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Mike Portnoy: storia, stile e tempi dispari del batterista “totale”

Mike Portnoy, fondatore dei Dream Theater nel 1985: storia, stile, tempi dispari e perché è uno dei batteristi più discussi dell'heavy moderno.

Mike Portnoy è uno dei batteristi che hanno ridefinito il ruolo del drummer rock-prog dal 1985 in poi. Vale la pena ragionare su cosa ha cambiato davvero nel modo in cui un batterista può stare dentro una band, al di là dei tempi dispari e del drum kit enorme.

Mike Portnoy alla batteria durante il concerto Tons of Rock 2025
Foto: Birgit Fostervold via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)
In sintesiMike Portnoy (1967) è uno dei batteristi più influenti del progressive metal moderno. Fondatore dei Dream Theater nel 1985, ha definito il vocabolario tecnico del genere: tempi dispari, fill polyritmici, drum kit gigantesco, doppia cassa, integrazione percussioni. Lasciati i Dream Theater nel 2010, è tornato nel 2023. Stile che fonde Neil Peart, John Bonham e influenze classiche jazz.

Non solo “il batterista”

Portnoy i Dream Theater li ha co-fondati al Berklee nel 1985 insieme a Petrucci e Myung. Da subito non era quello che aspettava le istruzioni, che non stava dietro le pelli a dare il 4, aspettando che gli altri conducessero il gioco: entrava nei processi compositivi, spingeva verso i concept album, si occupava delle produzioni a 360°. Le scalette dei concerti le costruiva come se fossero partiture, non liste della spesa.

Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory del 1999 è ancora il caso più evidente. Concept album con una storia vera, e la batteria che non fa da sfondo ma segna i passaggi drammatici, cambia peso, respira con la trama. Mike scrive anche alcuni testi, cosa che aveva fatto anche negli album precedenti e che continuerà a fare nei successivi.

I tempi dispari, un linguaggio da usare con cautela

Il 7/8 fa scena. Il 13/16 ancora di più. Il problema è che non molto raramente vengono usati per impressionare, e si sente. Diventano un ostacolo tra la musica e chi ascolta, una specie di cartello stradale che dice “guarda quanto siamo bravi”.

Portnoy li trattava in modo diverso. Quei cambi di metrica nei momenti chiave dei brani Dream Theater non arrivano come sfide accademiche: arrivano come scelte narrative. La sensazione di instabilità è cercata, è parte del racconto. Non è una distinzione sottile, è tutto.

Quella batteria enorme, perché ha senso

Sì, il kit era enorme. Doppia cassa, otto tom, piatti ovunque, pad elettronici. Sul palco sembrava un piccolo paese, il cui sindaco svettava su tutto, in maniera certo non democratica (e va bene così in questo caso).
È stato oggetto di ironia, di critiche, di qualche battuta facile. C’era anche una componente scenica consapevole, Portnoy lo sapeva benissimo.

Però ascoltate con attenzione. Ogni elemento quel kit lo usava davvero, e lo usa ancora, in punti specifici, per ottenere timbri e colori che una configurazione standard non avrebbe dato. Non è una difesa d’ufficio, è verificabile. E poi, diciamolo: per una volta il batterista occupava lo spazio del palco con la stessa forza degli altri. Non è un crimine.

Poi i Winery Dogs (e non solo): Richie Kotzen, Billy Sheehan e Mike. Trio, formato compatto, musica dritta in-da-face. Niente architetture stratificate, niente cambi di tempo ogni trenta secondi. Portnoy si è seduto dietro una batteria più contenuta (per quello che può significare per un batterista come lui) di quelle dei Dream Theater e ha suonato con un groove fisico, immediato.

Nessun problema di adattamento. Nessuna perdita di identità. Questo è il punto: aveva un linguaggio suo che non dipendeva dalla complessità del contesto. Si riconosceva comunque. Non tutti i batteristi tecnicamente avanzati riescono in questo. Anzi, pochissimi.
E se qualcuno ha rimpianto Mangini – bravissimo per carità – noi non abbiamo dubbi nel dire che la personalità e il drumming di Mike sono parte fondamentale dell’essenza stessa dei DT.

29 premi (tra i tanti)

Modern Drummer gli ha assegnato ventinove riconoscimenti, dodici consecutivi come miglior batterista progressive rock/metal a partire dal 1995, più la Rock Drummer Hall of Fame. Sono numeri che parlano. Ma quello che rimane, alla lunga, non è certo un trofeo.

È l’idea che da dietro una batteria si possa avere una visione artistica vera, non concessa per gentilezza dagli altri membri della band, ma necessaria, strutturale. Peart ci aveva già ragionato su, e Portnoy lo ha sempre riconosciuto apertamente, mettendolo in cima a qualsiasi lista di influenze.
Mike quella visione l’ha portata dentro al metal progressivo con una coerenza e una presenza scenica che l’hanno resa visibile a tutti, anche a chi non sapeva leggere una partitura.

Portnoy continua a essere un punto di riferimento per il progressive metal moderno, e dimostra che la passione per la batteria non ha età.

Per chi ha fretta: 5 cose su Mike Portnoy

1. Chi è Mike Portnoy?
Mike Portnoy è il batterista americano fondatore dei Dream Theater nel 1985, considerato tra i più influenti del progressive metal contemporaneo. Ha lasciato la band nel 2010 e vi è tornato nel 2023. Ha collaborato con Avenged Sevenfold, Transatlantic, Liquid Tension Experiment, Sons of Apollo.

2. Quanti pezzi compongono il drum kit di Mike Portnoy?
I suoi kit possono superare i 25-30 pezzi tra tamburi, piatti e percussioni elettroniche, configurati in setup simmetrico (left-right hand). Per dimensione sono tra i più grandi della storia del rock, ispirati dai kit di Neil Peart e Terry Bozzio.

3. Quali sono i suoi batteristi di riferimento?
Tra i principali: Neil Peart (Rush) per tecnica e composizione, John Bonham (Led Zeppelin) per groove e potenza, Vinnie Colaiuta e Terry Bozzio (Frank Zappa drumming) per complessità ritmica, Buddy Rich per swing jazz.

4. Perché ha lasciato i Dream Theater nel 2010?
Tensioni interne e differenze creative dopo 25 anni nella band. Per anni ha collaborato con progetti paralleli (Transatlantic, Adrenaline Mob, Flying Colors, Sons of Apollo) fino al rientro ufficiale nei Dream Theater nel 2023 con grande tour mondiale.

5. Quali brani studiare per capire il suo stile?
Tra i must: “Pull Me Under” e “Metropolis Pt. 1” (Dream Theater anni ’90), “The Glass Prison” (suite tecnica), “Outcry” (drumming maturo recente). Esiste anche un suo libro didattico “Liquid Drum Theater”.

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Cover Photo by Rodrigo Della Fávera - CC BY 4.0



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