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Tanti auguri a Mike Portnoy, il batterista “totale”

Nel giorno del suo 59° compleanno dedichiamo un articolo a uno dei batteristi più amati, ma anche più discussi, del panorama heavy mondiale.

Oggi Mike Portnoy compie cinquantanove anni. È un buon momento per ragionare su cosa ha cambiato davvero nel modo in cui un batterista può stare dentro una band, al di là dei tempi dispari e del drum kit enorme.

Non solo “il batterista”

Portnoy i Dream Theater li ha co-fondati al Berklee nel 1985 insieme a Petrucci e Myung. Da subito non era quello che aspettava le istruzioni, che non stava dietro le pelli a dare il 4, aspettando che gli altri conducessero il gioco: entrava nei processi compositivi, spingeva verso i concept album, si occupava delle produzioni a 360°. Le scalette dei concerti le costruiva come se fossero partiture, non liste della spesa.

Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory del 1999 è ancora il caso più evidente. Concept album con una storia vera, e la batteria che non fa da sfondo ma segna i passaggi drammatici, cambia peso, respira con la trama. Mike scrive anche alcuni testi, cosa che aveva fatto anche negli album precedenti e che continuerà a fare nei successivi.

I tempi dispari, un linguaggio da usare con cautela

Il 7/8 fa scena. Il 13/16 ancora di più. Il problema è che non molto raramente vengono usati per impressionare, e si sente. Diventano un ostacolo tra la musica e chi ascolta, una specie di cartello stradale che dice “guarda quanto siamo bravi”.

Portnoy li trattava in modo diverso. Quei cambi di metrica nei momenti chiave dei brani Dream Theater non arrivano come sfide accademiche: arrivano come scelte narrative. La sensazione di instabilità è cercata, è parte del racconto. Non è una distinzione sottile, è tutto.

Quella batteria enorme, perché ha senso

Sì, il kit era enorme. Doppia cassa, otto tom, piatti ovunque, pad elettronici. Sul palco sembrava un piccolo paese, il cui sindaco svettava su tutto, in maniera certo non democratica (e va bene così in questo caso).
È stato oggetto di ironia, di critiche, di qualche battuta facile. C’era anche una componente scenica consapevole, Portnoy lo sapeva benissimo.

Però ascoltate con attenzione. Ogni elemento quel kit lo usava davvero, e lo usa ancora, in punti specifici, per ottenere timbri e colori che una configurazione standard non avrebbe dato. Non è una difesa d’ufficio, è verificabile. E poi, diciamolo: per una volta il batterista occupava lo spazio del palco con la stessa forza degli altri. Non è un crimine.

Poi i Winery Dogs (e non solo): Richie Kotzen, Billy Sheehan e Mike. Trio, formato compatto, musica dritta in-da-face. Niente architetture stratificate, niente cambi di tempo ogni trenta secondi. Portnoy si è seduto dietro una batteria più contenuta (per quello che può significare per un batterista come lui) di quelle dei Dream Theater e ha suonato con un groove fisico, immediato.

Nessun problema di adattamento. Nessuna perdita di identità. Questo è il punto: aveva un linguaggio suo che non dipendeva dalla complessità del contesto. Si riconosceva comunque. Non tutti i batteristi tecnicamente avanzati riescono in questo. Anzi, pochissimi.
E se qualcuno ha rimpianto Mangini – bravissimo per carità – noi non abbiamo dubbi nel dire che la personalità e il drumming di Mike sono parte fondamentale dell’essenza stessa dei DT.

29 premi (tra i tanti)

Modern Drummer gli ha assegnato ventinove riconoscimenti, dodici consecutivi come miglior batterista progressive rock/metal a partire dal 1995, più la Rock Drummer Hall of Fame. Sono numeri che parlano. Ma quello che rimane, alla lunga, non è certo un trofeo.

È l’idea che da dietro una batteria si possa avere una visione artistica vera, non concessa per gentilezza dagli altri membri della band, ma necessaria, strutturale. Peart ci aveva già ragionato su, e Portnoy lo ha sempre riconosciuto apertamente, mettendolo in cima a qualsiasi lista di influenze.
Mike quella visione l’ha portata dentro al metal progressivo con una coerenza e una presenza scenica che l’hanno resa visibile a tutti, anche a chi non sapeva leggere una partitura.

59 anni oggi. Non sono pochi, ma il tipo non sembra particolarmente intenzionato a rallentare. E sembra sempre un ragazzino. Avanti così Mike!

Cover Photo by Rodrigo Della Fávera - CC BY 4.0



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