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La mano destra è il vero motore: ecco perché la chitarra suona come un’orchestra

Mentre quasi tutti studiano la mano sinistra, è la destra a tenere insieme groove, armonia e melodia. Ecco come si studia il vero motore del solo playing.

C’è un equivoco che accompagna quasi tutti, fin dai primi mesi sullo strumento. Si dedica la maggior parte del tempo alla mano sinistra, agli accordi, alle scale, alle posizioni, convinti che il difficile stia tutto lì. La destra, intanto, fa quello che può: arpeggia e strimpella, ma resta un’esecutrice silenziosa, mai messa al centro dello studio. Poi arriva il momento di suonare un brano da soli, senza band, e tutto crolla.

Perché la verità è ribaltata. Su una chitarra polifonica, suonata in versione solistica, è la mano destra a tenere insieme i tre piani della musica. Il groove, l’armonia, la melodia: tutto passa di lì. È il lavoro più complesso, il più difficile, ed è anche quello che decide se la chitarra suona davvero come un piccolo ensemble oppure come una sola voce che annaspa. Studiarla in separata sede non è una perdita di tempo. È il modo più rapido per arrivare a suonare meglio.

Perché la mano destra è più importante nel solo playing?

In un’esecuzione solitaria è la mano destra a reggere insieme i tre piani della musica: il groove, l’armonia e la melodia. È il lavoro più complesso dello strumento e decide se la chitarra suona come un piccolo ensemble o come una sola voce che annaspa.

Quando ascolti un brano arrangiato bene, senti tre cose contemporaneamente, anche se non le distingui a livello cosciente. C’è il groove, la pulsazione ritmica che ti fa muovere il piede. C’è l’armonia, il tessuto di accordi che dà colore. E c’è la melodia, la linea che canta sopra a tutto. In una band questi piani sono divisi tra strumenti diversi: il basso e la batteria tengono il groove, il pianoforte o la chitarra ritmica reggono l’armonia, un fiato o una voce porta la melodia.

Su una chitarra solista, quei tre piani devono convivere sotto le stesse dita. Non è un dettaglio tecnico, è una visione dello strumento. La chitarra è uno strumento polifonico, capace di suonare più linee contemporaneamente, eppure l’abitudine porta a trattarla come monofonica, concentrandosi sull’improvvisazione in single note, sulla parte dove si mostra quanto si è bravi con le scale. Così si trascura proprio la parte in cui la chitarra mostra la sua natura più ricca.

L’ordine di priorità conta. Prima il groove, poi l’armonia, poi la melodia. Non perché la melodia sia meno importante, ma perché senza una pulsazione solida e senza un’armonia chiara, anche la melodia più bella resta sospesa nel vuoto. E tutti e tre questi piani, sulla chitarra solistica, dipendono dalla mano che attacca le corde.

Su una chitarra suonata da soli, la mano destra non accompagna la musica: è la musica. Groove, armonia e melodia nascono tutti dallo stesso gesto.

Francesco Buzzurro

Se vuoi allargare questa idea di suono orchestrale, scopri come pensare come un pianista alla chitarra cambia il tuo modo di suonare.

L’impostazione che viene dalla scuola classica

Tutto parte da come la mano si appoggia allo strumento. L’idea guida è una sola: stare comodi, senza tensioni. Il braccio si appoggia sulla fascia, sul fondo della cassa, e l’avambraccio si lascia cadere come se la mano fosse morta, completamente rilassata. Poi si solleva la mano e la si porta sul piano delle corde, con il pollice appoggiato sulla sesta corda e le dita, indice, medio, anulare, leggermente dentro il piano delle corde, con un po’ di carne pronta all’attacco.

Questa è un’impostazione di stampo segoviano, la stessa che usavano Andrés Segovia e Francisco Tárrega: la vecchia scuola della chitarra classica. Il pollice scorre in un verso preciso e le dita salgono agganciando la corda, quasi come se stessero stringendo una pallina da tennis, e attaccano la corda spingendola verso il centro della mano. Non è un vezzo estetico. È il modo per ottenere un suono corposo, pieno, che parte dalla parte finale della falange e non da un tocco superficiale che lascerebbe note sottili e fragili.

C’è chi obietta che l’angolo del polso, in questa posizione, appaia innaturale. La risposta sta nel principio, non nella forma: l’angolo dipende dalla lunghezza del tuo avambraccio e da come tu stai comodo sullo strumento. L’obiettivo non è copiare una posa, è eliminare la tensione. Una posizione che ti costringe a girare il polso in modo forzato è quasi sempre più tesa di una che lascia cadere il peso naturalmente. Parti da lì: trova il punto in cui la mano non lavora contro se stessa.

Per approfondire postura e articolazione, leggi come la mano destra diventa il vero segreto del fingerstyle.

Le formule di arpeggio per l’indipendenza delle dita

Una volta trovata l’impostazione, il primo lavoro vero è l’indipendenza delle dita. Le dita devono imparare a rispondere alla chiamata, una a una, in qualsiasi ordine. E per ottenerlo non basta ripetere sempre lo stesso movimento: bisogna sottoporle a sollecitazioni diverse, cambiando di continuo la sequenza di attacco. Da qui nascono le formule di arpeggio, accompagnate sempre dal basso, ciascuna con la sua serie di varianti.

La prima è la formula P-I-M-A: pollice, indice, medio, anulare. La successiva inverte le ultime due dita e diventa pollice, indice, anulare, medio. Poi si fa partire l’anulare, e si ottiene pollice, anulare, medio, indice, esplorando progressivamente tutte le combinazioni possibili. Ogni variante costringe un dito diverso a guidare, e questo è esattamente il punto: una mano destra abituata a una sola formula resta rigida, una mano allenata a tutte le combinazioni risponde a qualunque richiesta il brano le faccia.

Notazione e tablatura della prima formula di arpeggio pollice indice medio anulare per l'indipendenza della mano destra
La prima formula di arpeggio: pollice, indice, medio e anulare, da studiare lenta e poi swingata

Una volta padroneggiate in forma dritta, le stesse formule cambiano carattere se le esegui swingate. Lo swing feel equivale a suonare due crome come una terzina formata da semiminima e croma: la stessa sequenza di dita, lo stesso arpeggio, ma con un respiro ritmico completamente diverso. Lo studi prima lento e regolare, poi lo fai oscillare. Ed è già musica, non più solo ginnastica.

C’è un dettaglio che fa la differenza tra un esercizio sterile e uno fertile. Queste formule sono tutte mirate all’esecuzione reale: non esiste l’idea di uno studio scollegato dalla performance. Un arpeggio terzinato applicato a un accordo banale produce già una melodia. Lo stesso movimento, trasportato sull’armonizzazione di una scala alternando i due bassi, diventa accompagnamento. L’esercizio non è mai fine a se stesso: è la versione lenta di qualcosa che suonerai in un brano vero.

Mutare il basso col pollice, il segreto contro l’impasto

Qui arriva uno dei punti più importanti, e anche uno dei meno discussi. Quando suoni da solo con un basso alternato, hai bisogno che il basso sia sempre distinguibile, sempre chiaro. Il rischio, altrimenti, è che due note di basso restino a risuonare una sopra l’altra, impastandosi, sporcando l’armonia con suoni che non vuoi più sentire. Su una chitarra suonata da soli, dove il basso è anche il tuo metronomo interno, questo problema è fatale.

Francesco Buzzurro durante uno studio di chitarra fingerstyle
Foto: Cristian Gennari

La soluzione è un gesto piccolo e preciso: mutare il basso precedente. Una frazione di secondo prima di far risuonare la corda successiva, muti la corda grave che stava ancora suonando con il dorso del pollice, con un movimento di risalita verso le corde più acute. Così i due bassi non si impastano, e ogni nota grave resta pulita, isolata, leggibile. È un automatismo che si costruisce con la pazienza, finché non ci pensi più.

La differenza si sente subito. Chi usa un tocco volante del basso, senza appoggiarlo e senza mutarlo, si ritrova le note gravi che continuano a vibrare indesiderate sotto accordi che non le vogliono. Il muting con il dorso del pollice è il dettaglio che tiene insieme tutto il resto: senza un basso pulito, il groove perde definizione e l’armonia diventa fango. Con un basso pulito, anche un arrangiamento semplice respira come se sotto ci fosse una sezione ritmica vera.

Una frazione di secondo prima di risuonare il basso, muti il precedente con il dorso del pollice. Così i due bassi non si impastano e il fondo resta pulito.

Francesco Buzzurro

Per capire ancora meglio questa tecnica, leggi il basso alternato come base del suono fingerstyle.

Lo strumming flamenco e la chitarra orchestra

L’ultimo tassello è quello che dà alla chitarra il suo carattere percussivo e pieno: lo strumming. La tecnica impiegata è di derivazione flamenca: medio e anulare, usati insieme, eseguono gli interventi di strumming, mentre indice e medio articolano le note singole della linea melodica secondo un principio vicino al picado. Le due funzioni si alternano e si incastrano rapidamente, mantenendo continua la percezione dell’accompagnamento.

È questo il momento in cui i tre piani si fondono davvero. Da una parte la melodia che canta, dall’altra l’accompagnamento ritmico che non si ferma mai, e sotto, il basso pulito che tiene la pulsazione. Tutto con la stessa mano, nello stesso istante. Questa simultaneità è ciò che fa suonare la chitarra come un’orchestra, ed è il frutto di un’idea precisa: trasferire sullo strumento solista quello che si sentirebbe eseguito da una band intera, senza perdere l’unitarietà del brano.

Nessuno di questi automatismi nasce per caso. Nascono dallo studio della mano destra in separata sede, senza l’ausilio della mano sinistra. Sembra un paradosso isolare metà dello strumento, eppure è proprio questo a sbloccare tutto: prima di suonare un brano, interrogati su cosa dovrà fare la tua mano destra, e abituala a quel gesto specifico finché non lo possiede da sola. Dedicare tempo alla sola mano destra non è una perdita di tempo, è un guadagno di tempo, perché ti porterà a suonare molto meglio quando le due mani torneranno a lavorare insieme.

La mano destra si allena prima a vuoto, sul gesto esatto del brano, e solo dopo torna a incontrare la sinistra.

Francesco Buzzurro

Stasera puoi già cominciare, e ti basta poco. Trova l’impostazione comoda, quella senza tensione, e prendi una sola formula di arpeggio a corde vuote. Studiala lentissima, prima dritta poi swingata. Bada a una cosa per volta: prima un suono pieno, poi un basso mutato col dorso del pollice. Domani aggiungi una variante, invertendo l’ordine delle dita. Non è un esercizio che si finisce: è una mano che si costruisce, gesto dopo gesto, finché un giorno ti accorgi che la chitarra, sotto le tue dita, ha smesso di essere una sola voce ed è diventata un’orchestra.

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Francesco Buzzurro suona la chitarra dall’età di sei anni ed è laureato in Chitarra Classica, in Lingue Straniere e in Musica Jazz con 110 e lode e menzione d’onore. Ha collaborato con l’Orchestra Jazz Siciliana e con musicisti come Phil Woods, Arturo Sandoval, Toots Thielemans, Christian McBride e Lucio Dalla, e ha firmato la colonna sonora del documentario Io Ricordo premiato dal Presidente Giorgio Napolitano. È docente di Chitarra Jazz al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo.

La mano destra come un’orchestra, gesto dopo gesto

Dall’impostazione segoviana al muting del basso fino allo strumming flamenco: Il Fingerstyle Jazz e l’Arte del Solo Playing di Francesco Buzzurro è la spina dorsale di tutto questo metodo.

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