Due D-18 appartenenti a periodi produttivi differenti possono presentare differenze sonore considerevoli, così come il comportamento di una D-28 non dipende esclusivamente dall’impiego del palissandro.
Nel video seguente vengono messe a confronto due Martin Standard Series di produzione contemporanea. La registrazione, realizzata con un registratore portatile Zoom H8 e senza elaborazioni aggiuntive dichiarate dall’autore, permette di ascoltare alcuni esempi della diversa risposta dei due strumenti. Non è un test scientifico, ma costituisce un riferimento utile per chi desidera affiancare alle descrizioni timbriche un’esperienza d’ascolto.
Per chi registra, il carattere della D-18 può comunque rappresentare un elemento interessante: una risposta equilibrata, con una gamma media leggibile, facilita in alcune situazioni l’inserimento della chitarra all’interno di arrangiamenti complessi. Non significa che richieda necessariamente meno equalizzazione rispetto a una D-28, ma che propone una differente distribuzione dell’energia sonora, da valutare sempre in relazione al brano, alla microfonazione e al ruolo dello strumento nel mix.
Perché due D-18 di epoche differenti possono suonare così diverse
Anche all’interno della stessa sigla non tutte le 18 suonano allo stesso modo. La costruzione Martin ha attraversato numerose modifiche nel corso del Novecento, alcune delle quali particolarmente significative per la risposta della tavola armonica.
Sulle Dreadnought, nella seconda parte del 1938, la posizione dell’incrocio delle catene a X viene arretrata rispetto alla configurazione precedente, più vicina alla buca. Alla fine del 1944 vengono invece abbandonate le catene scalloped, caratterizzate da una particolare lavorazione del profilo con sezioni alleggerite, a favore di una differente distribuzione della massa lungo i rinforzi.
La differenza non riguarda soltanto la quantità di legno impiegata: spostare l’incrocio delle catene modifica le zone della tavola sottoposte a maggiore irrigidimento, influenzando il modo in cui questa risponde alle sollecitazioni trasmesse dal ponte. Allo stesso modo, la lavorazione scalloped permette di intervenire sulla distribuzione della rigidità senza modificare completamente lo schema dell’incatenatura.
È una delle ragioni per cui, fra gli appassionati delle Martin storiche, una D-18 del 1937 e una del 1941 non vengono considerate necessariamente strumenti equivalenti, nonostante appartengano entrambe alla produzione precedente alla fine della Seconda guerra mondiale.
Anche i materiali di tastiera e ponte cambiano nel corso degli anni, ma con tempistiche differenti a seconda dei modelli. Sulle Style 18 di dimensioni più piccole il passaggio dall’ebano al palissandro comincia a manifestarsi già negli anni Trenta e si consolida intorno al 1940. Sulla D-18, invece, l’ebano rimane in uso fino al 1946, prima di lasciare il posto al palissandro.
Un’altra modifica importante riguarda la tavola armonica. Le D-18 degli anni Trenta e della prima metà degli anni Quaranta utilizzavano abitualmente abete Adirondack (Picea rubens, conosciuto anche come red spruce), mentre nel secondo dopoguerra, con una transizione completata sostanzialmente nel 1946, l’abete Sitka diventa il materiale di riferimento per la produzione ordinaria.
Sono dettagli che contribuiscono a spiegare l’interesse dei collezionisti e dei musicisti per gli strumenti della cosiddetta golden era Martin. Naturalmente, quando si valuta una chitarra storica, occorre considerare anche lo stato di conservazione, eventuali interventi di restauro, modifiche strutturali e condizioni generali della tavola. La sola appartenenza a una determinata annata non garantisce automaticamente caratteristiche sonore superiori.
Dal ritorno alle origini del 2012 alla Martin D-18 attuale
La storia della D-18 non si ferma alle modifiche del Novecento. Nel 2012 Martin riprogetta il modello standard, recuperando alcune caratteristiche associate agli esemplari storici e introducendo una serie di aggiornamenti destinati a ridefinirne l’identità contemporanea.
Fra gli interventi più significativi figurano il ritorno a tastiera e ponte in ebano, l’adozione dell’incatenatura a X scalloped in posizione avanzata, una diversa configurazione del manico e una larghezza al capotasto portata a 1 3/4 di pollice (44,45 mm). Cambiano anche alcuni elementi estetici, fra cui il battipenna con finitura tartarugata e le meccaniche aperte di impostazione tradizionale.
Non una riproduzione identica delle D-18 degli anni Trenta, dunque, ma una rilettura contemporanea di alcune delle soluzioni che avevano contribuito alla reputazione del modello.
Un ulteriore aggiornamento arriva nel 2025 con il rinnovamento della Martin Standard Series. Sulla D-18 viene introdotta una nuova lavorazione delle catene della tavola in abete Sitka, indicata dal costruttore come GE (Golden Era) top bracing, già adottata sulla Modern Deluxe Series. L’obiettivo dichiarato è intervenire sulla risposta e sulla capacità di vibrazione della tavola, mantenendo l’impostazione generale della Dreadnought.
La revisione interessa anche l’ergonomia, con un profilo del manico aggiornato, tastiera più sottile e modifiche alla forma del ponte e del tacco. Un insieme di interventi che dimostra come la D-18, pur conservando un’identità costruttiva riconoscibile, continui a essere oggetto di un lavoro di affinamento.
Per chi valuta l’acquisto di una D-18 usata, conoscere queste tappe è particolarmente utile. Un esemplare standard precedente al 2012, uno prodotto dopo quella revisione e uno appartenente alla generazione introdotta nel 2025 non presentano esattamente le stesse caratteristiche costruttive. Vale quindi la pena verificare sempre l’anno di produzione e le specifiche effettive dello strumento, anziché fermarsi alla sola sigla riportata sulla paletta o sull’etichetta interna.
Resta infine una considerazione interessante soprattutto per chi registra. Ahner dichiarava di preferire personalmente una Dreadnought in mogano a una in palissandro, attribuendo alla prima una risposta sulle basse frequenze generalmente più contenuta e, nella propria esperienza, una minore predisposizione al feedback. Sottolineava inoltre come la D-18 gli restituisse una maggiore facilità nel distinguere le singole note durante la registrazione.
È importante considerare queste osservazioni per quello che sono: valutazioni maturate attraverso l’esperienza diretta, non proprietà universali dei due legni. Il comportamento di una chitarra amplificata dipende da numerosi fattori, così come la sua capacità di inserirsi in un mix. Resta comunque significativo che un modello nato come alternativa economicamente più accessibile rispetto alla Style 28 abbia conquistato, nel corso dei decenni, una propria identità anche negli studi di registrazione.
Per chi ha fretta: 5 risposte sulla serie Martin 18
1. Da dove viene il nome Style 18?
Dal prezzo all’ingrosso: negli anni Cinquanta dell’Ottocento una Style 18 costava 18 dollari ai rivenditori. Solo successivamente i numeri dei modelli Martin sono diventati una classificazione legata ai materiali e al livello delle finiture.
2. Le Martin 18 sono sempre state in mogano?
No. Le prime Style 18 avevano tavola in abete e fondo e fasce in palissandro. Il mogano diventa il materiale caratteristico di fondo e fasce nel 1917, anche per consentire a Martin di proporre strumenti a prezzi più competitivi.
3. Quando nasce la D-18?
La grande cassa Dreadnought viene sviluppata nel 1916, anche attraverso un progetto realizzato per il musicista hawaiano Mekia Kealakai e la successiva produzione per la Oliver Ditson Company. Nel 1931 Martin introduce le proprie Dreadnought, inizialmente identificate come D-1 e D-2 e successivamente denominate D-18 e D-28. Nel 1934 arriva la configurazione a 14 tasti.
4. Che differenza c’è fra 0-18, 00-18, 000-18 e D-18?
Principalmente le dimensioni e le proporzioni della cassa, alle quali si aggiungono alcune differenze costruttive, come la lunghezza della scala. Le 0 e 00 offrono generalmente una risposta più raccolta e immediata, la 000 aggiunge corpo e proiezione, mentre la D-18 garantisce una maggiore estensione sulle basse frequenze ed è particolarmente apprezzata per l’accompagnamento ritmico e il flatpicking.
5. Quale Martin 18 suonava Kurt Cobain a MTV Unplugged?
Una D-18E del 1959, particolare versione elettrificata della D-18 dotata di due pickup DeArmond montati sulla tavola armonica e successivamente modificata con un pickup Bartolini 3AV. Cobain la utilizzò durante il concerto dei Nirvana registrato a New York il 18 novembre 1993. Nel giugno 2020 lo strumento è stato venduto all’asta per 6.010.000 dollari.
Quasi due secoli dopo l’apertura della prima bottega di New York, la serie 18 continua a raccontare una parte fondamentale della storia della chitarra acustica americana. Nata come una famiglia di strumenti relativamente economici, si è trasformata seguendo le necessità concrete dei musicisti, attraversando cambiamenti tecnici, mode musicali e differenti approcci alla costruzione.
Un percorso nel quale la combinazione fra abete e mogano è diventata qualcosa di più di una semplice scelta di materiali: un riferimento sonoro che, dalla musica tradizionale agli studi di registrazione contemporanei, conserva ancora una propria riconoscibile identità. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante della Style 18: molte delle caratteristiche che oggi vengono ricercate nelle sue versioni storiche nacquero da esigenze estremamente pratiche, quando la priorità non era costruire un oggetto da collezione, ma una chitarra che potesse accompagnare i musicisti nel loro lavoro quotidiano.










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