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The Church Studios: la chiesa di Londra diventata tempio del recording

Costruita a metà Ottocento, convertita in studio dagli Eurythmics, rilevata da Paul Epworth nel 2013: la storia di The Church Studios.

Su Crouch Hill, a nord di Londra, c’è un grande edificio vittoriano di pietra la cui storia ha preso una deviazione piuttosto improbabile. Nato nel 1855 come Park Chapel, luogo di culto della comunità congregazionalista locale, nel corso del Novecento è stato progressivamente suddiviso e destinato anche ad altre attività. La porzione settentrionale del complesso è quella che oggi conosciamo come The Church Studios: uno studio di registrazione che ha attraversato oltre quarant’anni di musica e nel quale perfino la vecchia guglia può essere utilizzata come camera d’eco.

A riportare l’attenzione su questo posto è anche il servizio video che Sound On Sound dedicò al complesso nel 2015, realizzato poco dopo la grande ristrutturazione voluta da Paul Epworth. Più della visita guidata, però, interessa capire che cosa si decide davvero quando si rimette in funzione uno studio storico senza trasformarlo in un museo. A Crouch End molte di quelle decisioni sono ancora perfettamente leggibili nelle stanze.

Una guglia sopra Crouch Hill

Park Chapel aprì nel 1855 e l’anno successivo venne registrata come chiesa congregazionalista. Non era soltanto un luogo destinato alle funzioni religiose: negli anni ospitò anche una scuola, attività sociali e perfino un servizio di biblioteca, diventando uno dei punti di riferimento della comunità di Crouch End. La ricostruzione secondo cui sarebbe stata edificata per gli agapemoniti, ripresa anche dalla timeline attuale di The Church Studios, non trova invece conferma nella documentazione storica della congregazione.

All’inizio degli anni Ottanta una parte dell’edificio era nelle mani degli animatori Bob Bura e John Hardwick, nomi legati a produzioni britanniche come Trumpton e Captain Pugwash. Serviva loro soprattutto un grande spazio per lavorare alle animazioni. Per Dave Stewart e Annie Lennox, invece, diventò quasi per caso il posto in cui continuare a fare dischi.

Nel 1982 gli Eurythmics avevano infatti perso il piccolo studio ricavato sopra un laboratorio di cornici a Chalk Farm. Bura e Hardwick offrirono loro spazio nell’edificio di Crouch End e, all’inizio, lo studio era tutt’altro che monumentale: Stewart e Lennox si sistemarono in un piccolo guardaroba al piano terra, stipando dentro una console Soundcraft, un Tascam a otto piste e una collezione di sintetizzatori che continuava a crescere.

Fu lì che venne completato Sweet Dreams (Are Made of This), il secondo album degli Eurythmics, pubblicato nel 1983. Sull’anno in cui Stewart acquistò effettivamente la proprietà le fonti non coincidono perfettamente: il racconto dello stesso Stewart raccolto da Sound On Sound e la documentazione WSDG indicano il 1984, mentre un documento urbanistico del Borough of Haringey del 2012 fa risalire la proprietà privata già al 1983. La timeline attuale dello studio indica invece il 1988. Il passaggio di proprietà va quindi collocato con maggiore prudenza nella prima metà degli anni Ottanta, con il 1984 come data riportata dalle principali fonti tecniche sulla storia dello studio.

Per chi ha fretta: 5 risposte su The Church Studios

1. Dove si trova The Church Studios?
Al 145H di Crouch Hill, a Crouch End, nella zona nord di Londra. Occupa una parte dell’antica Park Chapel, chiesa congregazionalista aperta nel 1855.

2. Quando è diventato uno studio di registrazione?
Dave Stewart e Annie Lennox vi si trasferirono nel 1982 e completarono lì Sweet Dreams (Are Made of This). Le principali fonti tecniche collocano l’acquisto da parte di Stewart nel 1984, anche se altre documentazioni riportano date differenti.

3. Che console c’è in Studio 1?
Una EMI Neve a 72 canali con moduli 1091, composta da due sezioni provenienti rispettivamente dagli Abbey Road Studios e dagli EMI Pathé Marconi di Parigi.

4. Quanti studi ci sono?
Il complesso è articolato in tre sale: Studio 1 con EMI Neve, Studio 2 con SSL 4000G e Studio 3 dedicato a scrittura e produzione. Nel 2026 Studio 3 risulta temporaneamente non disponibile.

5. Quali dischi sono passati da The Church?
Fra i molti lavori collegati allo studio figurano Sweet Dreams (Are Made of This), Violator, Loveless, OK Computer, album di David Gray e, negli anni più recenti, lavori di The Carters, Madonna, Coldplay e Dave.

Sweet Dreams e un’orchestra sparsa per la chiesa

Sweet Dreams (Are Made of This) è il disco che lega definitivamente gli Eurythmics a Crouch End, ma probabilmente l’aneddoto che racconta meglio quegli anni riguarda Here Comes the Rain Again. Quando arrivarono Michael Kamen e gli archi della British Philharmonic Orchestra, lo studio non aveva ancora né gli spazi né la dotazione tecnica che avrebbe acquisito in seguito.

Stewart ricordava di avere a disposizione appena quattro microfoni. Per riuscire a sistemare tutti i musicisti, gli archi finirono distribuiti fra corridoi e altri piccoli ambienti dell’edificio, mentre Kamen si arrangiava per mantenere il contatto visivo con l’ensemble. Le parti orchestrali furono registrate con mezzi che oggi sembrerebbero quasi offensivi per una produzione di quel livello. Il risultato, evidentemente, non se ne accorse.

Negli anni successivi da quelle stanze passarono Depeche Mode, Radiohead, My Bloody Valentine, Robert Plant, Elvis Costello e molti altri. Nei crediti legati allo studio compaiono lavori come Violator, OK Computer e Loveless, anche se naturalmente parlare di un album “registrato a The Church” non significa necessariamente che ogni sua traccia sia nata lì: negli studi professionali i dischi viaggiano spesso fra sale, città e tecnici differenti.

Un caso particolarmente curioso è Bob Dylan. The Church Studios include Knocked Out Loaded fra i lavori passati dalla struttura e altre ricostruzioni riportano sessioni londinesi dell’album nel 1986. Un documento urbanistico redatto nel 2012 per la stessa proprietà sostiene invece che Dylan visitò lo studio senza registrarvi un disco. È una di quelle piccole contraddizioni che circondano gli studi con una storia molto lunga: il passaggio di Dylan è fuori discussione, mentre l’esatta estensione del lavoro svolto lì è meno limpida di quanto suggeriscano alcune discografie.

Nel 2004 arrivò David Gray, che acquistò la struttura e vi registrò quattro album: Life in Slow Motion, Draw the Line, Foundling e Mutineers. Continuò a utilizzare The Church principalmente come propria base di lavoro, pur aprendolo anche ad altri artisti.

Verso il 2013 la sopravvivenza dello studio diventò però tutt’altro che scontata. Gray aveva deciso di venderlo e la possibilità di una trasformazione immobiliare non era teorica. Nell’ottobre dello stesso anno arrivò Paul Epworth, reduce da una stagione professionale difficilmente più favorevole: nel 2012 aveva vinto quattro Grammy, fra cui Producer of the Year, Non-Classical, e nel 2013 aveva condiviso con Adele l’Oscar per la migliore canzone originale grazie a Skyfall.

Un banco solo, con dentro due studi diversi

La ristrutturazione avviata dopo l’acquisto non riguardò tutte le sale nello stesso modo. Il Walters-Storyk Design Group lavorò soprattutto alla completa ricostruzione di Studio 2 e alla progettazione della nuova writing room, con Miloco Builds impegnata nella realizzazione e nell’integrazione tecnica. Durante i lavori ci si accorse, fra l’altro, che l’isolamento fra alcuni ambienti era molto più limitato del previsto: una situazione accettabile quando le sale venivano utilizzate prevalentemente per progetti personali, molto meno per uno studio commerciale che deve poter ospitare sessioni contemporanee.

Studio 1 ruota invece attorno a una console EMI Neve a 72 canali con moduli 1091, che The Church presenta come l’unico esemplare di questo tipo rimasto a Londra.

Il banco è composto da due sezioni con storie separate: una proviene dagli Abbey Road Studios, l’altra dagli studi EMI Pathé Marconi di Parigi. Secondo The Church e WSDG, la sezione proveniente da Abbey Road venne utilizzata anche durante le lavorazioni di Wish You Were Here dei Pink Floyd.

Prima di arrivare a Crouch End la console fu sottoposta a un lungo lavoro di revisione da parte dello specialista Blake Devitt, che impiegò circa un anno e mezzo per riportarla nelle condizioni necessarie e realizzarne anche la sezione centrale. È un dettaglio che rende meglio di qualsiasi fotografia la differenza fra possedere una vecchia console e avere davvero una vecchia console funzionante.

Tre stanze, tre modi di lavorare

Studio 1 occupa la parte più spettacolare del complesso: 158,3 metri quadrati di sala di ripresa a tripla altezza, affiancati da un ambiente di controllo da 20,5 metri quadrati, due booth da 9,7 e 12,8 metri quadrati e una balconata di 36,6. Uno dei vecchi ambienti della chiesa è stato trasformato in un booth abbastanza grande da ospitare una batteria e la guglia può essere sfruttata come camera d’eco reale, utilizzando il decadimento naturale dello spazio invece di simularlo con un processore.

Il sistema principale di monitoraggio attuale è un Guzauski-Swist GS-3A con due subwoofer HEDD Bass 12, affiancato dalle Yamaha NS-10M. Nei rack si trovano preamplificatori ed equalizzatori API ed EMI, riverberi EMT e molto altro. Per chi vuole lavorare su nastro sono disponibili, previa richiesta, uno Studer A80 VU MkIV a 24 piste su due pollici e uno Studer C37 a due piste su nastro da un quarto di pollice. Analogico e digitale, qui, non sono due fazioni: semplicemente convivono nello stesso flusso di lavoro.

Studio 2 segue una filosofia diversa. La live room misura 39,2 metri quadrati ed è pensata per ospitare formazioni di quattro o cinque elementi, mentre la control room dichiarata è di 31,4 metri quadrati. Al centro c’è una SSL 4000G da 56 canali, completamente ricondizionata durante la ristrutturazione e collegata a 48 ingressi e uscite Pro Tools.

Il monitoraggio principale utilizza un sistema Augspurger realizzato su misura, con driver a compressione, quattro trasduttori da 14 pollici e quattro subwoofer da 18, affiancato da Neumann KH 420 e Yamaha NS-10M. Nell’outboard convivono un Fairchild 670, un Bricasti M7, un Lexicon 480L, un Empirical Labs Distressor e apparecchiature che coprono parecchie generazioni di tecnica audio. È forse questo, più della quantità di hardware, il dato interessante: la stanza non obbliga a scegliere fra una filosofia vintage e una contemporanea.

Studio 3 è invece una writing e production room da 22,2 metri quadrati con booth separato, Shadow Hills Equinox, Neve Sidecar a 20 canali e monitoraggio Neumann KH 420 con due subwoofer KH 750. Nel 2026 il sito ufficiale la indica però come temporaneamente non disponibile. La sua presenza resta comunque importante nella logica del complesso: The Church non è progettato soltanto per registrare una performance già pronta, ma anche per scrivere, produrre, programmare e costruire il brano nello stesso edificio.

Cinque dischi usciti da quelle stanze

Cinque titoli distribuiti lungo quasi quarant’anni aiutano a capire quanto differenti possano essere i lavori passati da Crouch End.

Eurythmics, Sweet Dreams (Are Made of This) (1983).
Il disco con cui la storia musicale dell’edificio comincia davvero. L’album era già in lavorazione prima del trasferimento, ma venne completato a Crouch End utilizzando mezzi estremamente ridotti rispetto a quelli che sarebbero arrivati negli anni successivi.

David Gray, Life in Slow Motion (2005).
Il primo dei quattro album realizzati da Gray a The Church durante gli anni della sua proprietà, seguito da Draw the Line, Foundling e Mutineers.

The Carters, Everything Is Love (2018).
Tony Maserati mixò a The Church quattro brani dell’album di Beyoncé e Jay-Z: Summer, Boss, Black Effect e LoveHappy. Un ottimo esempio di come una struttura con una fortissima componente analogica possa inserirsi senza problemi in un workflow pop e hip hop contemporaneo.

Madonna, Madame X (2019).
Il disco compare fra i lavori ufficialmente accreditati a The Church ed è stato in parte registrato e mixato utilizzando la struttura SSL. È un riferimento particolarmente interessante per capire quanto Studio 2 sia orientato anche al missaggio di produzioni molto dense.

Dave, We’re All Alone in This Together (2021).
Numerosi brani dell’album risultano registrati a The Church e il disco compare fra i lavori ufficiali dello studio. Il fatto che negli stessi ambienti possano convivere una produzione di Madonna e il rap britannico contemporaneo racconta la flessibilità del posto molto meglio di una lista di apparecchiature.

Dalla stessa parte del vetro

Una delle scelte che raccontano meglio l’approccio di Paul Epworth è la disposizione di Studio 1. Il grande EMI Neve non è confinato in una control room tradizionale: può diventare parte dello stesso spazio nel quale lavorano i musicisti. È una configurazione aperta che Epworth ha voluto proprio per ridurre la separazione fra chi produce e chi suona.

Questo modifica concretamente una sessione. Le linee di vista restano aperte, produttore, tecnico e musicisti possono comunicare senza una barriera fisica permanente e il monitoraggio in cuffia assume un ruolo centrale. Il sistema Hear Back PRO mette a disposizione otto mixer personali, permettendo agli esecutori di gestire con maggiore autonomia il proprio ascolto.

È un’impostazione diversa da quella di molti grandi studi costruiti attorno alla centralità assoluta della control room. La parte interessante non è stabilire quale soluzione sia migliore in assoluto, ma vedere come a The Church l’architettura sia stata adattata al modo di lavorare del produttore e non il contrario.

Guardando l’insieme, resta un edificio che ha cambiato funzione e proprietari senza diventare un reperto. Nel 2020 The Church Studios ha ricevuto dalla Music Producers Guild il premio Studio of the Year e nel 2025 quello di Large Commercial Studio of the Year. Il secondo riconoscimento è arrivato proprio nell’anno in cui la MPG ha introdotto le categorie dedicate agli studi commerciali di diverse dimensioni.

Per chi lavora in studi molto più piccoli, però, la parte davvero esportabile non è la console da 72 canali e probabilmente neppure una guglia da utilizzare come camera d’eco. È il criterio con cui quelle stanze sono state ripensate: prima si decide come si vuole lavorare, poi si stabilisce dove devono stare banco, musicisti, monitor, vetri e superfici acustiche. Sembra un principio elementare. Nel mondo degli studi di registrazione, però, l’ovvio ha spesso la cattiva abitudine di presentarsi quando i lavori sono già finiti.



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