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Waves LiveBox nel rig degli Iron Maiden: cosa cambia per il live sound

Ken "Pooch" Van Druten aggiunge il Waves LiveBox al rack di front of house del tour di Iron Maiden: i VST3 di terze parti accanto a SuperRack SoundGrid.

Da quasi un decennio il suono che esce dal palco degli Iron Maiden passa per le mani di Ken “Pooch” Van Druten. In questi anni, il cuore del suo lavoro front of house è diventato un sistema Waves basato su SuperRack SoundGrid, integrato in una regia di alto livello e costruito attorno a una console DiGiCo Quantum 7.
Quest’anno quella catena ha guadagnato un nuovo elemento: il Waves SuperRack LiveBox è entrato nel rack del tour, affiancando una strumentazione che il fonico considera ormai parte della propria firma operativa.

Non è una notizia da scheda tecnica, o almeno non solo. È il segnale di un movimento più ampio che attraversa da tempo il live sound professionale: il progressivo avvicinamento del processing software al palco. Per capire perché un fonico di quel livello aggiunga un’unità in più a un rack che già funziona, conviene partire da che cos’è il LiveBox e dal contesto in cui arriva.

Waves e la lunga marcia verso il palco

Waves Audio è un nome familiare per chi lavora nel live. La piattaforma SoundGrid ha portato i plugin, cioè una parte consistente dell’elaborazione che per anni è rimasta confinata allo studio, dentro i rider dei tour di grande scala. Il nodo tecnico era sempre lo stesso: usare software dal vivo senza pagare il conto in termini di latenza, instabilità e complessità operativa.

SuperRack SoundGrid affronta questo problema facendo girare il processing su server dedicati, con latenza molto bassa, alto numero di canali e possibilità di ridondanza tramite server secondari. È un sistema pensato per chi non può permettersi il classico “riavvia e vediamo”: dal vivo, quando qualcosa si ferma, non si ferma solo un computer, si ferma uno show.

Il SuperRack LiveBox si inserisce in questa storia ma prende una strada diversa. È un’unità rack da 2U, costruita attorno a un computer Windows ottimizzato per l’uso live, che esegue SuperRack Performer. Si collega alla console tramite Dante o MADI, a seconda della versione scelta, e permette al fonico di usare un rack di plugin senza dover gestire un computer separato, con tutto ciò che questo comporta in termini di cablaggio, protezione e affidabilità.

La differenza che conta è l’apertura ai plugin VST3 di altri produttori. Non più solo il catalogo Waves, ma anche strumenti software compatibili provenienti da terze parti, nello stesso formato usato comunemente nelle DAW da studio.
L’acquisto include comunque il Waves Live Bundle, con oltre cinquanta plugin pensati per il live, ma il punto centrale è un altro: lo strumento software che un fonico conosce in studio può avvicinarsi al palco con meno passaggi intermedi.

Perché aggiungerlo a un rack che già funziona

Il rig usato da Van Druten con gli Iron Maiden ruota attorno a una DiGiCo Quantum 7 e a Waves SuperRack SoundGrid, piattaforma su cui il fonico lavora con loro da anni. Su quel sistema ha costruito una catena di plugin Waves che interviene su voce, basso, bus, dinamica e correzione tonale: gli strumenti con cui tiene in piedi un mix che deve reggere stadi e arene senza margini di errore.

In un assetto del genere, aggiungere un componente non è mai una scelta leggera. Ogni elemento nel rack FOH è un possibile punto debole, e su una produzione mondiale il rischio non si misura in fastidio ma in show. La scelta di Van Druten, infatti, non nasce dal desiderio di sostituire ciò che già funziona, ma dalla necessità di allargare l’ecosistema.

Il LiveBox lavora accanto a SuperRack SoundGrid, non al suo posto. Nel caso degli Iron Maiden, il fonico lo usa su una rete separata e porta l’uscita Dante verso la console. Questo gli consente di integrare plugin VST3 esterni mantenendo stabile la struttura principale, quella che già conosce e su cui conta ogni sera.

Il dettaglio più concreto riguarda DeFeedback di Alpha Labs, plugin scelto da Van Druten per gestire una delle situazioni più delicate dello show: Bruce Dickinson che, sulle passerelle laterali, arriva molto vicino al PA. Per un cantante con quella presenza scenica, è una manna per il pubblico e un piccolo incubo per chi deve controllare feedback e intelligibilità. Qui il LiveBox diventa uno strumento pratico, non un esperimento da laboratorio.

Il LiveBox non cambia il mestiere del fonico e non rimpiazza l’esperienza. Apre però una strada più ordinata per portare nel live strumenti software che prima richiedevano soluzioni meno immediate. Per chi mixa un gruppo con oltre quarantacinque anni di repertorio e un’identità sonora da preservare, questa è la differenza tra sperimentare e rischiare.

Il peso di una scelta firmata Pooch

Ken “Pooch” Van Druten non è un nome qualsiasi nel settore. Oltre che dagli Iron, il suo curriculum passa da KISS, Guns N’ Roses, Linkin Park, Jay-Z e altri grandi artisti; nel 2024 ha ricevuto il Parnelli Award come FOH Mixer of the Year. Quando un profilo del genere aggiunge un componente al proprio rack, il gesto pesa: non siamo davanti a un fonico in cerca dell’ultimo giocattolo, ma a qualcuno che decide con estrema prudenza cosa far entrare nel flusso di segnale.

Questo aspetto è importante perché racconta il LiveBox meglio di qualsiasi scheda prodotto. In un contesto come quello degli Iron Maiden, il nuovo hardware non viene scelto per “fare più cose” in senso generico, ma per risolvere un problema specifico e inserirsi senza traumi in un sistema già rodato.

La parola chiave è continuità. Il processing Waves che Van Druten usa da anni resta al centro del mix; il LiveBox aggiunge una corsia parallela per i VST3 esterni. Non una sostituzione, dunque, ma un’estensione ragionata.

Il software entra davvero nel rack FOH

L’aspetto interessante non è solo il singolo prodotto, ma la direzione. Per anni la separazione tra studio e palco è stata netta anche sul piano degli strumenti: in studio il software, dal vivo l’hardware, perché il palco non perdona crash, latenze e incertezze. Quella linea oggi è più sottile.

Le piattaforme SoundGrid hanno reso il processing software abbastanza stabile e veloce da convivere con i grandi tour. Il LiveBox spinge oltre, togliendo un ulteriore attrito: il vincolo a un solo ecosistema di plugin. Non significa che qualsiasi plugin da studio diventi automaticamente adatto al palco, perché nel live contano sempre compatibilità, carico CPU, latenza reale e gestione delle sessioni. Ma il principio è chiaro: il rack di regia sta diventando sempre più vicino a un ambiente ibrido, dove hardware dedicato e strumenti software convivono.

In pratica, il fonico che oggi lavora su un palco di grande scala può portare con sé una catena di elaborazione che fino a pochi anni fa viveva quasi esclusivamente davanti a un monitor da studio. La regia front of house diventa il punto in cui suono live e suono prodotto in studio iniziano a parlare una lingua più simile, pur restando due mondi con regole molto diverse.

Non è una formula magica. L’orecchio, il gusto, la conoscenza del gruppo e della sala restano il cuore del mestiere, e nessuna unità rack li sostituisce. È però un cambiamento concreto, perché ridisegna in modo silenzioso cosa può essere un rack FOH e quanto vicino al palco può arrivare il software.

Una scatola in più, un confine in meno

Il Waves SuperRack LiveBox non riscrive il modo di mixare un concerto, e per fortuna non promette di farlo. Sposta però un confine: quello che teneva certi strumenti software più vicini allo studio che al palco. Vederlo entrare nel rack di un tour degli Iron Maiden, per mano di un fonico che ha vinto un Parnelli e non si fida certo del primo gadget che passa, dice qualcosa di concreto sulla direzione del live sound professionale.

Palco e studio, almeno sul piano del processing, parlano sempre più spesso la stessa lingua. A chi sta dietro la console resta il compito più difficile: decidere quanto di quella lingua convenga portare nel live e quanto, invece, sia meglio lasciare dov’è nato.

Per chi ha fretta: 5 risposte sul Waves SuperRack LiveBox

1. Cos’è il Waves SuperRack LiveBox?
È un processore audio in formato rack 2U che esegue SuperRack Performer. Si collega alla console tramite Dante o MADI, a seconda della versione, e permette di usare plugin VST3 compatibili di Waves e di altri produttori durante il live, senza dover gestire un computer esterno separato.

2. Perché un fonico come Pooch Van Druten lo aggiunge a un rack già completo?
Il suo rig con gli Iron Maiden lavora da anni su SuperRack SoundGrid. Il LiveBox gli consente di estendere quell’ecosistema ai VST3 di terze parti, così può integrare strumenti software fuori dal catalogo Waves senza smontare una struttura già affidabile. Nel suo caso, il punto chiave è anche l’uso di DeFeedback per gestire situazioni delicate sulla voce di Bruce Dickinson.

3. Che differenza c’è tra SuperRack SoundGrid e il LiveBox?
SuperRack SoundGrid è la piattaforma di processing Waves che lavora con server SoundGrid dedicati, pensata per bassa latenza, alto numero di canali e ridondanza tramite server secondari. Il SuperRack LiveBox, invece, è un’unità rack dedicata che esegue SuperRack Performer e apre il sistema anche ai plugin VST3 compatibili di altri produttori.

4. Il processing software è affidabile in un grande tour?
Può esserlo, se è inserito in un’infrastruttura progettata per il live. SoundGrid punta su bassa latenza, server dedicati e possibilità di ridondanza; il LiveBox aggiunge un formato hardware chiuso, con alimentazione ridondante e connessione Dante o MADI. La differenza, come sempre, la fa il progetto complessivo del sistema.

5. Quali plugin si possono usare con il LiveBox?
Si possono usare i plugin Waves inclusi nel Waves Live Bundle, con oltre cinquanta processori pensati per il live, e i plugin VST3 compatibili di altri produttori. È il passaggio più interessante rispetto ai sistemi legati a un catalogo unico: più scelta, ma anche più responsabilità nella selezione degli strumenti da portare sul palco.



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