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Il metodo per non perdersi sulla tastiera del contrabbasso

Un metodo per orientarsi su una tastiera senza tasti: un'unità di misura nella mano, una geometria a scacchiera, un nuovo punto fisso in acuto.

Il contrabbasso condivide con tutti gli strumenti ad arco una particolarità che nessun chitarrista o pianista deve mai affrontare: sulla tastiera non ci sono tasti. Niente rilievi sotto le dita, nessun segno che indichi dove finisce una nota e comincia la successiva. Se ti avvicini allo strumento per la prima volta, ti trovi davanti a una superficie liscia, continua, apparentemente priva di punti fermi. Eppure esiste un sistema per orientarti su quella superficie con la stessa sicurezza con cui un pianista trova un tasto bianco: non un trucco, ma una geometria costruita sulla tua mano, che funziona allo stesso modo da un capo all’altro del manico.

Il problema di una tastiera senza punti fissi

Gli strumenti ad arco condividono tutti lo stesso limite strutturale: la tastiera è liscia, senza intarsi che dividano visivamente i semitoni. Il contrabbasso lo sperimenta in forma più estrema perché è il più grande della famiglia. Senza un riferimento visivo, rischi di suonare a tentativi: spostare la mano, sperare che sia caduta sulla nota giusta, correggere solo dopo che il suono è già uscito.

Il punto di partenza del sistema è accettare che la tastiera vada immaginata, non vista. Le quattro corde a vuoto, accordate Mi–La–Re–Sol dal grave all’acuto, sono separate da intervalli di quarta giusta e costituiscono la mappa di base dello strumento. La stessa proprietà vale per tutte e tre le coppie. La tua mano diventa lo strumento con cui leggi quella mappa sul manico reale, senza mai doverlo guardare.

La bussola nella propria mano: l’unità di misura

Il cuore del sistema è un concetto semplice quanto efficace: l’unità di misura. È l’apertura naturale della tua mano quando posizioni le dita sulla tastiera secondo la diteggiatura classica (indice, poi medio e anulare uniti, poi mignolo), a un semitono di distanza l’una dall’altra. Presa così, quell’apertura corrisponde a un tono pieno tra il primo e l’ultimo dito: la distanza che, ripetuta identica lungo tutto il manico, ti permette di sapere sempre dove si trovano le note vicine senza doverle cercare.

Il vantaggio di ragionare per unità di misura, invece che per posizioni nel senso classico del termine, è che l’orientamento diventa un calcolo, non una memorizzazione. Da una nota di partenza, un’unità di misura in avanti equivale a un tono, mezza unità a un semitono, due unità e mezza coprono un intervallo più ampio. Quando lo spostamento porta il dito che segnava la fine dell’unità a diventare il tuo nuovo punto di partenza, indice e mignolo si scambiano di ruolo, e la stessa apertura riparte identica un passo più avanti. È un sistema che si adatta a qualunque strumento, anche a uno che non hai mai suonato prima, perché non dipende dalla forma specifica di un manico ma dalla tua mano, che resta sempre la stessa.


La tastiera non ha tasti, ma la mano può diveare una bussola: la stessa apertura, spostata da un punto all’altro, diventa l’unità con cui misurare ogni intervallo.

Jacopo Ferrazza


La mossa del cavallo: la geometria degli spostamenti

Quando l’intervallo da coprire supera l’ampiezza dell’unità di misura, entra in gioco una seconda immagine mentale, presa in prestito dagli scacchi: il movimento del cavallo, l’unico pezzo che si sposta descrivendo una L invece che una linea retta.

Applicato alla tastiera, il principio funziona così: la tua mano avanza di un’unità di misura in orizzontale, lungo la corda, e poi scende o sale di una corda, oppure fa il percorso inverso, prima verticale poi orizzontale. Un salto che sulla carta sembrerebbe complesso, come un intervallo di nona tra due corde diverse, si scompone in due mosse semplici e prevedibili invece che in un unico balzo incerto.
Il metodo pratico è sempre lo stesso: individui l’unità di misura più vicina alla nota di partenza, la sposti, e scendi o sali sulla corda successiva per completare il disegno a L.

Il beneficio di pensare a scacchiera è che ogni salto smette di essere un’eccezione da imparare a memoria e diventa l’applicazione dello stesso principio geometrico, ripetuto su distanze diverse. Un buon esercizio è proprio questo: scegli due note a caso, magari annotate su un foglio, decidi su quali corde si trovano, e ricostruisci il percorso a L prima di suonarlo. Con la pratica il calcolo si automatizza, e la tua mano trova la nota senza che il pensiero cosciente debba ricostruire il percorso ogni volta.

Perché l’intonazione dipende dalla mano, non dall’orecchio

C’è un’idea diffusa secondo cui un musicista fuori intonazione ha semplicemente un cattivo orecchio. Sul contrabbasso, questa spiegazione è quasi sempre incompleta. Il tuo orecchio serve a percepire se una nota è giusta o sbagliata, ma non è lo strumento che la produce: quello è la precisione dello spostamento della mano.

Ogni volta che l’unità di misura si perde, cioè quando l’apertura tra le tue dita si allarga o si stringe rispetto al riferimento stabilito, la nota che ne risulta cade fuori posizione, indipendentemente da quanto sia allenato il tuo orecchio a riconoscerlo dopo. La cura, quindi, non passa tanto per esercizi di solfeggio quanto per la ripetizione controllata dello spostamento: fissa l’unità di misura, spostala con attenzione, verifica il risultato, e ripeti finché il movimento diventa affidabile prima ancora che automatico.

Questo cambia anche il modo in cui fai pratica. Studiare intervalli scelti a caso, con una nota di partenza e una di arrivo su corde diverse, serve proprio a questo: allenare la mano a ritrovare la distanza corretta indipendentemente dal punto della tastiera in cui ti trovi, così che la sicurezza dell’intonazione diventi una conseguenza della tecnica e non un’attesa fiduciosa nell’orecchio.


L’intonazione non nasce dall’orecchio. Nasce dalla precisione con cui la mano si sposta, unità di misura dopo unità di misura.

Jacopo Ferrazza


La posizione del karate: un nuovo punto fisso in acuto

Man mano che ti allontani dalla zona iniziale della tastiera e ti avvicini al corpo dello strumento, il manico stesso ti offre un riferimento fisico su cui appoggiarti: il punto in cui si incassa nel corpo. È qui che entra in gioco un movimento soprannominato, non a caso, posizione del karate: il pollice arriva a bloccarsi in quell’incavo con un gesto secco, simile a un colpo, per poi restare fermo lì come nuovo perno.

Quella posizione corrisponde grosso modo alla quinta posizione classica, o alla quarta avanzata, tra le note fa e mi: un secondo punto fisso, oltre al capotasto reale, da cui ripartire per orientarti nella zona più distante del manico, invece di contare tutte le unità di misura a ritroso dal punto di partenza.

Più avanti sul manico, superata anche questa zona intermedia, arrivi al capotasto vero e proprio, storicamente la parte più temuta dello strumento proprio perché è la più lontana dalla zona in cui suoni di solito. Qui il sistema resta identico nella logica ma cambia nella scala: i riferimenti diventano gli armonici naturali delle quattro corde, e l’unità di misura per convenzione non è più il tono ma il tono e mezzo, distribuito su tre dita con il pollice come nuovo punto zero. Un esempio concreto: partendo dal sol, un’unità di misura completa arriva al si bemolle, un tono e mezzo più in alto. Cambia la misura, non il principio: anche in questa zona distante dello strumento, la tua mano continua a funzionare come bussola.


Un punto fisso al capotasto trasforma la zona più temuta dello strumento in un nuovo perno da cui ripartire, con la stessa logica di sempre.

Jacopo Ferrazza


Le regole per non perdere il legato negli spostamenti

Il sistema ha anche una serie di piccole regole di diteggiatura che servono a un solo scopo: evitare che uno spostamento spezzi il suono. La più importante riguarda il verso del movimento. Quando ti sposti verso l’acuto, la mano deve avanzare sempre con il primo dito o con il terzo, mai con il quarto: usare il mignolo per aprire un movimento verso l’alto rende impossibile legare le note, perché quel dito non lascia margine per proseguire in avanti. In discesa vale la regola opposta: torni indietro sempre con il quarto o il terzo dito, mai con il primo. La stessa logica si applica anche una volta al capotasto, dove prosegui in avanti sempre con l’indice o con il pollice mobile, mai fissandolo in un solo punto.

C’è anche un’immagine utile per pensare al movimento lungo tutto il manico: quella del carrello su cui scorre una telecamera da cinema, che si sposta sui binari senza mai staccarsi. Mano e gomito devono muoversi insieme, sullo stesso binario, così che quando cambi zona sia il braccio a seguire la mano e non il contrario: se cade prima il braccio e la mano lo insegue in ritardo, la mano si chiude e le dita non arrivano più in posizione corretta.

La stessa disciplina vale nel passaggio tra il manico e il capotasto, dove il rischio maggiore è proprio quello di staccare la mano nel momento del cambio. La soluzione è un movimento in due fasi, sempre uguale: prima blocchi lo strumento con la spalla, per liberare il pollice dal suo compito di perno sul manico, poi porti il pollice nella nuova posizione, pronto a diventare il perno della zona successiva. Fatto con ordine, anche il passaggio più temuto dello strumento smette di essere un salto nel vuoto e diventa un altro movimento misurabile, ripetibile, prevedibile.

Preso nell’insieme, il sistema non è una sequenza di trucchi scollegati. È un unico principio, quello di usare la tua mano come strumento di misura sempre uguale a se stesso, applicato a distanze diverse: il tono sul manico, il tono e mezzo al capotasto, la L del cavallo per i salti, il karate per il punto di passaggio. Se lo interiorizzi, smetti di cercare le note a tentativi e cominci a calcolarle, prima con la testa e poi, con la pratica, senza più doverci pensare.


Jacopo Ferrazza è contrabbassista, compositore e didatta. Si è diplomato in contrabbasso classico con Luca Cola al Conservatorio di Frosinone e ha studiato con John Patitucci, Aldo Perris e Ares Tavolazzi. Ha suonato con Dave Liebman, Fabrizio Bosso, Enrico Rava e Paolo Fresu, e insegna musica d’insieme jazz al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone. Per Musicezer ha firmato il videocorso Il Metodo Completo per Contrabbasso Jazz:



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