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H910 Day: il 10 settembre Eventide celebra il leggendario Eventide Harmonizer

Il 10 settembre celebra l’Eventide H910, il processore del 1975 che trasformò pitch shifting, delay e produzione musicale.

Il 10 settembre è l’H910 Day, una ricorrenza che Eventide dedica a una delle macchine più importanti della propria storia e, più in generale, della tecnologia applicata alla produzione musicale. Il motivo della data sembra evidente: negli Stati Uniti il 10 settembre si scrive 9/10, esattamente come il numero del modello. Ma dietro quella sigla c’è una storia decisamente meno lineare.

L’Eventide H910 Harmonizer, concepito da Tony Agnello nel 1974 e arrivato sul mercato nel 1975, viene indicato dalla stessa Eventide come il primo processore digitale di effetti audio disponibile commercialmente. Pitch shifting, delay e feedback riuniti in una sola macchina aprirono possibilità che oggi possono sembrare normali persino all’interno di un piccolo plug-in, ma che a metà degli anni Settanta appartenevano a un territorio ancora quasi completamente da esplorare.

Il numero H910 nacque da un errore su John Lennon

A progettare l’H910 fu Tony Agnello, allora giovane ingegnere Eventide e grande appassionato dei Beatles, in particolare di John Lennon. Quando arrivò il momento di assegnare un numero al nuovo Harmonizer, Agnello pensò di utilizzare come omaggio la data di nascita di Lennon. Ed è qui che qualcosa andò storto.

Sulla propria copia di John Lennon/Plastic Ono Band, Agnello aveva visto annotato 9/10 e interpretò quella data secondo la convenzione statunitense: 10 settembre. Lennon, invece, era nato il 9 ottobre 1940. La data era semplicemente espressa secondo l’ordine britannico giorno/mese.

Lo stesso Agnello ha raccontato molti anni dopo che, se avesse compreso subito l’equivoco, probabilmente oggi parleremmo dell’Eventide H109. L’H910 Day del 10 settembre è quindi anche il curioso risultato di un errore di lettura diventato, suo malgrado, parte della storia dell’audio professionale.

Prima dell’H910 cambiare intonazione era un’altra faccenda

Per comprenderne realmente l’importanza bisogna tornare al modo in cui si lavorava negli studi dei primi anni Settanta. Modificare l’intonazione di un segnale registrato significava spesso intervenire sulla velocità del nastro, alterando contemporaneamente pitch e durata del materiale.

Eventide aveva già esplorato la variazione di intonazione attraverso i propri sistemi di delay digitali. Sul DDL 1745M, modificando rapidamente il tempo di ritardo, era già possibile ottenere variazioni del pitch; la documentazione del 1976 annunciava inoltre un modulo specificamente dedicato a questa funzione. L’H910 trasformò invece quel principio in una macchina progettata fin dall’origine come strumento creativo per l’elaborazione del suono, con controlli pensati per essere utilizzati direttamente da tecnici e musicisti.

L’H910 permetteva di modificare l’intonazione da un’ottava sotto a un’ottava sopra, con un rapporto di pitch compreso tra 0,50 e 2,00, e disponeva di un delay fino a 112,5 millisecondi. A questi elementi si aggiungeva il feedback, con la possibilità di reinserire nel circuito il segnale elaborato.

La combinazione di questi pochi parametri consentiva di ottenere raddoppi, armonizzazioni, detuning, effetti metallici, ripetizioni trasposte, modulazioni e trasformazioni molto più radicali. Non era quindi semplicemente un dispositivo per “correggere” l’intonazione: era una macchina con la quale si poteva costruire un suono che prima non esisteva.

Una tastiera per suonare il pitch

L’idea iniziale di Agnello era ancora più particolare. Il concetto dell’Harmonizer nacque infatti pensando a una sorta di strumento a tastiera dedicato alle armonizzazioni: non una tastiera capace di produrre note proprie, ma un controller con cui modificare in tempo reale l’intonazione di una voce o di un altro segnale audio.

L’H910 venne poi realizzato in formato rack, ma Eventide offrì effettivamente una tastiera opzionale a due ottave. Il Do centrale corrispondeva al segnale non trasposto, con rapporto 1,00, mentre gli altri tasti permettevano di selezionare gli intervalli cromatici verso l’alto o verso il basso.

La tastiera era progettata per controllare fino a tre H910 contemporaneamente, consentendo, per esempio, a un cantante di costruire armonizzazioni a più voci dal vivo. Una funzione che oggi potremmo dare quasi per scontata, ma che precedeva di diversi anni persino l’introduzione del MIDI.

Un H910 originale con la tastiera opzionale utilizzato per creare armonizzazioni vocali in tempo reale. Video: Eventide Audio.

Digitale, ma molto meno di quanto immaginiamo oggi

Definire l’H910 un processore digitale è corretto, ma non bisogna immaginarlo come un DSP moderno infilato dentro un rack vintage. La macchina precedeva i comuni processori digitali dedicati all’audio e, naturalmente, non conteneva software nel senso contemporaneo del termine.

Il progetto utilizzava semplici circuiti logici CMOS e alcune delle prime memorie RAM per memorizzare e leggere il segnale digitalizzato, ma una parte considerevole del percorso audio rimaneva analogica. Stadi di ingresso e uscita, feedback, saturazione, compander, filtraggio e sezioni dei convertitori A/D e D/A contribuivano tutti al comportamento complessivo della macchina.

Anche per questo il carattere dell’H910 non dipendeva soltanto dal principio del pitch shifting, ma dall’interazione fra tecnologia digitale, circuitazione analogica e limiti tecnici dell’epoca.

Il prototipo finì nelle mani di Jon Anderson

Il primo prototipo aveva ben poco dell’eleganza che oggi associamo alle apparecchiature da studio diventate classiche. Eventide lo aveva assemblato all’interno di un vecchio chassis militare dismesso, con una tastiera a due ottave montata sulla parte superiore e controlli per livello, pitch, delay e feedback.

Durante la fase di sviluppo il prototipo fu portato a una convention dell’Audio Engineering Society di New York e, poco prima di mostrarlo al pubblico, sulla macchina venne applicato un semplice foglio con la scritta “Harmonizer by Eventide”.

L’apparecchio attirò rapidamente l’attenzione e uno dei primi musicisti a utilizzarlo fu Jon Anderson degli Yes. Il prototipo raggiunse il suo studio di Beaconsfield, in Inghilterra, e venne impiegato durante la realizzazione dell’album solista Olias of Sunhillow, pubblicato nel giugno del 1976.

Da Bowie agli AC/DC, fino a Eddie Van Halen

Dopo la commercializzazione l’H910 cominciò a comparire negli studi e nei rack di musicisti e produttori che ne utilizzarono le possibilità in modi spesso molto diversi.

Frank Zappa lo integrò nel proprio sistema per chitarra, mentre Jimmy Page fu tra i primi estimatori della tecnologia Eventide. Anche il produttore Tony Visconti ne comprese rapidamente le possibilità, utilizzando l’H910 per intervenire sul celebre suono del rullante di Young Americans di David Bowie e tornando poi a quella tecnica in altre produzioni con Bowie.

Un trattamento analogo entrò anche nella storia del rock più duro: Tony Platt utilizzò l’H910 durante la lavorazione di Back in Black degli AC/DC, ancora una volta sfruttandolo sul suono del rullante.

Particolarmente importante fu inoltre l’impiego di due H910 contemporaneamente, con piccole variazioni di intonazione e ritardo tra i due segnali. Una configurazione del genere permetteva di ampliare notevolmente l’immagine sonora e di ispessire una sorgente senza ricorrere al classico effetto di modulazione.

Eddie Van Halen possedeva una coppia di H910 e li inserì nel proprio setup dal vivo e in studio. Quell’approccio al micro-pitch sarebbe diventato sempre più importante negli anni successivi, fino a comparire in forma più evoluta nei processori Eventide delle generazioni seguenti. Nell’H3000, per esempio, il programma Dual 910 riprendeva esplicitamente l’idea di due Harmonizer utilizzati in parallelo.

Tecnici, produttori e musicisti raccontano l’impatto dell’Eventide H910. Video: Eventide Audio.

E poi c’è quella storia di I Love Lucy

Uno degli impieghi iniziali dell’H910 racconta forse meglio di qualsiasi specifica tecnica quanto fosse insolita una macchina del genere negli anni Settanta.

Tra i primi clienti ci fu infatti Channel 5 di New York. L’emittente trasmetteva repliche della sitcom I Love Lucy accelerandole leggermente, così da ridurne la durata e ricavare ulteriore spazio da destinare alla pubblicità. Accelerando il programma, però, saliva inevitabilmente anche l’intonazione delle voci.

L’Harmonizer consentiva di abbassare nuovamente il pitch dell’audio senza dover rallentare il programma. Non esattamente l’applicazione musicale che viene in mente pensando a una macchina destinata a entrare nei rack di Zappa o Van Halen, ma una dimostrazione piuttosto efficace di ciò che la nuova tecnologia rendeva possibile.

Quando i difetti diventano parte del suono

L’H910 aveva inevitabilmente limiti che oggi sarebbero impensabili in un processore digitale. Il metodo utilizzato per modificare l’intonazione poteva generare glitch e discontinuità durante l’elaborazione del segnale. Anche il clock del sistema non era stabilizzato da un quarzo come sarebbe accaduto nelle generazioni successive, ma utilizzava un oscillatore soggetto a piccole variazioni.

Il risultato era un comportamento non perfettamente stabile, con minuscole fluttuazioni che contribuivano alla particolare sensazione di movimento prodotta dalla macchina, soprattutto nelle applicazioni di detuning.

La cosa interessante è che questi limiti finirono per diventare parte integrante del linguaggio sonoro dell’H910. Eventide racconta che, quando il successivo H949 introdusse un sistema più sofisticato per ridurre i glitch, alcuni utilizzatori sentirono la mancanza proprio di quelle irregolarità che il nuovo modello cercava di eliminare.

Una grammatica sonora arrivata fino a oggi

Confrontato con gli strumenti contemporanei, l’H910 è inevitabilmente una macchina limitata. Oggi un normale plug-in può effettuare trasformazioni del pitch infinitamente più complesse, lavorare su materiale polifonico e utilizzare una potenza di calcolo che nel 1975 sarebbe stata difficile persino da immaginare.

Ma giudicare l’H910 soltanto dalla precisione significherebbe perdere il punto. La sua importanza è soprattutto nell’aver mostrato a musicisti e tecnici che il digitale poteva diventare uno strumento creativo e non soltanto un mezzo per eseguire più comodamente operazioni già conosciute.

L’H910 fu seguito dall’H949, dall’H3000 e da intere generazioni di processori Eventide. Molte idee sperimentate su quella prima macchina – micro-pitch, detuning stereo, delay abbinato alla variazione d’intonazione, feedback sul segnale trasposto – sono nel frattempo diventate parte del vocabolario ordinario della produzione musicale.

Lo stesso H910 continua inoltre a esistere in forma software, ricreato da Eventide cercando di riprodurre non soltanto il funzionamento originale, ma anche quelle anomalie e imperfezioni che mezzo secolo fa erano semplicemente conseguenze dei limiti tecnologici disponibili.

Ed è probabilmente questo il motivo migliore per ricordarlo il 10 settembre. Non soltanto perché 9/10 corrisponde al numero scritto sul pannello di un processore del 1975, ma perché molte operazioni che oggi eseguiamo quasi senza pensarci sono passate, mezzo secolo fa, attraverso quella “scatola”.

Una “scatola” che, per giunta, avrebbe dovuto chiamarsi H109.



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