C’è un collegamento molto chiaro, in Francesca Feci, tra ciò che vive e ciò che scrive. Nella video intervista realizzata negli studi di Musicoff, la giovane musicista racconta Devotion, un disco che non nasce soltanto da un percorso artistico, ma da un vero e proprio modo di stare al mondo: con consapevolezza, disciplina, ascolto e una certa ostinata fedeltà alla propria identità.
Il valore del silenzio
Nata a Chiavenna nel 2002, Francesca parte dal canto e arriva presto al pianoforte, strumento che diventa subito molto più di un accompagnamento. È un’estensione del pensiero, un luogo creativo, quasi una seconda voce.
La sua scrittura si muove infatti proprio lì, tra melodia e armonia, con un equilibrio che non cerca l’effetto, ma la sostanza. Anche quando racconta la nascita dei brani, Francesca resta concreta: spesso le idee arrivano correndo, camminando in montagna, vivendo il silenzio. E il silenzio, nella sua musica, si sente eccome.
Le montagne non sono solo uno sfondo biografico. Sono radici, paesaggio interiore, fonte di ispirazione. Francesca le descrive come un luogo di pace, ma anche di concentrazione e centratura. È lì che molte melodie hanno preso forma, per poi essere riportate al pianoforte con un lavoro di memoria, intuizione e precisione.
In questo senso, la sua musica non ha nulla di astratto: nasce da una relazione molto fisica con il tempo, lo spazio e il corpo.
Uno dei passaggi più interessanti dell’incontro riguarda proprio il metodo compositivo. Francesca spiega che, quando voce e dita sembrano andare in direzioni diverse, alla fine è quasi sempre la linea vocale a guidare la forma.
È una scelta che dice molto del suo approccio: la voce non è solo uno strumento espressivo, ma il centro di gravità del brano. Il piano può anche complicare, la voce tende a riportare tutto alla chiarezza. Una lezione semplice, e per questo decisamente rara.
Circondata da grandi musicisti
Nel disco Devotion, prodotto dalla label Jazz Collection del Saint Louis College Of Music, confluiscono anche relazioni importanti. Il progetto prende forza grazie al lavoro condiviso con il Saint Louis College of Music di Roma, realtà fondamentale nel percorso della musicista, e con la guida di Stefano Mastruzzi, che ha seguito produzione, registrazione e direzione orchestrale.
A rendere il progetto ancora più forte è la presenza di ospiti come Enrico Pieranunzi e Ramberto Ciammarughi, figure che Francesca cita con gratitudine autentica. E infatti uno dei tratti più convincenti della sua personalità artistica è proprio questo: la capacità di riconoscere il valore degli altri senza perdere il proprio centro.
Accanto a questo importante featuring, l’album vede la presenza di Giuseppe Sacchi al pianoforte, Vincenzo Quirico al contrabbasso e Francesco Fratini alla tromba. La B.I.M. orchestra interviene in diversi brani, ampliando la tavolozza orchestrale.
Un aiuto fondamentale
Il bando MIC e SIAE è stato cruciale: si tratta di un sostegno concreto alla creatività giovanile, pensato per favorire la realizzazione di nuovi progetti artistici attraverso finanziamenti destinati alla produzione, alla diffusione e alla distribuzione delle opere.
In questo caso, il bando ha permesso a Francesca di trasformare una scrittura personale in un lavoro compiuto, con una dimensione anche live e tournée.
Devotion racconta quindi una giovane artista dai contorni già ben definiti, ma tutt’altro che rigidi. Dentro al disco ci sono la devozione, la pace, la gratitudine, certo, ma anche le zone più scabre dell’esperienza, quelle che Francesca non cancella: le trasforma.
Nei brani emerge una scrittura che sa accogliere anche la fatica, la pressione, la fragilità, per poi spingerle verso una forma più luminosa. È qui che il disco trova la sua vera forza: non nell’idealizzazione, ma nella sincerità.
E forse è proprio questa la cifra più interessante di Francesca Feci oggi. Una musicista che non ha bisogno di alzare la voce per farsi notare, perché lavora su un altro piano, più sottile e più difficile: quello della coerenza.
La sua è una musica che non chiede di essere interpretata come un manifesto, ma ascoltata come un percorso. E in tempi in cui molti inseguono l’urgenza di apparire, non è poco.















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