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Justin Holland, il maestro dimenticato della chitarra

La storia di Justin Holland, primo grande maestro afroamericano della chitarra classica, riscoperta dall'edizione Naxos di Christopher Mallett.

Justin Holland firmò circa trecento arrangiamenti per chitarra e due metodi didattici che vendettero in tutti gli Stati Uniti, eppure per buona parte della sua carriera molti editori e allievi non sapevano che fosse un afroamericano.

Nato libero nel 1819 in Virginia, Holland costruì a Cleveland una delle figure professionali più complete della chitarra ottocentesca americana, poi finì fuori dai programmi e dalla memoria del repertorio per oltre un secolo.

A riportarlo sotto i riflettori è il chitarrista statunitense Christopher Mallett, interprete dell’album Justin Holland: Guitar Works and Arrangements pubblicato da Naxos e curatore del volume The Essential Justin Holland per Les Productions d’OZ. È da quel lavoro che conviene partire per capire chi fu davvero quest’uomo, e perché la sua storia interessa chi suona la classica oggi.

Da Norfolk a Cleveland, la formazione di un musicista completo

Holland nasce nel 1819 in una famiglia libera della contea di Norfolk, in Virginia. A quattordici anni si sposta nel Massachusetts, dove lavora come operaio a Boston e nei ritagli di tempo prende lezioni di chitarra, di flauto e di arrangiamento. È il primo dato che colpisce: la sua educazione musicale non passa da un conservatorio europeo, ma da una somma paziente di insegnamenti raccolti dove capitava.

Intorno al 1841 entra all’Oberlin, in Ohio, uno dei pochi istituti che in quegli anni accoglieva studenti di colore prima della Guerra civile. Vi resta circa due anni. Poi compie una scelta che dice molto del suo modo di intendere lo studio: secondo la tradizione biografica, dopo l’Oberlin trascorre un periodo in Messico per imparare lo spagnolo e si mette a leggere in lingua originale i metodi di Fernando Sor e Dionisio Aguado, i due testi che allora definivano la tecnica della chitarra. Non una scorciatoia, ma il percorso più lungo e più serio possibile.

Nel 1845 torna all’Oberlin, si sposa e si stabilisce a Cleveland, diventando, secondo le fonti dell’epoca, il primo professionista afroamericano della città. Qui costruisce il centro della propria carriera, insegnando e arrangiando per decenni; morirà nel 1887 a New Orleans, dopo essersi recato al Sud per motivi di salute.

I metodi e gli arrangiamenti: il lavoro di una vita

Il cuore del lascito di Holland non sono i concerti né – chiaramente – incisioni di alcun genere, ma la pagina scritta.
Pubblica due manuali destinati a circolare ampiamente: il più esteso Holland’s Comprehensive Method for the Guitar nel 1874 e il successivo Holland’s Modern Method for the Guitar nel 1876, pensato come versione più accessibile e ridotta del precedente. Vendono in tutto il paese e restano in catalogo per decenni, in un’epoca in cui un metodo per chitarra ben fatto valeva più di mille lezioni dal vivo per chi viveva lontano da una città.

Accanto ai metodi, gli arrangiamenti. Holland ne realizza circa trecento, lavorando come arrangiatore per editori come S. Brainard’s Sons. Sono trascrizioni di melodie popolari e folk americane, inni, canzoni e forme di danza europee: il repertorio che le famiglie suonavano in salotto, riportato sotto le dita di chi imparava la chitarra. È un lavoro di servizio, nel senso più alto del termine, perché mette a disposizione di un pubblico vastissimo musica accessibile e ben scritta.

Holland non insegue il ruolo del compositore: si concentra su didattica e arrangiamento. La produzione originale di Holland resta meno centrale e meno frequentata rispetto al suo lavoro di arrangiatore e didatta. Tra le pagine più citate figura un Andante in do maggiore, conservato nell’appendice di Music and Some Highly Musical People, ma le fonti gli attribuiscono anche altre composizioni originali, oggi meno note o di più difficile ricostruzione.
Come sintetizza Mallett in un articolo del 2023 su Classical Guitar Magazine, Holland fu un modello di ciò che la maggior parte dei chitarristi classici è ancora oggi: insegnante, arrangiatore e compositore, in quest’ordine di importanza.

Un dettaglio spiega in parte l’oblio successivo. Molti dei suoi primi clienti e diversi editori non sapevano che Holland fosse afroamericano. La sua musica circolava per quello che era, senza etichette, e questo gli aprì un mercato che a un musicista di colore dichiarato sarebbe stato in larga parte precluso.

Fuori dalla chitarra, Holland fu attivo nella vita civile di Cleveland e nella massoneria di rito Prince Hall, e collaborò con la rete dell’Underground Railroad. Sono fatti della sua biografia, che inquadrano l’uomo dentro il suo tempo senza spostare il discorso lontano da ciò che lo rende interessante per noi: il suo lavoro sulla chitarra.

L’edizione Mallett e perché ascoltarla adesso

Per più di un secolo, suonare Holland è stato quasi impossibile in pratica: gli spartiti erano dispersi, i metodi fuori catalogo, il nome assente dai programmi di studio. L’edizione curata da Christopher Mallett interviene esattamente qui. Da un lato l’album Naxos Justin Holland: Guitar Works and Arrangements, che raccoglie arrangiamenti per chitarra sola, diversi dei quali in prima registrazione mondiale. Dall’altro il volume The Essential Justin Holland, pubblicato da Les Productions d’OZ, che rimette la musica nelle mani di chi vuole studiarla.

Nel disco trovate pagine che dicono molto dell’epoca: lo Spanish Fandango, una Fantaisie sul Carnival of Venice, l’immancabile Home Sweet Home, fino a una Grand March dedicata a una confraternita universitaria. E in mezzo, quell’unico Andante in do maggiore che è la sola voce davvero personale di Holland.

Mallett, nell’articolo del 2023, racconta di aver pensato il progetto in modo da poter parlare della vita di Holland tra un brano e l’altro: una scelta che dice come, per questo repertorio, la musica e la biografia non si possano separare del tutto.

Per chi studia o insegna la chitarra classica oggi, l’operazione ha un duplice interesse. C’è il valore documentario, perché restituisce un capitolo americano dell’Ottocento chitarristico che di solito si liquida in due righe. E c’è il valore didattico concreto: gli arrangiamenti di Holland sono pensati per chi impara, graduati, suonabili, utili da mettere su un leggio accanto a Sor e Carcassi.
Non è musica da museo, è materiale che funziona e che è interessante studiare.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Justin Holland

1. Chi era Justin Holland?
Un chitarrista, didatta e arrangiatore statunitense (1819-1887), considerato il primo grande maestro afroamericano della chitarra classica. Nato libero in Virginia, insegnò a Cleveland per quarant’anni.

2. Quali metodi scrisse?
Il Modern Method for the Guitar (1874) e il più ampio Comprehensive Method for the Guitar (1876), entrambi diffusi in tutti gli Stati Uniti per decenni.

3. Componeva musica propria?
Difficile stabilire quante siano le composizioni originali. Lavorò soprattutto come arrangiatore, con circa trecento trascrizioni. Di suo resta una sola composizione di attribuzione sicura, un Andante in do maggiore.

4. Cosa contiene l’edizione di Christopher Mallett?
L’album Naxos Justin Holland: Guitar Works and Arrangements, con arrangiamenti per chitarra sola e diverse prime registrazioni mondiali, più il volume The Essential Justin Holland di Les Productions d’OZ.

5. Perché era stato dimenticato?
Molti editori e allievi non sapevano che fosse afroamericano, e il repertorio chitarristico americano dell’Ottocento uscì dai programmi. È tornato accessibile solo con incisioni ed edizioni recenti.

Un nome da rimettere sul leggio

Holland non è un genio incompreso da riabilitare a forza di superlativi, ed è giusto dirlo. È stato qualcosa di più utile e meno romantico: un professionista serissimo che ha messo la chitarra alla portata di migliaia di persone, in un paese e in un’epoca che non gli rendevano la vita facile. La sua eredità sta nei manuali e negli arrangiamenti, non in una manciata di capolavori da concerto.

L’edizione di Christopher Mallett ha il merito di restituirci tutto questo in forma ascoltabile e studiabile, senza agiografia. Chi suona la classica può prendere quei brani per quello che sono, pagine ben fatte da affiancare al repertorio ottocentesco che già conosce. E forse è proprio così che a Holland farebbe piacere essere ricordato: non come una curiosità storica, ma come un musicista da rimettere sul leggio.



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