La teoria musicale, quando arriva sul leggio di un bassista, arriva quasi sempre di seconda mano. I manuali che hai sfogliato sono pensati per la chitarra o per il pianoforte, strumenti che mettono gli accordi al centro del discorso. Ma tu, quando suoni, gli accordi non li fai. Fai una nota alla volta. E quella nota alla volta cambia tutto: non significa che ti serve meno teoria, significa che ti serve una teoria tradotta nella tua lingua.
Questo articolo prova a fare quella traduzione. Parte da una caratteristica fisica del tuo strumento, la stessa che lo rende difficile e allo stesso tempo molto più logico di altri. E da lì costruisce un metodo che, già stasera, ti permette di guardare la tastiera in un modo diverso.
Cosa significa che il basso è cieco ma simmetrico?
Il basso è cieco perché la tastiera è tutta uguale e non ti segnala quali note sono alterate: devi conoscerle a memoria. È simmetrico perché le corde hanno tutte la stessa distanza, così una forma di scala si trasla identica su qualsiasi tonica, senza che la diteggiatura cambi mai. È una definizione che vale la pena memorizzare alla lettera.
Cieco perché non ti dice niente. Sul pianoforte hai i tasti bianchi e i tasti neri, quindi sai subito se una nota è alterata oppure no, se è naturale o se porta un diesis o un bemolle. Sul basso no, è tutto uguale, e ogni tasto somiglia a quello prima e a quello dopo. Davanti a una tastiera muta non hai scorciatoie visive: devi sapere le note, e devi saperle fin da subito.
Questo significa partire dalla scala cromatica e averla in testa per intero: do, do diesis, re, re diesis, mi, fa (qui non c’è il diesis tra mi e fa), fa diesis, sol, sol diesis, la, la diesis, si, do. Dodici semitoni e si torna a casa base. È un compito che molti rimandano, ed è il primo errore. Senza quella mappa di dodici note, ogni cosa che costruisci sopra resta sospesa nel vuoto.
La differenza con uno strumento come il pianoforte non è da poco. Là i tasti bianchi e neri ti dicono a colpo d’occhio dove sono le alterazioni, e quel riferimento visivo ti accompagna anche quando le note non le hai studiate davvero. Sul basso quella stampella non esiste. Ti tocca conoscere il nome di ogni tasto, perché è da quel nome che parte tutto: la nota che fai è una sola, e se non sai come si chiama non sai nemmeno cosa stai costruendo. È un fastidio all’inizio, ma è anche un vantaggio nascosto, perché ti costringe a una conoscenza che su altri strumenti spesso si può aggirare.
Se vuoi un metodo pratico per fissare ogni nota a memoria, trovi qui come memorizzare le note sulla tastiera.
La tastiera non ti aiuta. Sei tu che devi portarle la mappa, non è lei a darla a te.
Giorgio Terenziani
Una forma sola, tutta la tastiera
Poi c’è l’altra metà della definizione, ed è quella che ribalta il gioco a tuo favore. Il basso è simmetrico. Le corde sono tutte alla stessa distanza, a differenza della chitarra, dove l’accordatura non è tutta a intervalli uguali e quella regolarità si rompe. Sul basso questo schema non si rompe mai.
La conseguenza è enorme e concreta. Una volta che individui una sequenza di intervalli, quella che poi chiamerai scala, ti basta copiarla identica lungo tutto il manico. La diteggiatura non cambia. Cambia solo l’altezza dei suoni, mai la forma della mano.
Pensa all’ottava, l’esempio più semplice. Da una nota qualsiasi presa con l’indice, se vai due corde sopra e due tasti avanti, hai la sua ottava. Sempre. In qualunque punto del manico tu sia. Ti basta verificarlo una volta e lo hai per tutte le posizioni che ti restano da scoprire.
La griglia di metallo che puoi spostare
Qui arriva l’immagine che rende il concetto operativo. Prendi gli intervalli che compongono la scala maggiore: tonica, tono, tono, semitono, tono, tono, tono, semitono. Questa è la griglia intervallare della scala maggiore, sempre identica.
Non pensarla come una sequenza astratta di parole. Pensala come una griglia di metallo, uno stampino che puoi prendere e spostare dove vuoi. Lo appoggi su una tonica, e ottieni una scala. Lo sposti su un’altra tonica, e ottieni la stessa scala, in un’altra altezza, con la stessa esatta forma della mano.

La parte più sorprendente di questo meccanismo è che funziona anche senza sapere le note che stai suonando. Se memorizzi la forma partendo da Do, la stessa diteggiatura, spostata di pochi tasti, ti dà la scala maggiore su un’altra tonica. La forma di Do descritta poco fa, appoggiata sul Mi, suona la scala di Mi maggiore. Non hai bisogno di rifare il conto delle alterazioni: lo stampino è già giusto.
Provalo stasera, è il primo esercizio davvero applicabile. Suona la scala di Do maggiore in posizione, lenta, con un metronomo tranquillo. Poi, senza cambiare nulla della mano, sposta tutto su un’altra tonica e suona di nuovo. Stessa griglia, stesso movimento, suono diverso. È la prima dimostrazione concreta che la simmetria non è teoria astratta da manuale: è una scorciatoia che hai già adesso sotto le dita, pronta da usare.
Memorizza una forma, associala a un nome, e la suoni in tutte le posizioni. Questo è il regalo della simmetria.
Giorgio Terenziani
Le tre leve del metodo: memoria, orecchio, occhio
Tutto questo poggia su tre pilastri, e vale la pena nominarli con precisione perché sono il vero motore: memoria, memoria uditiva e visualizzazione.
La memoria è quella delle note e delle forme: la cromatica, le diteggiature, i nomi delle distanze. È il lavoro grezzo, quello che molti vorrebbero saltare e che invece non si può saltare.
La memoria uditiva è l’orecchio trattato come una memoria. Hai bisogno di associare il suono a una nota e a una forma. Non importa se sei stonato, basta che il suono te lo porti in testa. Quando una scala suona in un certo modo e quel modo si aggancia alla forma della mano che la produce, hai costruito un riconoscimento che ti servirà dentro un brano vero, dove la nota la fai una volta sola e devi saperla riconoscere al volo.
La visualizzazione è il terzo asse: vedere nella testa la posizione prima ancora di suonarla. È quello che ti permette di trovare la terza maggiore di una nota qualsiasi, o di partire da un intervallo e risalire alla sua tonica, senza ogni volta contare da capo. Tre leve che lavorano insieme, mai una sola alla volta.
Per allenare davvero questo orecchio interno, approfondisci con la guida completa all’ear training.
Perché la meccanica non è un difetto, all’inizio
C’è una tentazione, tra i musicisti che si avvicinano alla teoria, di voler suonare subito “libero”, senza appoggiarsi allo schema della mano. È un errore di tempismo. Quando associ una scala a uno schema meccanico preciso e lo ripeti finché è solido, quello schema diventa la base su cui poi potrai improvvisare. Se invece cerchi di togliere la meccanica prima di sapere bene la scala a livello di dita, ogni volta che ti capita qualcosa di diverso devi tornare a studiare da capo.
Vale la pena dirlo chiaramente, perché spesso diventa una scusa per non studiare: la tecnica è sempre un mezzo per un fine, ma non dovrebbe mai essere un freno. Ti serve per esprimere quello che hai in testa, non per nasconderti dietro la sua difficoltà.
Dallo strumentista al musicista
C’è una ragione di fondo per cui tutto questo conta, e non è la voglia di accumulare nozioni. La teoria, da sola, è il sudoku della musica: un passatempo che resta chiuso nella sua pagina. Quando suoni non sali sul palco a urlare i nomi degli intervalli, suoni e basta.
Il passaggio che cambia le cose è uno: se la teoria diventa teoria applicata, hai vinto. Smetti di essere uno strumentista che esegue le note che gli vengono date e diventi un musicista, qualcuno che può arrangiare, scrivere, tradurre sullo strumento quello che ha nella testa.
Lo strumento cieco e simmetrico, da ostacolo, diventa il tuo campo di prova: il traduttore tra la teoria che hai studiato sui manuali sbagliati e la pratica che fai ogni volta che prendi in mano il basso. Una forma sola, traslata con coscienza lungo tutto il manico, è il primo mattone di una mappa che, lezione dopo lezione, ti renderà la tastiera leggibile come la via in cui abiti.
Cieco, quindi devi sapere. Simmetrico, quindi una forma ti basta. Non meno teoria: teoria tradotta nella tua lingua.
Se vuoi scoprire da dove è nato questo metodo, leggi il racconto di Big Bass Theory.
Giorgio Terenziani è bassista, session player e coordinatore nazionale del reparto di basso del Modern Music Institute, dove insegna nelle sedi di Verona, Parma e Modena. In due decenni ha all’attivo circa 2000 concerti tra Europa, India, Giappone, Stati Uniti e Thailandia, con band come Arthemis, Mr. Pig e Living Theory e su palchi come Wacken Open Air e Hellfest.
Vuoi leggere la tastiera del basso come una mappa, non come una serie di posizioni a memoria?
Giorgio Terenziani, bassista, session player e coordinatore nazionale del reparto basso del Modern Music Institute, nel videocorso Musicezer Big Bass Theory costruisce passo dopo passo la teoria applicata al basso: intervalli, scale, modi e tonalità.
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